di Axel Caponio

Luciano Ligabue, cantautore rock italiano classe ’60, autore della celebre Piccola stella senza cielo, ha una formazione da ragioniere e un passato nelle sezioni locali del partito comunista. È cresciuto alla bottega di Francesco Guccini e con l’orecchio sempre teso alla musica di Battisti, Fossati e De Gregori.

Ligabue è originario di Corregio, piccolo paesino della provincia emiliana a pochi chilometri di distanza da Zocca, città natale del suo nemico per antonomasia, quel Vasco Rossi idolatrato dalle folle, che continua imperterrito a riscuotere successo e a riempire gli stadi, che viene spesso utilizzato come irraggiungibile metro di paragone nel suo lavoro d’artista.

Al netto di una carriera la cui parabola sembra avere toccato uno dei suoi momenti meno luminosi, abbiamo tutti un debito nei confronti di Luciano Ligabue: riconoscergli l’audacia e la grinta, la capacità di aver creduto nei suoi sogni e di avere lottato contro un destino che gli aveva apparecchiato una vita da onesto comprimario.

Fonte: pagina Facebook Ligabue

Ligabue era uno di noi che ce l’ha fatta, un mediano della musica, per sua stessa ammissione, senza la classe cristallina o il trasformismo di David Bowie né il carisma del blues e la mano calda e lenta di Eric Clapton.

Proprio in Una vita da mediano, canzone del ’99 contenuta in Miss Mondo, una sorta di manifesto ideologico ante litteram, racconta della fatica e delle botte di chi “nato senza i piedi buoni, sta lì, sempre lì, li nel mezzo, finché ne ha, a lavorare sui polmoni e vincere magari i mondiali”. Una metafora della vita.

A cavallo tra gli ’80 e i ’90 Ligabue ha saputo raccontare con intensità un prezioso spaccato d’Italia da regalare agli archivi, parlando alla pancia di tutti noi col suo genuino, ruvido e grezzo sound provinciale, con quell’aria da duro dal cuore d’oro, le sembianze da indiano nativo d’america, il look eccentrico da cowboy italiano col gilet e una voce profonda e graffiata al punto giusto, trasformando la via Emilia in una piccola America, una Route 66 in cui aleggiava il fantasma del grande Elvis, disegnando un mondo crudo e zeppo di personaggi al limite del grottesco ma mai privi di una dolorosa umanità: maghi, ballerine, tossici, bevitori da bar dello sport, generose e amorevoli prostitute.
Si è, per questo, guadagnato l’appellativo di Raymond Carver della musica italiana. Era il pezzo di mondo contenuto in Lambrusco, coltelli, rose e popcorn, album del ’91, vincitore di 5 dischi di platino, o in Sopravvissuti e sopravviventi del ’93, che contengono brani indimenticabili per le generazioni del tempo, come Urlando contro il cielo e Ho messo via.
Certe notti, potente, incisivo e intimistico pezzo del ’95, contenuto in Buon compleanno Elvis rappresenta la sua definitiva esplosione e un ideale spartiacque nella sua biografia musicale: da un lato lo consacra tra i grandi della musica italiana, affidandogli un ventennio di successi e notorietà, dall’altro lo avvia verso una prolifica ma in fin dei conti meno significativa carriera.

Il suo talento di comunicatore lo spinge a saggiare le sue capacità nel cinema e nella scrittura, in verità con alterne fortune: cura la regia di due pellicole , Radiofreccia (con protagonista Stefano Accorsi), film che racconta gli anni della nascita delle prime rudimentali stazioni radiofoniche e Da Zero a Dieci (2002), scrive il romanzo La neve se ne frega, edito da Feltrinelli nel 2004, e pubblica una raccolta di poesie, Lettere d’amore nel frigorifero (Einaudi, 2006).

Paga, probabilmente, lo scotto di una sovraesposizone, di un bisogno eccessivo di raccontare, utilizzando ogni forma e mezzo. Pecca di mancanza di umiltà, in fin dei conti, lui che di certo è un artista onesto e sincero, consapevole.

Manca, al Luciano Ligabue degli ultimi anni, quell’urgenza che aveva reso i pezzi dei suoi esordi così autentici, diretti e necessari, uno schiaffo, un pugno allo stomaco ben assestato. Manca, forse, il silenzio di chi, a forza di dire, non è più riuscito a dire nulla.

Ligabue è uno di noi che ce l’aveva fatta: svegliatosi da un lungo sogno, vive, oggi, all’altezza del giro di boa dei suoi sessant’ anni, una crisi di identità profonda. Il suo ultimo tour, deludente, ha fatto gridare ai suoi numerosi critici e detrattori “Il re, ormai, è nudo!”
Tornerà? Se lo chiedono in tanti. Non siamo oggi in grado di dirlo, il suo destino è nelle sue mani,  nella sua chitarra e nella sua voglia di raccontarsi nuovamente.
A Luciano Ligabue, il cantante diventato famoso per “i soliti quattro accordi” e la sua inconfondibile voce, il rocker di Corregio che ha spesso raccontato la vita degli ultimi sospesi tra terra e cielo, a Luciano Ligabue che a Campovolo nel 2005 ha fatto ballare e saltare coi suoi pezzi centinaia di migliaia di fans, a Ligabue che nelle sue canzoni non ha mai smesso di farsi domande sul senso più profondo della vita, non ci resta che dedicare un pezzo che tante volte lui ha suonato a noi: “Hai un momento, Dio? No, perché sono qua, insomma, ci sarei anch’io”.

Fonte: pagina Facebook Ligabue

Fonte immagine di copertina: pagina Facebook Ligabue
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