Negli Atti degli Apostoli, rivolgendosi al suo popolo, San Paolo scrive:
Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me. Caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» Risposi: «Chi sei, o Signore?» Mi disse: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.» Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.

Nel film Prima dell’alba, del 1995, Julie Delpy recita:
Se qualche tipo di Dio esiste, non credo si trovi in qualcuno di noi, in te o in me, ma nel piccolo spazio in mezzo.

Nel 1964, in un’intervista al Saturday Evening Post, l’addetto stampa dei Beatles descrive:
È come se la band avesse fondato una nuova religione. Gli zoppi gettavano via le proprie stampelle, i malati rincorrevano la macchina come se un tocco da parte di uno dei ragazzi potesse farli stare meglio.

Nel documentario Travis Scott: Look mom I can fly, uscito su Netflix lo scorso 28 agosto, Travis Scott esclama:
Holy shit!

“Conversione di San Paolo”, Caravaggio (c.1600-1)

Non tutte le ciambelle escono col buco. Ma se Look mom I can fly fosse una ciambella, il buco ce l’avrebbe. E pure bello grosso.

Nel mondo della street art una delle tecniche più utilizzate è lo stencil. Per realizzare uno stencil basta ritagliare dei buchi in un foglio di carta, appenderlo al muro e spruzzarci sopra con la bomboletta. La vernice colora il foglio e, dove il foglio è bucato, anche il muro. Quando rimuoviamo il foglio, sul muro restano soltanto le figure che avevamo ritagliato. Gli stencil funzionano in negativo, come se fossero i vuoti a realizzare il nostro disegno. In questo senso, il documentario Look mom I can fly è uno stencil.

Il film è su Travis Scott, ma dalla storia che racconta non comprendiamo che tipo di persona sia. «Travis Scott, […] detto anche La Flame, è un rapper e produttore discografico statunitense», citano le prime righe della sua pagina Wikipedia. E, finito il film, questo è ancora tutto ciò che sappiamo. Eppure, la sua è un’immagine che si ricorda. Anzi, questo emerge anche dal documentario: chiunque l’abbia visto può rendersi conto di quanto sia vero.

Travis Scott fotografato da David LaChapelle. Tutti i diritti di David LaChapelle.

Citiamo l’esempio più significativo. Quando nel 2016 la città di Houston stava demolendo il luna park dove andava da bambino, Travis è sceso a manifestare insieme agli abitanti. Il parco divertimenti si chiamava Six Flags AstroWorld e l’amministrazione comunale avrebbe costruito al suo posto un nuovo complesso residenziale. È in quel periodo che Travis ha iniziato a scrivere il suo terzo album: ASTROWORLD appunto, in segno di protesta. Le manifestazioni non sono bastate, il luna park è stato chiuso e al suo posto ora sorgono decine di condomini. Ma lì davanti, dall’altra parte della strada, è nato ASTROWORLD, un parco più grande del precedente, costruito da Travis Scott in concomitanza con l’uscita del disco. Il tema del nuovo luna park è il rapper stesso, le attrazioni hanno la forma del suo volto e di quello di sua figlia.

ASTROWORLD fotografato da David LaChapelle. Tutti i diritti di David LaChapelle.

Il film inizia con il suo arresto per violazione delle norme di sicurezza dei live, lasciando entrare troppe persone. Un uomo così non può che essere adorato dalle masse. Il culto che propone di sé ricorda quello dei faraoni nell’antico Egitto. Ma ogni volta che il popolo si raduna per lui, si stupisce. Con gli occhi più grandi di se stesso e il sorriso di un bambino, si guarda intorno. Come se tutto questo non l’avesse creato lui. Come se sul palco, davanti a tutta quella gente, l’avessero trascinato bendato, per scoprirgli gli occhi in quel momento. Lui stesso non se ne capacita e, guardando il documentario, non comprendiamo nemmeno noi come questo sia possibile. Perché Travis sembra non fare mai nulla. Anche quando canta si fatica a vedere la sua bocca muoversi, tanto tiene il microfono vicino al viso.

Vengono mostrati diversi lati del rapper, da Travis il padre, a La Flame l’idolo delle folle, a Jacques il bambino. Ma lui non prende mai la situazione in mano. Non fa che guardare affascinato ciò che gli sta intorno: la gravidanza della partner Kylie Jenner, i raduni di massa ai suoi eventi, l’ascesa al successo. Non reagisce, il massimo che si può ottenere da lui è un «Holy shit!». Poi torna tutto come prima.
Travis Scott è vuoto come le figure in uno stencil. E se Look mom I can fly fosse una ciambella, il buco sarebbe lui.

Travis Scott fotografato da David LaChapelle. Tutti i diritti di David LaChapelle.

