E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Non basta l’affetto dei fan, della famiglia, della band. Non basta quel pezzetto di mondo che ti sei guadagnato nel corso degli anni con inni e squarci urlati nel buio, quelli che hanno permesso alla cosiddetta Generazione X – così definita dallo scrittore Douglas Coupeland per la tendenza, tra l’altro, a rifiutare il presente e a rimanere ai margini della realtà – di sentirsi capiti, meno soli. Perché, molto spesso, “One man can save millions, but millions couldn’t save one”: così commenta un certo Kevin Skytte, su Youtube, sotto il video di One More Light. Perché, quando ti porti la morte dentro, a volte puoi subirne inconsapevolmente il fascino. E nulla può trattenerti dal cedere alla voragine, nemmeno la forza della tua voce.

Chester Bennington se n’è andato quel 20 luglio di due anni fa, lasciando il vuoto del compagno di banco di liceo, del fratello maggiore, dell’amico fidato con cui si condividono le prime incertezze legate al nostro stare al mondo. Sì, perché quando un idolo della nostra adolescenza capisce di non poter più tollerare il peso di una vita segnato da ferite troppo grandi, chi rimane avverte un senso di desolazione molto simile a quello che si prova quando si perde una persona cara. E, sebbene il leader dei Linkin Park non abbia mai incrociato i nostri visi, il suo animo terribilmente sensibile gli ha permesso, in questo suo breve passaggio su questa terra, di raccogliere tutti gli sguardi possibili per condensarli in versi, in canzoni che potessero assumere un valore catartico per chiunque le avesse volute ascoltare.  Lo stesso Chester aveva dichiarato in un’intervista rilasciata a Vanity Fair nel 2007:

Se vuoi tirare fuori la rabbia, devi averla dentro. In questo senso, avere avuto una vita difficile aiuta. Preferirei non aver provato certe esperienze, ma il passato non si può cambiare, tanto vale usarlo per comunicare qualcosa”.

In giornate come questa, allora, in cui qualsiasi analisi post mortem potrebbe risultare fuorviante e fuori luogo, lasciamo che sia – come sempre – la musica a dare un senso alla perdita e al lascito di un artista che, insieme alla sua band, ha accolto nelle sue fratture le storie degli altri per alleggerirne il dolore.

In alcune canzoni culto dei Linkin Park, riascoltiamo insieme i momenti in cui quella voce è venuta a salvarci.

 

Numb

“I’m becoming this, all I want to do/ Is be more like me and be less like you”: Numb, traccia conclusiva dell’album Meteora (Warner Bros Records, 2003), nonché tra i più celebri capisaldi della band di Los Angeles, rappresenta l’emblema di una battaglia sempre aperta, quella tra il proprio caos interiore e il mondo esterno, con i suoi schemi, le sue pretese e le sue religioni vuote. Non a caso, infatti, nel video di Numb, Chester Bennington e i suoi compagni si esibiscono in una chiesa completamente deserta, quasi a voler invocare una guida che trascenda le costrizioni imposte dall’uomo per portarci al centro di noi stessi. Perché la libertà ci appartiene da sempre: bisogna avere il coraggio di prestare l’orecchio ed ascoltarla ad occhi chiusi.

Breaking the habit

“I’m picking me apart again/ You all assume/ I’m safe here in my room/ Unless I try to start again”: sempre Meteora ci regala nuovi punti di vista, altre angolazioni da cui è possibile guardarsi meglio per cogliere i germogli della propria rinascita. Un processo non semplice, che richiede cura, determinazione, forza di volontà: lo stesso brano, composto da Mike Shinoda, trova già origine nel lontano 1997 per poi ricevere compiutezza, nella musica e nel testo, soltanto 6 anni dopo. Aleggia il tema delle dipendenze, di certo non estraneo a Chester, ma soprattutto, prevale la voglia di liberarsi dall’autodistruzione e dai ricordi di un passato ancora ingombrante per potersi finalmente aprire ad una vita nuova. A corredo di una canzone densa di significati, un video altrettanto enigmatico, animato dai disegni in stile manga di Joe Hahn e Kazuto Nakazawa (e vincitore, nel 2004, dell’MTV VMA Viewer’s Choice Award), laddove tutto ruota intorno a un uomo precipitato da un palazzo. Il suicidio come panacea di tutti i mali, oppure come atto espiatorio? In ogni caso, una scossa che stravolge gli equilibri.

Shadow of the day

And the shadow of the day/ Will embrace the world in gray/ And the sun will set for you”: terzo singolo dell’album Minutes to Midnight (Warner Bros, 2007), Shadow of the day si discosta dallo stile classico della band per avvicinarsi a sonorità più delicate, che ricordano quelle degli U2. In effetti, il brano sembra una carezza che scioglie le tensioni e avvolge nel conforto: ancora una volta, si parla di cambiamenti, e di quanto a volte la loro portata sia traumatica. Eppure, nell’atto della separazione da ciò che non ci appartiene più (“Sometimes solutions aren’t so simple/ Sometimes goodbye’s the only way”) e nella paura di non sapere cosa ci aspetta, si insinua lentamente la speranza che il tempo, a suo modo, possa finalmente darci un’altra predisposizione verso la bellezza delle cose.

One More Light

I’m holding up a light/ I’m chasing out the darkness inside/ ‘Cause nobody can save me”: One More Light, title track dell’omonimo album (Warner Bros, 2017), si fa singolo soltanto dopo la scomparsa di Chester, ossia nell’ottobre del 2017. Nessun urlo, nessuna rabbia: la voce del leader dei Linkin Park è gentile, i suoni educati, e ci raccontano di una persona che non c’è più, strappata via dalla furia di un cancro. Chester intonerà One More Light al concerto tributo per Chris Cornell, andato via da questo mondo poco prima di lui (esattamente il 18 maggio del 2017) e con il quale il cantante aveva intrecciato un profondo legame di amicizia. Due anime costantemente vicine, che non hanno mai smesso di cercarsi, nemmeno dall’altra parte del mondo. Il video di One More Light diventerà così – ironia della sorte – un tributo allo stesso Chester, in un metaforico passaggio di consegne tra chi se ne va e chi rimane. Nel mezzo, un solo senso che tenta di dare luce all’assurdo: ciò che abbiamo fatto, quanto abbiamo amato.

Immagine di copertina: photo by Arun Thomas from Pexels
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