Rough And Rowdy Ways è il nuovo album del Premio Nobel, Bob Dylan.
Sono passati ben 8 anni dal suo ultimo disco di inediti, The Tempest, e un orecchio attento avrà sicuramente notato un filo logico invisibile tracciato dallo stesso Dylan che collega tutte le sue produzioni del terzo millennio. Un filo che continua il suo cammino senza trovare alcun tipo di attrito anche in questo suo ultimo disco.

Il primo singolo di 17 minuti

Murder Most Foul” è il brano più lungo che Dylan abbia mai registrato. Il singolo, uscito in piena emergenza Covid-19 ha rappresentato per molti, un segnale forte e penetrante.

“L’omicidio più disgustoso” parte proprio da John F. Kennedy, assassinato a Dallas nel 1963, anno importantissimo per il cantautore, che decide di iniziare da quel tragico evento che ha segnato l’animo di molte persone con una lunga cicatrice.
Andando avanti, ci ritroviamo seduti in una stanza vuota con uno schermo di fronte a noi, dove vengono proiettate diverse diapositive. Il Menestrello, con un una voce profonda ed identitaria, accompagna l’ascoltatore in questa successione di eventi, che hanno contribuito alla sua formazione, e di personaggi: The Beatles, la Guerra di secessione, il massacro di Tulsa, Etta James, Woody Allen, Marilyn Monroe, John Lee Hooker, Charlie Parker, Queen, The Who, Wolfman Jack e altri.

Chi conosce Dylan, sa benissimo della sua personalità fuggente, imprevedibile, provocatoria e anticonformista. Pregi, e difetti, che lo hanno sempre contraddistinto dallo scenario musicale mondiale.

L’intervista al New York Times

Una settimana fa, Douglas Brinkley, noto autore, giornalista e professore di storia alla Rice University, ha realizzato un’intervista con Dylan, per il New York Times.
Una bellissima chiacchierata telefonica nella quale il cantautore statunitense, dalla sua casa di Malibu, stupisce, fa riflettere, emoziona, facendosi trovare esattamente dove nessuno si aspettava. Un classico di Dylan.

Riguardo l’ipotesi che “Murder Most Foul” fosse un brano nostalgico, infatti, ha risposto che:
Per me non è nostalgico. Non penso a “Murder Most Foul” come una glorificazione del passato. Mi parla al momento. Lo ha sempre fatto, specialmente quando stavo scrivendo i testi.

Sempre, riguardo il primo singolo, Brinkley continua con “C’è molto sentimento apocalittico in “Murder Most Foul”. Sei preoccupato che nel 2020 abbiamo superato il punto di non ritorno?

Certo, ci sono molte ragioni per essere preoccupati per questo. C’è sicuramente molta più ansia e nervosismo in giro di quanto non ci fosse prima. Ma questo vale solo per le persone di una certa età come me e te, Doug. Abbiamo la tendenza a vivere nel passato, ma siamo solo noi. I giovani non hanno questa tendenza. Non hanno un passato, quindi tutto ciò che sanno è ciò che vedono e sentono e crederanno a tutto. Tra 20 o 30 anni, saranno in prima linea. Quando vedrai qualcuno di 10 anni, avrà il controllo tra 20 o 30 anni e non avrà la minima idea del mondo che conoscevamo.

“Dormo con la vita e la morte nello stesso letto”

Su “I Contain Multitudes”, il secondo singolo, Dylan afferma che: “Penso alla morte della razza umana. Il lungo e strano viaggio della scimmia nuda. Per non essere leggero, ma la vita di tutti è così transitoria. Ogni essere umano, non importa quanto forte o potente sia, è fragile quando si tratta di morte. Ci penso in termini generali, non in modo personale.

Il brano è un vero e proprio flusso di coscienza attraverso il quale Dylan ha sguinzagliato pensieri, aneddoti e perplessità. O, come lui stesso afferma, “I Contain Multitudes” potrebbe essere caduta dallo spazio ed è solo stato in grado di raccoglierla.

Non ho dovuto davvero lottare molto. È la tipica cosa in cui accumuli versi di flussi di coscienza e poi li lasci in pace e vieni a tirare fuori le cose.
In quella canzone, gli ultimi versi sono arrivati ​​per primi. Ovviamente, il catalizzatore per la canzone è la linea del titolo. È uno di quelli in cui lo scrivi per istinto. Un po’ in uno stato di trance.
La maggior parte delle mie canzoni recenti sono così. I testi sono veri, tangibili, non sono metafore.
Le canzoni sembrano conoscersi e sanno che posso cantarle, vocalmente e ritmicamente. In un certo senso si scrivono e contano su di me per cantarle.

Bob Dylan e la situazione sociale in America e nel mondo

La vasta discografia di Dylan ha toccato, numerose volte, temi come il razzismo, l’abuso di potere della polizia e le ingiustizie sociali. Lo ricordiamo con “Hurricane”, “The Lonesome Death of Hattie Carroll”, “George Jackson”, “Only a Pawn in Their Game” e molte altre.

Il Menestrello di Duluth, in tutta la sua discografia, ha scritto parte della storia americana – possiamo affermare la parola “storia” con certezza, e l’ha fatto anche la Fondazione Nobel conferendogli il Premio Nobel per la Letteratura.
Non si è mai tirato indietro, non ha mai provato esitazione nello scrivere qualcosa che andasse contro un sistema o contro un pensiero – non certo frutto di una mente degna di essere definita tale – strutturato sulla denigrazione, sulla xenofobia e sull’ignoranza.