Questo film, appena è uscito, ha fatto parlare molto di sé. È saltato nella categoria “I più visti” di Netflix, su Instagram per giorni non si è parlato di altro, in Italia la testata specialistica Noisey ha addirittura titolato un articolo “È un cazzo di capolavoro”. Aprendo le recensioni su IMDb, però, si leggono pareri diversi. Con una media di 6,5 punti su 10, la maggior parte delle persone lo ha recensito in modo negativo. “Very average”, si legge fra i titoli, “Basic”, “Awful unless you’re a huge fan”, “Hardly a documentary”. In generale, gli utenti si lamentano proprio della vuotezza del protagonista, di cui «non è mostrata introspezione psicologica, né talento, ma sembra abbia successo soltanto per chi lo produce, con chi collabora e con chi esce».

Da dove deriva la discrepanza di pareri tra chi già apprezzava il rapper, come i redattori di Noisey, e chi gli si è avvicinato con questo film per la prima volta, come molti degli utenti su IMDb?
C’è una frase interessante, da questo punto di vista, nell’articolo apparso su Noisey: «Il documentario esplicita perché Travis è così grande: ha una capacità incredibile di gasare i suoi fan, che ai concerti si sentono chiamati in causa personalmente.» E continua: «Il risultato, come si vede all’inizio, è una fede che va oltre la musica – un ragazzo si fa fotografare, tutto sorridente, con il naso insanguinato dopo un concerto.»
Quella parola che i redattori usano, fede, sembra l’unica in grado di esprimere davvero cosa sta accadendo. Se è la quarta volta che vai, insieme a migliaia e migliaia di persone, anche a costo di spaccarti il naso, a sentire il tuo idolo, un idolo che si fa chiamare con diversi nomi, che costruisce giostre con la propria faccia, che ogni volta si concede ai tentativi del proprio pubblico in delirio di riuscire anche solo a toccarlo, la fede c’entra qualcosa. Non può essere solo per la musica.

Travis Scott in concerto.

Forse molti degli spettatori che non conoscevano Travis sono rimasti delusi perché non si sono sentiti rappresentati quanto chi ne condivide il culto. Durante tutto il documentario si sentono interviste di fan che ripetono «Travis mi ha salvato la vita» o «Cinque anni fa ero completamente solo, ma quando mi sono ritrovato nei suoi testi ho iniziato a stare bene». Chiunque produca qualcosa vorrebbe sentire frasi del genere, devono essere messaggi che riempiono d’orgoglio un artista. Ma sono le stesse frasi di chi ha appena trovato Dio. Forse, chi già coltiva qualche tipo di fede nei confronti del rapper, è in grado di comprendere meglio la sua passività nel film, che invece ha infastidito gli “atei”.

A un certo punto del documentario, Travis ha appena perso tutti e tre i premi a cui era stato nominato ai Grammy 2019. C’è una scena in cui, poco dopo averlo appreso, deve tornare a suonare. È demoralizzato, non vorrebbe nemmeno salire sul palco. Arriva il sindaco della città a convincerlo con un discorso motivazionale. Camminano insieme verso il pubblico ed è lì che, davanti a tutti, il sindaco gli consegna le chiavi della città. Dalla platea si alzano migliaia di luci e Travis, consapevole del proprio dovere, riprende a cantare. La canzone che sceglie per quel momento ha l’iconico titolo “STOP TRYING TO BE GOD”. Il concerto ricomincia, con i suoi effetti speciali e le solite aquile giganti sospese sugli spalti a bordo delle quali il rapper sale per le sue performance.
Chi non fa parte del culto di Travis si è lamentato di questa scena. Il cantante non mostra determinazione, non ha controllo sulle proprie azioni e, se non fosse per un intervento esterno, neanche farebbe il proprio lavoro. Ma se la analizziamo alla luce della canzone che Travis performa, acquista un nuovo significato. “STOP TRYING TO BE GOD” è un brano particolare che ironizza proprio sugli aspetti negativi della religione. «La Flame is my Shepherd», La Flame è il mio Pastore, recita un verso, mentre il video rappresenta la sua figura come quella di un vecchio barbuto che ci guarda dall’alto. Lui ci scherza sopra, è chiaro, ma proviamo per gioco a sovrapporre davvero la figura di Dio alla sua. La narrazione combacia perfettamente. Il suo rifiuto a salire sul palco ricorda quello di una divinità ferita e la sua resa finale assume i contorni di un sacrificio sulla croce, con tanto di trasformazione in una figura mitologica metà uomo e metà aquila che sorvola i popoli della Terra.

Se interpretiamo l’intero film sotto questa luce, le folle che ballano ai suoi concerti si inseriscono in una tradizione che va avanti da migliaia di anni.

