Ok, l’ambientazione è la Manchester University. Questo di solito significa birra, acidi e alunni eccitati che formano zoppicanti band allo scopo di cuccare il sabato sera. Almeno, questa è la regola, ma a volte le band che formano gli studenti non sono zoppicanti, non lo sono affatto: un certo gruppo di ragazzi decide di chiamarsi Van der Graaf Generator

L’anno è il 1967 e quel gruppo di giovani, tre studenti, non riesce a pubblicare il loro primo album. Hanno molte idee, sono molto vicini a registrarlo, ma non riescono a trovare un’etichetta discografica interessata al loro materiale. Se non c’è un’etichetta, niente soldi. Niente soldi, niente studio.
Un gruppo di ragazzi molto insoddisfatti, con capelli lunghi e pantaloni a zampa d’elefante e sguardi tristi sui volti.

O questo è quello che continuano a dire ai loro amici. Perché in effetti, è stato offerto loro un contratto: sono solo spaventati come conigli.

«Non lo so amico, siamo solo ragazzi, forse lasciare l’università non è una grande idea»

Una storia già sentita centinaia di volte. Ma la musica ora non è più buona, adesso è fantastica, ed è così notevole che una certa Mercury Records mette gli occhi su questi tre ragazzi.

Tutto è nuovo, tutti hanno paura. Uno dei tre ragazzi lascia la band e va all’università, con in tasca la storia di “quella volta che ero quasi finito in una vera band”.

Ok, quindi ora erano rimasti in due. Erano giovani, inesperti, cosa poteva andare storto? Hanno pubblicato un singolo e tutto è andato storto. La Mercury Records ha violato il contratto, fatto pressioni su di loro, si è comportata da avida corporation e la band si è sciolta.

Così, dei tre studenti, è rimasto solo un ragazzo. Il ragazzo si chiama Peter. Peter dei Van der Graaf Generator. Poteva lasciar andare, dimenticarsi tutto, ma aveva mollato l’università per questo. Come poteva fingere che nulla fosse mai successo?

Ha insistito. Ha pubblicato un album tutto da solo, solo per sbarazzarsi di quel contratto satanico con la Mercury Records. Ha trovato altri compagni di band e ha completamente cambiato il genere della band. Ora suonavano il progressive rock e hanno suonato, scritto brani, le hanno registrate con un’altra etichetta, e infine è uscito il secondo album. Sembrava esattamente cosa potessimo aspettarci da un giovane sognatore che doveva affrontare la vita. Sembra che questo album stia cercando di dirci che la vita è un’avventura non molto romantica, e il minimo che possiamo fare è salutarci l’un l’altro.

È questo il disco di cui parliamo oggi: The Least We Can Do Is Wave to Each Other, dei Van der Graaf Generator. 1970. Per l’esattezza, questo mese ricorrono i cinquant’anni dalla sua uscita. Festeggiamolo insieme, salutandoci.

È stato un successo, è salito in classifica tra i primi 50 dischi nel Regno Unito. E anche se non è più un ragazzo, Peter è arrivato dove voleva essere. I suoi capelli sono ancora lunghi, i suoi pantaloni sono ancora svasati, ma lo sguardo sul suo viso è felice ora. Come i protagonisti del disco, è arrivato in Occidente e anche la band lo ha fatto.

Ne parla la loro canzone “Refugees”, quella che ha avuto più successo dall’album. Due ragazzi immaginari, Mike e Susy, stanno cercando di percorrere la lunga strada verso un posto migliore.

“Refugees” è una dolce poesia umana. E mentre Peter la canta, trasmette una sensazione fiabesca ed eterea. Pensando al passato, sognando il futuro.

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