Un passaggio di consegne?

La sessantanovesima edizione del Festival della canzone italiana, ha rappresentato l’ormai avvenuto cambio della guardia nel panorama della musica italiana. Tralasciando in questa sede le analisi sulla gara e l’evento in sé (che comunque trovate qui), basta partire da un dato per rendersi conto di come il processo di crescita delle realtà indipendenti sia arrivato su questo palcoscenico ad un punto di svolta: poco meno della metà degli artisti in gara è infatti prodotta da aziende indie, e quello che sembrava un rigido confine tra indipendente e mainstream è diventato una linea molto labile già da qualche tempo. Ma come siamo arrivati a trovare affiancati sul palco dell’Ariston Patty Pravo e Achille Lauro? Il Volo e gli Ex-Otago? È una storia che parte inevitabilmente da lontano, da quando “Sanremo era Sanremo” e la musica italiana era divisa a metà: da una parte le major, veri e propri schiacciasassi pigliatutto, dall’altra chi portava avanti la propria visione del mondo in maniera più autonoma, quasi sotterranea, campando con qualche briciola. Erano gli anni Novanta, durante i quali Sanremo significava principalmente un momento per l’industria discografica di mettersi in mostra ed autocompiacersi in una passerella nazional-popolare e, parallelamente, essere una vetrina totalmente monopolizzata ed incapace di rappresentare davvero quanto si muoveva nella scena musicale italiana. Anche per questo, a cavallo dell’inizio del nuovo millennio, il Festival aveva l’aria del palazzo dorato lontano soprattutto dalla realtà dei giovani, evidentemente poco interessati alle performance di Spagna, Al Bano o Mariella Nava e più propensi a volgere le orecchie altrove, che fosse l’estero o i locali di periferia.

In video Patty Pravo a Sanremo 1997

Ed è anche da questi ingredienti – i giovani e il movimento underground – che ha avuto origine l’onda lunga dell’indie arrivata a conquistare il palco del Festival. A fare da concausa, poi, la crisi del settore discografico, una mazzata improvvisa che grazie all’avvento di internet e di servizi di condivisione come Napster, ha destabilizzato l’industria che faceva della vendita dei dischi la propria forza. La musica liquida, lo streaming, il rovesciamento del banco da parte di internet hanno significato non solo un momento nero in termini di fatturato, ma hanno al tempo stesso creato uno spazio nuovo: là dove c’era un’industria che faceva il buono e il cattivo tempo, ora si era aperto un semi-vuoto da poter riempire. È in questo spiraglio che artisti del calibro di Afterhours, Tre Allegri Ragazzi Morti, Marlene Kuntz e gli stessi Zen Circus (protagonisti proprio quest’anno al Festival), hanno saputo infilare il grimaldello. La band di Manuel Agnelli, tra la metà e la fine degli anni Novanta, raggiunge la consacrazione definitiva con Hai Paura del Buio? pubblicato dall’etichetta indipendente Mescal; i Tre Allegri Ragazzi Morti, più o meno simultaneamente, si fanno strada dalla vivace (musicalmente parlando) Pordenone, arrivando ad ottenere un contratto proprio con una major, la BMG Ricordi. Entrambe queste band, in maniera via via più consapevole, sono state capaci di creare “materialmente” un terreno fertile per quello che è oggi l’indie in Italia.

La Tempesta Dischi e Il Paese è Reale

Nel 2000 (anno in cui a Sanremo suonano i Subsonica) la band friulana, insoddisfatta del rapporto con la BMG, decide di fondare una propria etichetta per produrre in maniera autonoma i loro lavori. La Tempesta Dischi è in qualche anno diventata molto di più: un modo per produrre dal basso, per dare voce ad una generazione di ragazzi che anche grazie alla facilità nella diffusione della musica tramite la rete, vedeva in essa un modo di esprimere la propria realtà. Proprio La Tempesta produce, ad esempio, Canzoni da Spiaggia Deturpata, oltre a dischi di Giorgio Canali, Umberto Maria Giardini, Myss Keta per citarne soltanto alcuni. Nella stessa direzione si sono impegnati nel 2009 anche gli Afterhours con la raccolta Il Paese è Reale. La loro partecipazione al Festival di Sanremo fa da apripista proprio a questo progetto, che Agnelli presenta con queste parole:

«Non una compilation, ma un’affascinante rassegna di proposte musicali di varia ispirazione, stimolante, ricca di spunti che speriamo venga trainata dalla nostra presenza al festival, che nel nostro piccolo vuole contribuire ad infrangere quella cortina d’indifferenza che penalizza la nuova musica.»

Insomma erano gli anni in cui iniziava a spopolare Facebook e cominciava la crisi, e se da un lato i talent show cercavano di rinvigorire la scena offrendo il warholiano quarto d’ora di celebrità, dall’altro c’era chi con meno grandeur provava a farlo passo passo, con festival, luoghi e spazi di aggregazione fisica e virtuale (vi parlavamo, a proposito dell’ItPop, anche di Diesagiowave). In questo periodo che potremmo definire di transizione, un ruolo da protagonista l’hanno avuto cantautori come il già citato Vasco Brondi, ma anche Dente, Brunori Sas, Lo Stato Sociale: e infatti questi ultimi già l’anno scorso avevano sbancato il Festival, con buona pace di chi – confuso, come legittimo, dal cadere della contrapposizione indie-mainstream – non riusciva a perdonare una scelta del genere.

Eppure ormai il passaggio è avvenuto, tant’è che non ci stupiscono più i numeri che generano artisti come Calcutta o Gazzelle. Quel che è interessante osservare, però, è come il Festival abbia saputo – seppur a giochi praticamente già fatti – fare da sigillo a questa trasformazione che, curiosamente, proprio dieci anni fa cominciava a intravedersi molto sfocata all’orizzonte proprio con gli Afterhours a Sanremo.

Calcutta allo stadio di Latina, 21 luglio 2018  (Foto di Kimberly Ross – Rolling Stone)

Segno, questo, che il movimento indipendente italiano è riuscito a occupare uno spazio che era da sempre stato off-limits, e che l’ha fatto con determinazione e capacità. Tutto questo ancor prima dei meriti artistici e di quelli musicali (che, va detto, non saranno rivoluzionari o esaltanti, ma ci sono eccome).

Insomma, se quest’anno state seguendo anche solo in parte Sanremo, siete stati testimoni di un qualche passaggio di consegne. O meglio: avete assistito ad un’evoluzione. Era tutto intorno a noi, anzi ne abbiamo fatto parte, ma vederla messa in scena sul palco più discusso del paese apre nuovi scenari che siamo curiosi di raccontare.

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