I Salii erano un antichissimo collegio di sacerdoti latini, chiamati così perché avevano l’abitudine di celebrare il culto delle divinità saltando. Si radunavano in lunghe processioni e ballavano per la strada, per scandire il passaggio dell’anno dal tempo militare a quello civile. Ma non sono stati i primi. Anche nell’antica Grecia le Menadi, un gruppo eterogeneo di donne che onoravano il dio Bacco, si trovavano di notte nei boschi per ballare in suo nome. Euripide ha documentato questa misteriosa usanza nella tragedia Le Baccanti. Le donne, appartenenti alle classi sociali più diverse, ballavano nude. Quasi come se, uguali davanti alla divinità, si spogliassero di ogni differenza in casta e ricchezza.

Menade danzante.

Il potere divino del ballo era stato riconosciuto già molto prima, ai tempi delle più primitive danze della pioggia. Come riporta James Frazer nel suo saggio sulla religiosità Il Ramo d’Oro, la pratica del ballo era considerata propiziatoria dalla maggior parte delle tribù indigene di ogni luogo. Fin dai testi religiosi più antichi si sente parlare di danza estatica, un ballo che ci mette in comunicazione con il divino portandoci a perdere qualsiasi senso di attaccamento alla realtà. E dai rituali Kut in Corea a quelli delle tribù San del Sud Africa, la pratica è ancora oggi molto diffusa.

Arte rupestre, corpi danzanti.

Forse, a radunare i fan di Travis Scott, è il richiamo di una danza come questa. A tenerli uniti, la stessa fede comune che univa gli Shakers, un gruppo di calvinisti che nel primo Settecento si trovavano per onorare lo Spirito scuotendosi a ritmo di musica.
Perché, nonostante non se ne parli, anche alcuni rami del cristianesimo si sono trovati a farne esperienza. È il caso dei Christian Revivals, immensi raduni di fedeli che il più delle volte finiscono in dimostrazioni miracolose della presenza di Dio. Uno dei revival più celebri è il Toronto Blessing, che dal 1994 raduna cristiani nella città canadese e dove ogni anno i fedeli documentano episodi soprannaturali come visioni e guarigioni istantanee.

Danza degli Shakers (c.1840)

Due donne, che preferiscono rimanere anonime, sono state intervistate da Artwave.it a questo proposito. Le chiameremo S e M. Entrambe, a un certo punto della loro vita, sono state membri di due diversi gruppi cristiani di preghiera. Ed entrambe, una volta sola, hanno provato nella preghiera una sensazione di estasi. È interessante notare le numerose similitudini fra le due descrizioni degli eventi, pur molto diversi.

Quanti anni avevi quando hai vissuto la tua esperienza estatica?
S: «25»
M: «63»
Dove ti trovavi?
S: «Ero con il gruppo di preghiera, stavamo meditando. La meditazione di gruppo era molto diversa da quella individuale. Ognuno di noi aveva un mantra personale da ripetere durante la preghiera. Il mantra era segreto, potevamo condividerlo solo con il capogruppo. Allo stesso modo, se qualcuno viveva un’esperienza particolare durante le preghiere, aveva il divieto di parlarne. Così, anche quando ho sentito quella presenza non ho potuto condividerlo con nessuno, solo con il capogruppo. Ma sapevo che gli altri erano lì anche un secondo prima, me ne rendevo conto.»
M: «Eravamo in un ritiro spirituale a Rimini, una gita con il mio gruppo di preghiera. Il primo giorno dovevamo andare in questa chiesa. Durante la mattinata non era successo niente di strano, solo che io e mio marito eravamo molto in ritardo. Quando sono entrata stavano tutti già cantando. Appena arrivata ho sentito un’energia fortissima, come se avessi appena toccato il cielo.»

Cos’è successo?
S: «Mi sono spavantata. Ho sentito una grande forza che dal petto mi saliva verso la gola e mi scuoteva in tutto il corpo. Un’energia. Io ho aperto subito gli occhi, non capivo, ma la sensazione subito dopo era bellissima. Era come se in quel momento non mi accorgessi più di nulla, come se mi fossi appena svegliata. Per un secondo non avevo idea di dove mi trovassi, non me lo ricordavo più.»
M: «Io e mio marito abbiamo iniziato a cantare insieme agli altri. Erano canti di adorazione, di trasporto. Dopo poco ho abbassato lo sguardo e mi sono resa conto che il vestito che indossavo era bagnato. Non capivo perché, in realtà in quel momento non capivo più nulla. Poi mi sono toccata le guance e ho sentito che stavo piangendo a dirotto, senza accorgermene. È stata un’emozione bellissima, è durata per tutto il tempo che sono rimasta dentro la chiesa.»

E ricordi bene la sensazione?
S: «Come se fosse ieri.
M: «Ricordo ogni dettaglio perfettamente.»