Il mondo non è cambiato affatto e le sue canzoni di lotta, fotografie di un tempo, sembrano essere scattate con le più moderne macchine fotografiche.

“Mi ha nauseato vedere George Floyd torturato a morte in quel modo. È stato oltre l’orrore. Speriamo che la giustizia arrivi presto per la famiglia Floyd e per la nazione”

Non c’è progresso, c’è regresso.

Rough And Rowdy Ways

L’album è composto da dieci canzoni che raccontano storie diverse ma seguendo sempre quell’elegante filo di cui parlavamo all’inizio di quest’articolo.

Un filo che Dylan riesce a muovere, a spostare, per vedere cosa cade e cosa rimane attaccato.

Con Rough And Rowdy Ways, Dylan decide di addentrarsi in territori difficili ma non sconosciuti alla sua penna: giochi di parole, stati di trance, inni, blues provocatori, amore, sentimenti patriottici, anticonformismo, spiritualità e riflessioni generate dall’età.

Goodbye Jimmy Reed” in onore del bluesman dai testi osceni e rudi del Mississippi; “Crossing the Rubicon”, un lento blues in cui riflette sui momenti che precedono l’arrivo inesorabile della morte; “Mother of Muses”, un inno cantato nel linguaggio gospel in cui scrive versi come “I’m falling in love with Calliope / She don’t belong to anyone, why not give her to me / She’s speakin’ to me, speakin’ with her eyes / I’ve grown so tired of chasing lies. / Mother of Muses, wherever you are / I’ve already outlived my life by far; “Key West (Philosopher’s Pirate)”, emozionante omaggio alla scena beat formata da Kerouac, Ginsberg e Corso, in cui si apre una profonda meditazione sull’immortalità mentre si percorre la Route 1 verso la Florida Keys.

Black Rider” che si apre con “Cavaliere nero, cavaliere nero, hai vissuto troppo duramente / Sono stato sveglio tutta la notte, devo stare in guardia / Il percorso che stai percorrendo, troppo stretto per camminare / Ad ogni passo, un altro ostacolo / La strada che stai percorrendo, la stessa strada che conosci / Non è più la stesso di un minuto fa“; “I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You“, invece, lascia completamente in secondo piano la figura del Dylan cantante e fa emergere il Dylan fragile, con le mani giunte in preghiera; “My Own Version of You“, in cui Dylan veste i panni Dio mentre passeggia tra obitori e cimiteri, rianimando cadaveri e cercando risposte da queste anime svanite, senza mai riceverne: “Can you tell me what it means: To be or not to be? Is there a light at the end of the tunnel?”.

Quest’album è un chiaro esempio di come letteratura e musica riescano a fondersi.
Quando Dylan vinse il premio Nobel, lo scrittore Alessandro Baricco protestò, dicendo: “Cosa c’entra Bob Dylan con la letteratura? Allora anche gli architetti possono essere considerati poeti“.
Baricco, in quell’occasione, è stato un chiaro esempio di chi si preoccupa di etichettare le persone nella maniera più superficiale possibile. Si ostinò a scrivere ripetutamente la parola “cantante” accanto al nome di Bob Dylan, utilizzando la sabbia, nonostante il vento continuasse a spazzargliela via dalle dita.

La copertina dell’album

La foto visibile in copertina è stata scattata dal fotografo Ian Berry, circa 56 anni fa, mentre stava realizzando un servizio sulla black culture in Inghilterra per l’Observer.
La foto è stata scattata a Cable Street a Whitechapel ed è contenuta nell‘archivio di Berry, curato dell’Agenzia Magnum. Ed è proprio tramite la Magnum che Dylan è riuscito ad ottenere il permesso da Berry per utilizzare quell’iconico scatto da utilizzare come copertina del suo ultimo album.
Uno scatto in cui c’è parte della storia d’America, da sempre raccontata e cantata da Dylan.

Bob Dylan - Rough and Rowdy Ways

La copertina dell’album

Bob Dylan e il ritratto di un America che non è mai cambiata

I mostri sacri della musica sono, solitamente, intoccabili. Coperti da un’aura misteriosa che li rende ultraterreni come se fossero dei veri supereroi. Ma non può essere così, in questo caso: chi viene dipinto come un invincibile, un personaggio che si trova al di sopra di tutti noi, un simbolo, non può essere Bob Dylan.
La sua forza, infatti, è fatta di sentimenti più che umani, fragile nella carne e nello spirito. Dylan è stato sempre in grado di raccontare la realtà americana mettendosi allo stesso livello degli altri. Non ha mai voluto essere l’icona di qualcuno o un profeta.

In “False Prophet”, infatti, Dylan scrive “Another day that don’t end / Another ship goin’ out” facendo riferimento alla natura ciclica degli eventi e alla natura umana, per poi continuare con “I’m the enemy of treason / Enemy of strife / Enemy of the unlived meaningless life, I ain’t no false prophet / I just know what I know / I go where only the lonely can go”.

Gli esseri umani e le dinamiche sociali sono argomenti difficili da scardinare e da raccontare, ma Dylan ce l’ha sempre fatta anche grazie alla musica.

Immagine di copertina: © Frame del video della IBM su YouTube
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