23 novembre 1890. Questa la data nella quale nasce il primo jukebox. Soltanto una decina di anni prima era stato inventato, da Thomas Edison, il fonografo: rivoluzione incredibile che permetteva di riprodurre la voce umana. In brevissimo tempo, quindi, l’industria musicale si era ingegnata per capire tutti i possibili risvolti commerciali di quella strabiliante invenzione, arrivando alla creazione di un apparecchio che permetteva, dietro l’inserimento di una monetina, di riprodurre un disco in gommalacca contenuto al proprio interno. Solo dagli anni ’30 del secolo seguente, tuttavia, il fenomeno dei jukebox iniziò a prendere piede in maniera massiccia negli Stati Uniti. Anche il nome deve la sua effettiva nascita a questo periodo e si rifà ai cosiddetti juke-joint, dei locali nei quali si ballava e si ascoltava musica eseguita dal vivo dalle juke-band. Così il jukebox raggiunse, in pochissimo tempo, un successo clamoroso: rimpiazza i pianoforti automatici funzionanti a moneta e diventa il principale fulcro di ogni bar e sala da ballo nella nazione. Dopo la tremenda crisi del ’29 il paese era nel pieno di una lenta ripresa, ed è in questo contesto che si inserì la diffusione dello storico mobile: quando, infatti, le prime aziende iniziarono a produrlo, praticamente tutte le concorrenti, vedendosi sfilare da sotto i piedi il mercato dei pianoforti automatici, li accantonarono in fretta e furia per re-indirizzarsi verso il futuro rappresentato dal jukebox.

Un jukebox. (© Wikipedia)

La storia dei jukebox, come quella di ogni grande invenzione, va di pari passo con la cultura e le innovazioni scientifiche. È infatti grazie a queste ultime che nel giro di pochi anni le funzionalità dell’apparecchio sono state perfezionate, permettendo di passare da dimensioni decisamente ingombranti (come quelle dei primi apparecchi che contenevano fino a dieci fonografi diversi) ad una struttura – quella poi diventata iconica – più compatta all’interno della quale i dischi erano posizionati verticalmente ed estratti a seconda di quello scelto volta per volta. Anche l’aspetto e il design, va da sé, conobbero negli anni ’30 un’evoluzione incredibile: da uno scarno mobile in legno senza particolari abbellimenti, si passò già nel 1941 a modelli pieni di cromature e che utilizzavano un’altra grande invenzione di quegli anni: la plastica. La musica era destinata a diventare un mercato florido, e il successo dei jukebox non ne era che la profezia. Durante la guerra, però, la produzione venne interrotta a favore dell’industria bellica che necessitava di tutta la plastica ed il metallo a scapito di prodotti non indispensabili quali erano, evidentemente, i jukebox.

Col finire della guerra, però, la crescita del fenomeno riprese più florida che mai. Il jukebox divenne il vero e proprio cuore pulsante dei bar, abbellito con luci intermittenti e altre attrazioni visive che cambiavano a seconda della canzone scelta. Già, le canzoni, perché in fondo il fulcro di questa importante innovazione dovrebbero essere proprio loro. Dal finire degli anni ’40 i modelli iniziarono ad avere un contatore che registrava il numero di riproduzione per ogni disco, in modo tale da permettere ai proprietari di scartare quelli meno riprodotti e aggiornare l’offerta senza paura di perdere guadagni. Insomma, un primitivo formato delle moderne classifiche di vendita. La colonizzazione dell’immaginario, non solo americano, proseguì poi grazie indubbiamente ad una delle più famose sit-com della storia, Happy Daysche vedeva tra le sue – poche – ambientazioni proprio un bar all’interno del quale campeggiava l’immancabile jukebox che Fonzie puntualmente azionava astutamente con un pugno ben assestato. Insomma, questo oggetto è diventato nel tempo una vera e propria icona, tanto da essere ormai merce ambita non solo da collezionisti ma anche da chi lo desidera come oggetto d’arredo per la propria casa.

© Carl Purcell/Three Lions/Getty Images

Di certo c’è che nel tempo, spianata la strada al mercato musicale, il jukebox ha anche assunto un ruolo che possiamo definire aggregativo, in quanto rappresentava spesso l’unico modo per fruire la musica e lo faceva in un contesto aperto, collettivo. Col tempo, poi, e con la vita delle persone che è diventata sempre più frenetica e inghiottita dai ritmi della società, anche l’industria musicale ha cambiato pian piano forma. Così oggi, con le nostre playlist sui servizi di streaming (e una quantità di canzoni incalcolabile), siamo lontanissimi da quei tempi quando l’unico modo per ascoltare un brano era andare al bar. Anche la concezione della musica è cambiata: non più – soltanto – strumento capace di aggregare e intrattenere, ma anche e soprattutto sottofondo costante che fa da colonna sonora alle singole esistenze, adattandosi ai gusti di ognuno. Un cambiamento radicale che, certo, è avvenuto gradualmente. Di quell’epoca un po’ mitizzata ci rimangono delle immagini dai toni pastello, magari un po’ sfocate, e il fascino per gli oggetti del passato. Un tempo nel quale la musica aveva tutt’altro ruolo, era molto meno accessibile e (ri)producibile. Oggi la società globale e internet danno molte più chance a chiunque di creare musica e di proporla, e questo è senz’altro un progresso fantastico per lo sviluppo dell’arte. Eppure non dobbiamo dimenticarci, mai, anche dell’importanza della condivisione delle emozioni legate alla musica: per questo, lunga vita ai festival, ai concerti, e a tutti quei luoghi dove, ancora, la socialità è posta insieme all’ascolto.

 

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