Il dettaglio comune a queste esperienze è la presenza di un largo numero di partecipanti e di un’attività che allontana i pensieri. Numerose testimonianze riportano episodi di questo genere anche durante lunghi cammini o pellegrinaggi, magari in condizioni fisiche estenuanti come nel brano di San Paolo citato a inizio articolo. Proprio come San Paolo, le due donne intervistate hanno percepito una forte “energia”  improvvisa, che le ha colte di sorpresa. Nei forum online dedicati alla corsa capita di incontrare l’espressione estasi sportiva. Il motivo che sta dietro a questo tipo di testimonianze è che anche lo sport, come la preghiera o il canto, è un’attività totalizzante che allontana i pensieri e induce chi li performa per molto tempo in uno stato semi-ipnotico. La chiave per comprendere questi episodi sembra infatti essere la ripetitività: nessuno raggiunge il Nirvana ripetendo un mantra una volta sola. Il livello di astrazione che si può raggiungere pare proporzionale al tempo che le si dedica e al numero di persone che con noi prendono parte all’attività.

“Estasi di Santa Cecilia”, Raffaello (1514)

Nel caso della danza estatica, la musica serve come forma di meditazione e può aver incanalato il processo. Semplicità, violenza: la musica è uno strumento potente. Il documentario del 1984 Rock my religion, scritto e diretto da Dave Graham, raccoglie le testimonianze del lato più mistico di questo potere. Graham si concentra sulle figure di Jim Morrison e Patti Smith, riportando citazioni e scene di live. Il film, raccapricciante per certi versi, affascina nel sovrapporre spezzoni di folle urlanti dai tempi della Beatles-mania a descrizioni, testo su schermo, di pratiche rituali come quella degli Shakers. Sembra che si stia parlando della stessa, immortale, setta.

Ma Rock my religion non è un caso a parte. Molti studiosi si sono concentrati sul rapporto che intercorre tra spiritualità e musica rock. Il primo a essersi avvicinato all’argomento è Paul Williams, fondatore della rivista di critica musicale Crawdaddy!. In un approfondimento del 1967 dal titolo “Rock is Rock: A Discussion of a Doors Song”, Williams stabilisce un importante paragone tra due canzoni dal primo album dei The Doors. «The End è una canzone fantastica da ascoltare quando si è sballati,» spiega. «Ma Soul Kitchen vi renderà sballati, il che è ovviamente più crudo e più importante: quella canzone è un catalizzatore con potenziale per generare verità

Il parallelo con la religione era davanti agli occhi di tutti, tanto più che Jim Morrison, a differenza di Travis Scott, non tentava certo di dissimulare la propria carica trascendentale. Da quando Williams ha notato quel “potenziale per generare verità”, gli studi con l’obiettivo di mettere in comunicazione queste due realtà si sono moltiplicati. Per analizzarli in questo articolo faremo riferimento a un esaustivo testo di Jonathan D. Cohen, Rock as Religion, apparso nel 2016 sull’Intermountain West Journal of Religious Studies. Cohen fa parte del dipartimento di Storia all’Università della Virginia e cura la rivista BOSS, specializzata sulla figura di Bruce Springsteen. Il testo, di facile reperimento online (lasciamo il link qui –purtroppo non è ancora stato tradotto in italiano), nell’arco di trenta pagine si propone di ripercorrere la storia degli studi musico-religiosi nell’ambito del genere rock.

In riferimento alla figura di Travis Scott, il lavoro di Cohen ci torna utile perché ha il merito di notare due vie distinte per trattare l’argomento. Due categorie. Della prima categoria fanno parte gli studi che ricercano nella biografia dell’artista o nei testi dei suoi brani riferimenti alle religioni tradizionali, un po’ come abbiamo fatto noi con il videoclip di “STOP TRYING TO BE GOD”. Nella seconda categoria rientrano invece gli scritti che pongono il rock stesso come religione alternativa.
Abbiamo quindi un David Chidester, che in un articolo del 1996 sul Journal of the American Academy of Religion propone una lettura cristiana del testo di “Louie Louie” dei Kingsmen. Prima categoria.
Abbiamo un William Shepherd (con un cognome così non poteva scrivere altro), che in una tesi del 1972 per Sociological Inquiry scrive: «La religione pone asserzioni dogmatiche di verità che per cattolici, fondamentalisti e protestanti erano di primaria importanza. Ma per le nuove generazioni l’esperienza religiosa ha peso superiore ai dogmi.» Seconda categoria.
Abbiamo ancora un Robin Sylvan, autore del libro Traces of the Spirit (2002). «Dio e la religione non sono morti,» scrive Sylvan. «Anzi, sono belli vivi e ballano a ritmo di musica popolare» Di nuovo seconda categoria. L’autore cerca di capire “che tipo di religione” la musica pop rappresenti per la gioventù americana: «In che codice possiamo inserire le sue esperienze, pratiche, rituali, simboli, miti, credenze, valori e organizzazione sociale?»
Secondo Cohen è l’ascesa dei cosiddetti pop cults ad aver portato a questo. Cohen sposta l’attenzione dalla religione alla società: è stato il fervore sorto attorno alle figure di riferimento del mondo pop a causare il declino della Chiesa e contemporaneamente la crescita della musica rock.

