Definito da sempre “il poeta anarchico”, Fabrizio De André ha accompagnato generazioni e generazioni durante il loro opporsi contro le leggi sregolate dello Stato ed i costumi ipocriti della società. La ribellione e l’anarchia del cantautore, però, non sono spregiudicate, incontrollabili o trascendenti nell’estremismo: sono atti puri, sentiti dal profondo e governati dai sentimenti.
Il canto di Faber, infatti, non grida, non crea fastidiosi ed insensati rumori, non cerca a tutti i costi di riunire le masse protestanti volte a distruggersi tra loro e ad odiarsi, bensì mostra come si può essere ribelli partendo dal cuore, e non dalla foga di esserlo.

© Archival Fine Art pigment print, Guido Harari

Ne Il pescatore, inscena un approccio un po’ bizzarro per i comuni rapporti umani tra un pescatore ed un assassino. Quest’ultimo, non deludendo la sua natura “poco gentile”, chiede a mo’ di pretesa del pane e del vino ad un pescatore, il quale lo accontenta senza troppe domande né paura. Al chiedere da parte dei gendarmi se fosse passato di lì un assassino, il pescatore non li degna neanche di una risposta.
Fabrizio, in questo pezzo, ci parla di un’anarchia senza ritmi incalzanti o parole pesanti di protesta, e lo fa attraverso uno dei gesti più caritatevoli che un uomo possa fare, e cioè aiutare il prossimo, chiunque esso sia (“e spezzò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame”).

La dolcezza dell’anarchia di De André, o l’anarchia dolce, la troviamo anche in “Bocca di rosa”, un elogio all’amore fatto per passione, né per noia né per denaro, che era anche il motto in cui più si riconosceva il cantautore stesso. Si parla di una donna venuta al paesino di Sant’Ilario, che ha scatenato “l’ira funesta delle cagnette”, alle quali con la sua nuova e rivoluzionaria visione dell’amore, fatto appunto per passione e fin troppo discordante con la chiusura mentale della città, aveva “sottratto l’osso” e così, inscenando un teatrale palcoscenico di ipocrisia, i cittadini si rivolgono perfino ai carabinieri per cacciarla. Momento in cui De André non esita neanche qui a manifestare la propria anarchia, scatenandola con un pensiero sottile sulle forze dell’ordine: “Spesso gli sbirri e i carabinieri al proprio dovere vengono meno ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno”.

La canzone termina dolcemente, negando il tono iniziale con cui le comari giudicarono bocca di rosa, e vede così tutti i cittadini che salutano la donna malinconici di una visione anarchica e nuova dell’amore che li aveva sfiorati appena, ma abbastanza per rivoluzionare gli animi nascosti dietro l’ipocrisia di un paesino: “addio bocca di rosa, con te se ne parte la primavera”. 

Fabrizio De André, 1974 © Getty Images

L’anarchia di De André, immortale antidoto contro la società, viene espressa con l’uso di versi, imponendosi poeticamente negli animi di chi lo ascolta, divenendo un grande atto rivoluzionario contro i conformismi e l’abuso di potere, il più duraturo tra l’altro, quello che non solo impressiona come i milioni di cortei fatti in piazza per protestare, ma trascina gli animi di tutti noi, li travolge, li segna come con un “marchio speciale di speciale disperazione”(in Smisurata preghiera) .

De André ha addolcito l’istinto anarchico dell’uomo, l’ha reso un sentimento, ci ha fatto sentire e ci fa sentire rivoluzionari anche solo ascoltando le sue parole, restando seduti nelle nostre case con un suo disco all’ascolto, dandovi ognuno un valore diverso, capovolgendo l’idea di rivoluzione, partita prima da un poeta che da un protestatore.

Una rivoluzione che inizia dall’animo, sentita e percepita come un sentimento puro, è immortale, non è figlia di alcuna era, ma di tutte e resta attuabile contro ogni forma di società presente e futura.

«E adesso aspetterò domani
per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia
così preziosa come il vino così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.»

         (“Se ti tagliassero a pezzetti”, De André)
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