Tramps in attesa di un concerto di Bruce Springsteen.

È così che sono nate intere comunità legate a particolari artisti, con nomi specifici. I Tramps, fan di Bruce Springsteen. I Parrotheads, patiti di Jimmy Buffet. I Deadheads, devoti ai Grateful Dead. Per Cohen, questi gruppi non sono soltanto un conglomerato di persone con gli stessi gusti musicali. Piuttosto una tribù, che ha trovato nel proprio idolo una casa spirituale per se stessa. «Le comunità di fan» scrive. «Possono essere paragonate ai gruppi religiosi per la loro società affiatata, organizzata intorno a un senso condiviso della fonte del sacro.»

Da The Cult of the King a Bob Dylan and Scripture, negli anni sono stati pubblicati diversi libri a tal proposito. Una serie in particolare merita la nostra attenzione: The Gospel According to–. Dal 2006 al 2011 si sono susseguiti uno svariato numero di lavori con questo titolo, editi dalla casa editrice cristiana Westminster John Knox Press. The Gospel According to The Beatles, The Gospel According to Bruce Springsteen, The Gospel According to U2 e così via. In ogni capitolo della serie, come si può immaginare, viene esplorato il lavoro dei diversi artisti in cerca di un significato di matrice cristiana. Fin lì, non ci aspettavamo niente di diverso. Ma è la parola gospel ad attirare la nostra attenzione. Noi italiani siamo abituati a sentirla soltanto in relazione al genere musicale, ma di per sé, in inglese, gospel significa “vangelo”.

Verso la fine del suo studio, Cohen pone due domande. «In future ricerche dovremo prima di tutto rispondere a questi interrogativi», dice. E non ci prova nemmeno, a dare una risposta. Le lascia lì, per il lettore. La prima domanda è:
Perché questi nessi fra musica e religione vengono evidenziati soltanto nel rock e non negli altri generi?
Proviamo a rispondere. Nella seconda metà dello scorso secolo, il rock è stato il genere in assoluto più diffuso. È più facile che si creino comunità di fedeli attorno a un genere che piace a tutti, piuttosto che a uno meno ascoltato. Un altro motivo è che il declino della Chiesa ha riguardato in primo luogo i giovani, mentre i loro padri continuavano ad andare a messa la domenica. È comprensibile che sia stato trasformato in religione il rock e non il cantautorato folk, per dire. Per di più, il rock affascina. Già quando Pete Townshend dei The Who spaccava la propria chitarra contro il suolo, gli artisti rock erano personalità carismatiche. Strane, pericolose, intriganti e al tempo stesso rassicuranti, perché davano ai giovani il conforto di capire la propria rabbia, o anche solo di vederla rappresentata. Di sentirsi compresi. Questo è, in linea di massima, ciò che qualsiasi religione offre. Un’altra risposta che potremmo dare è che, soprattutto nei primi anni, il pubblico del rock aveva la sensazione di portare la spiritualità in un genere che era suo. Magari non in modo conscio, ma le comunità che si stavano sviluppando rendevano religioso un genere che era di loro proprietà. Questa percezione non si poteva avere, ad esempio, con la musica gospel: un genere che si chiama “vangelo” ce l’ha già di suo, l’elemento religioso. Non puoi sentirne la paternità. Infine, l’ultima risposta a Cohen è che non è vero. Forse a livello universitario non è stato ancora analizzato altrettanto, ma esiste un ponte anche fra religione e musica techno. Un libro italiano, di Claudia Attimonelli, si intitola Techno. Ritmi afrofuturisti, definisce la musica techno come una realtà afrofuturista, che ci rimanda alla tradizione millenaria dello sciamanismo e della danza estatica (il libro, edito Meltemi, è consigliato e lo trovate qui). La religione del pop, diffuso più tardi, è oggetto di studi solo recenti. Nel 2013 la Columbia University ha messo in scena un musical dal titolo SPEARS: The Gospel According to Britney. Anche il rap è un genere fortemente contemplativo, collegato all’Islam dai tempi di Muhammad Ali e del Wu-Tang Clan. Il pubblico del rap, per quanto più difficile da definire, si comporta come Tramps, Parrotheads e Deadheads. Travis Scott ne è l’esempio vivente.

Travis Scott in concerto.

La seconda domanda che Cohen si pone, invece, è più rivelatoria.
Perché tutti gli studi si concentrano su testi, brani, biografia, album degli artisti, ma mai sulle loro esibizioni live?
Eh sì, ha perfettamente ragione.

Abbiamo citato la chitarra spaccata per terra da Townshend. Quel gesto, al concerto del 1967 alla Commack Arena, aveva due valori. Il primo, più immediato, era quello della rabbia. Gli Who sul palco avevano un’energia tale da giustificare la rottura di una chitarra. Ma non è stato un gesto casuale, improvviso: c’è un motivo se il vecchio Pete ha deciso di farlo allora. Stavano suonando una loro hit del 1965, una delle prime a consacrarli alla fama. Il titolo della canzone era My Generation: in quel momento era un’intera generazione a sfasciare la chitarra. E la chitarra, in realtà, era tutt’altro. Era il simbolo di un’era. La sua rottura, una rottura con gli schemi precedenti. Il mondo come lo conoscevamo era appena finito. La musica era diventata qualcosa di diverso e gli Who, insieme a tutti i giovani che li ascoltavano, si erano appena trasformati in pionieri.
L’idea di concept album è nata dalla mente degli Who, con Tommy. Il disco racconta la storia di un bambino cieco, sordo e muto che riacquista i sensi. Forse è un caso ma, nel passo 10 del Vangelo di Marco, a Bartimeo succedeva la stessa cosa.
Esattamente cinquant’anni fa, suonando Tommy sul palco di Woodstock, gli Who hanno portato a termine la prima esibizione di un disco concettuale. Loro, come hanno raccontato in seguito, hanno odiato quel live, ma stavano di nuovo infrangendo le regole. Erano passati solo due anni dalla rottura della chitarra di Pete e ora eccoli a mettere in scena il loro album. Non era un concerto, era una messa.

Pete Townshend, 1967.

Da quel giorno, ogni concerto era un’eucarestia personale dell’artista. Ormai era inevitabile vederla così. I rave illegali nati negli ultimi trent’anni non sono altro che Pasque improvvise, celebrazioni di morte e risurrezione del popolo che festeggia se stesso. Da Peter Gabriel travestito da fiore alla fantasia tigrata dei Kiss, alcuni hanno iniziato ad adottare la maschera da Ministro della propria stessa fede. Ma già soltanto vestirsi sempre allo stesso modo ha le connotazioni di un rito che parecchi artisti rispettano. Anche il trucco di scendere dal palco alla fine del concerto senza aver suonato la propria canzone più conosciuta o di tornare per un bis, magari dopo i cori di incitamento del pubblico, è un rituale. Proprio come nella messa cristiana arriva il momento in cui tutti si stringono la mano, anche i concerti hanno la propria standardizzazione. Sventolare gli accendini alla canzone più romantica, tenere il tempo con le mani a un cenno del batterista, persino applaudire alla fine di un brano. Cohen ha ragione. I live sono la grande mancanza di tutti gli studi sulla spiritualità e, forse, l’elemento più importante.

Woodstock, 1969.

L’unico ad accorgersene è stato Dave Graham, con il suo Rock my religion. A metà del documentario, è presente una rilettura della figura di Jim Morrison. È conosciuto l’episodio del 1969 al Dinner Key Auditorium di Miami, in cui Jim, in concerto con i Doors, si è abbassato i pantaloni e ha mostrato il proprio pene al pubblico. Non era un gesto soltanto scandaloso, ma oltraggioso. Successivamente Jim si è scusato, si dice fosse sotto l’effetto di stupefacenti, se l’è cavata con poco. Ma anche a questo episodio si può dare un’interpretazione simbolica, come per la chitarra di Townshend. Nel documentario ci sono alcuni spezzoni di interviste in cui Jim dichiara all’interlocutore che, sì, sapeva bene che il pubblico percepiva una forma di attrazione dalla sua figura. In particolare dal suo pene. Nel momento in cui sul palco si è tolto i pantaloni, è come se avesse mostrato all’intero pubblico l’oggetto del suo desiderio, delle sue proiezioni.
Alla luce delle considerazioni avanzate finora, possiamo spingerci a definire catartico quel momento. A chiamarlo Rivelazione. Ecco. Jim Morrison che mostra i genitali a una platea è la seconda apparizione del Cristo. Multa, carcere e dichiarazioni, la sua Passione. Quattro ragazzi che bevono birra scadente sulla sua tomba, una Risurrezione.

Jim Morrison, street art. Un’opera di Jef Aérosol.

Jim ci ha sempre giocato sopra, quell’atto è stato solo l’ultima tappa del suo gospel. E funzionava. Il pubblico rispondeva bene alla sua stravaganza. Quando lui si faceva bendare, delirava in preda a tremiti, strisciava per terra a ritmo di nacchere, il pubblico impazziva. Ne volevano ancora, di più, tornavano quattro dieci mille volte ad ascoltare i suoi concerti. Lo seguivano attraverso gli Stati per vederlo e non ne avevano mai abbastanza. Può essere un caso, ma si può dire lo stesso anche di un altro uomo, dalla capigliatura molto simile, nato a Nazareth duemila anni fa. E di Travis Scott. 

Rock my religion è l’unico studio che ha indagato sul rapporto dal vivo con la celebrità e, se riguardiamo il trailer, notiamo che è molto simile al trailer di un altro film. Look mom I can fly. Stesso tumulto adorante, stessa partecipazione. A un certo punto del video, Travis regala le proprie scarpe a un ragazzo nella folla. 

Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
Jim Morrison con le grazie al vento perché il corpo vale più del vestito.
Egli, pur essendo nella condizione di Dio,non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo.
Travis che si sfila le scarpe e cammina scalzo per i suoi fedeli.
Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce.
San Paolo abbagliato sulla strada per Damasco, S e M che ricordano la luce che le ha cambiate a distanza di anni.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.
La pietra ribaltata, le bende per terra, il sepolcro vuoto. Vuoto come uno stencil.

Si potrebbe obiettare che non soltanto i musicisti sono oggetto di questa divinizzazione. Tutti i personaggi riconosciuti dalla cultura popolare portano con sé parte di quel fascino, di quella spinta mistica. Ma, come fa notare Cohen, «Non esiste un fenomeno di fan fiduciosi che basti il tocco di una star televisiva per guarire dalle malattie». È di questo che parlava il manager dei Beatles al Saturday Evening Post. Il Tommy degli Who è un personaggio immaginario, ma se avesse potuto scegliere sarebbe andato a farsi benedire da Tina Turner, non da Lana Turner. La danza estatica esiste perché la musica offre un veicolo per la trascendenza. Anche la Chiesa se n’è accorta e, con la creazione delle prime rock-band cristiane, è passata dall’opposizione al supporto. Oggi il culto dei musicisti è così prolifico che, in posti come gli Hard Rock Cafè di tutto il mondo, conserviamo in teche di vetro gli strumenti che hanno toccato. Come reliquie di santi.

Stella di Michael Jackson sull’Hollywood Boulevard.

Di Jim Morrison si parlava con diversi nomi: Profeta della libertà, poeta maledetto, Re Lucertola. Anche Travis Scott è chiamato in più modi. Il fotografo David LaChapelle ha realizzato un set fotografico dell’uomo a torso nudo, con un cielo di nuvole dorate che si aprono dietro di lui. Artisti come Bowie, Elvis e Bon Jovi hanno sempre avuto per alcuni fan la funzione di amuleto religioso. Quando nel 2018 è scomparso il rapper XXXTentacion, sono scoppiate una serie di cerimonie spontanee per tutta la Florida. «Long live X!», gridavano. Quando nel 2009 è morto Michael Jackson, internet è esploso. Per qualche giorno il mondo si è trasformato in un’enorme chiesa. A metà degli anni ’60 una serie di graffiti ha iniziato a circolare per le strade di Londra: “Clapton is God”. Il chitarrista Eric Clapton si è sempre detto imbarazzato da questa attenzione. Qualcuno però ha iniziato a crederci e, nel giro di un paio di anni, le scritte erano a New York. Chissà se un giorno leggeremo sui muri di Houston che “La Flame is God”. Probabilmente c’è già scritto.

Clapton is God. Londra.

D’accordo, siamo arrivati. Possiamo dire che la tesi di questo articolo era dimostrare che Travis Scott è Dio e tornare tutti a casa. Ma non è così. È l’esatto contrario.

Un tizio che canta su un palco è un tizio che canta su un palco. È la capacità umana di proiettare su di lui simboli di fede e speranza a essere meravigliosa.
Esiste un particolare fenomeno chiamato “effetto della veduta d’insieme”. Tutti gli astronauti dicono di averlo provato nello Spazio. Vedere la Terra nelle dimensioni di una biglia e uno sconfinato nero, l’Infinito, tutt’intorno, ha cambiato la vita di queste persone. Esattamente cinquant’anni fa, mentre gli Who suonavano a Woodstock, l’uomo metteva per la prima volta piede sulla Luna. Tre anni dopo, nel 1972, un astronauta dell’Apollo 17 ha scattato di nascosto durante la missione una fotografia a quella biglia blu. «Sembra così fragile», ha commentato. Tornato sulla Terra, la fotografia è diventata famosissima. Ancora oggi è considerato lo scatto più celebre della Storia. Nel suo ultimo libro (lo trovate qui) Jonathan Safran Foer racconta che la maggior parte degli astronauti che ha sperimentato l’effetto della veduta d’insieme si è detta più disposta a credere nel divino. Molti scoppiano a piangere. Tutti si sono sentiti più in pace con se stessi.
Un tizio che canta su un palco è un tizio che canta su un palco. È il mondo a essere speciale, è il mondo a convertire la gente. S e M affermano che, se quel giorno fossero state sole, non avrebbero vissuto alcuna esperienza estatica. I Toronto Blessing, lo sciamanismo, i rituali Kut e San, le danze dei Salii e delle Menadi funzionano perché vi partecipa una moltitudine. Per capire quanto è potente una moltitudine bisogna salire sul palcoscenico. Gli astronauti dicono che per capire quanto è preziosa la Terra bisogna andare nello Spazio. Nello spazio fra due persone, direbbe Julie Delpy in Prima dell’alba.

Travis Scott fotografato da David LaChapelle. Tutti i diritti di David LaChapelle.

In Rock my religion Patti Smith avanza l’ipotesi che sia il pubblico a esaltare l’artista e non viceversa.
«La registrazione mette una barriera fra l’artista e l’ascoltatore,» ha affermato il chitarrista Jeff Beck. «Ho la sensazione di metterci tutto me stesso solo quando suono live. Se è una buona notte sulla strada e se il pubblico è dinamite, è davvero probabile che io entri in uno stato di coscienza alterata.»
Anche Jimi Hendrix ha detto qualcosa del genere: «Non riesco a esprimermi in una conversazione normale, non mi vengono le parole. Ma quando sono sul palco, beh, quella è la mia vita. La mia religione.»

Patti Smith in concerto.

Noisey aveva ragione. Travis Scott: Look mom I can fly è un cazzo di capolavoro. Per l’intera durata del film Travis non fa che ripetere quanto sia pazzesco vedere tutta quella gente lì per lui. Salta giù dal palco, li abbraccia, si rivolge direttamente a loro. «So che è stupido, ma vorrei essere uno di loro.» dice. «È quello il vero spettacolo.»
Nella scena in cui non vuole più suonare e arriva il sindaco a convincerlo, Travis è San Paolo che ha perso la fede. Il sindaco è un profeta. Tutte le luci che si alzano dal pubblico, quello è lo Spirito che gli illumina la strada. E quando il rapper cavalca l’aquila gigante non è una figura mitologica, ma un bambino sulle giostre di Six Flags AstroWorld.
Agli utenti di IMDb Travis è sembrato così vuoto e passivo perché non poteva essere altrimenti. Uno stencil senza vuoti non significa nulla. Se non avesse il buco, anche la più buona delle ciambelle non sarebbe una ciambella riuscita. La Flame è il fedele Kierkegaardiano, che accetta lo scandalo della spiritualità. È il protagonista di una tragedia greca, inerme al volere degli dei. L’unica differenza è che questa non è una tragedia e lui non è il protagonista.
Più volte nel film fa salire persone a cantare insieme a lui. Quando si ritrovano sul palco, i fan hanno sempre un secondo di smarrimento. Poi il loro volto si apre in un sorriso.
Pete Townshend non è una divinità. Clapton non è una divinità.
Travis non è una divinità. È soltanto un astronauta innamorato della veduta d’insieme che vuole farla provare a più esseri umani possibili. Questo film non è altro che il suo ennesimo tentativo. E ci è riuscito da Dio, holy shit.

Travis Scott fotografato da David LaChapelle. Tutti i diritti di David LaChapelle.

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Estasi di San Paolo: http://www.gliscritti.it/dchiesa/bibbia_cei08/nt51-atti_degli_apostoli.htm#cap_atti_degli_apostoli_22

La recensione di Noisey su Travis Scott: Look mom I can fly: https://www.instagram.com/p/B1tTt6jocc2/?igshid=1ghie9k3itlyw

Recensioni IMDb: https://m.imdb.com/title/tt10856726/reviews?ref_=m_tt_urv

Il ramo d’oro, studio sulle religioni di James Frazer: https://www.sololibri.net/Il-ramo-d-oro-James-Frazer.html

Rock my religion al MoMA di New York (il link per vedere il film è presente nel testo): https://www.moma.org/collection/works/107472

Perché gli Who hanno odiato Woodstock: http://www.vinylmeplease.com/magazine/the-who-at-woodstock/

Le manifestazioni per XXXTentacion: https://amp.theguardian.com/music/2018/jun/30/xxtentacion-cult-how-fans-pay-tribute-to-an-abusive-rapper

Analisi commentata di “STOP TRYING TO BE GOD”: https://www.highsnobiety.com/p/travis-scott-stop-trying-to-be-god-video-references/?format=amp

Religione e musica hip-hop: https://www.youtube.com/watch?v=ScXe4tAKL4M&feature=youtu.be

David LaChapelle per Travis Scott: http://www.lachapellestudio.com/celebrities/travis-scott/

Fonte immagine di copertina: Wikipedia.
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