Primi trenta secondi del film:

Scuro. Riflettori. Cappello da cowboy, pasticche arancioni. Pubblico in delirio. Linea di basso, linea di basso, pubblico in delirio. Via il cappello, chitarra cazzuta.

Bradley Cooper non aveva la minima esperienza come regista. Bradley Cooper voleva farlo vero. I conduttori dei Late Night show non riescono a dire altro. Stephen Colbert, Ellen e pure quel mattacchione di Jimmy Fallon. ​Oddio amici telespettatori questo film tocca livelli di scrittura straordinari strazianti strabilianti, sembra tutto così vero.

Il film è uscito nel 2018, ha una durata di 135 minuti ed è un rifacimento del soggetto “È nata una stella”​ di William E. Wellman (abbiamo censurato dettagli troppo rivelatori per evitare spoiler)

Non è la classica storia d’amore vista e rivista al cinema. È vista e rivista e rivista e rivista. E ancora rivista, se consideriamo un ​musical drama​ di Bollywood del 2013. La pellicola di Bradley Cooper è il quarto remake dell’​A Star Is Born​ originale del 1937. Una trama così ovvia che si può indovinare il finale solo guardando la locandina. Eppure il conto non torna, ci dev’essere di più. O l’intera giuria degli Academy Awards è entrata in menopausa la scorsa estate, o almeno qualcuna delle vittorie del film agli Oscar dev’essere meritata. E un motivo c’è. Per quanto le loro interviste sembrino una messinscena, i presentatori televisivi non hanno tutti i torti: è vero, sembra vero.

Anno 2019. Il solitario ranger milanese ordinò al barista di servirgli il solito. Aggiunse di farlo in fretta, aveva adocchiato una pupa. Lei era seduta al tavolo dietro, con un’amica. Parlava di un film candidato agli Oscar e aveva la voce più angelica che avesse mai sentito. «Sì, quello con Lady Gaga struccata.» diceva. Il solitario ranger milanese si girò per fare colpo, inserirsi nel discorso. Guardò la pupa negli occhi e ci lesse qualcosa. Cercò di distogliere lo sguardo, ma era troppo tardi. Ormai sapeva anche lui. «Sono uscita dalla sala piangendo, è stato così toccante.» continuava a dire la pupa. Il ranger solitario si era appena spoilerato non solo la trama, probabilmente l’intero copione di ​A Star Is Born.

Anche la colonna sonora è realistica. Forse è perché nel film un attore suona e un’icona del pop recita, forse perché l’arco narrativo segue l’esordio di una cantante. È difficile dire dove inizi l’opera musicale e dove finisca quella cinematografica. I brani che si sentono sono davvero cantati dagli attori sul momento, mentre recitano. Niente playback. È come se i due stessero e non stessero fingendo. Lady Gaga canta davanti a folle immense da anni, ma in alcune scene è riuscita a rendere credibile la paura e l’eccitazione di una ragazza che sale sul palco per la prima volta.

Bradley Cooper nel film le dice «Devi fidarti di me» e lei a tutti gli intervistatori racconta che è stata la prima frase che le ha detto anche nella vita reale. «Non so ancora molte cose su questo film, ma devi fidarti, una la so: come deve iniziare». Scuro, riflettori, cappello da cowboy. I due hanno avuto questa conversazione nel 2016. La sera prima Bradley aveva sentito Lady Gaga cantare “La Vie en Rose” per un concerto benefico a Los Angeles. Il mattino dopo si è presentato sotto casa sua con la proposta di recitare in un suo film.
«Ma io non ho mai recitato…»
«E io non ho mai diretto.»
Anche nel film si conoscono così. Ma anziché all’evento benefico ai giardini Sean Parker’s, Bradley la sente cantare in un locale di drag queen. Gaga, anziché artista di fama mondiale abituata a indossare voluminose bolle di plastica o pellicce di carne cruda, nel film è solo la cameriera del bar in cui si conoscono. E in quel momento Bradley decide di lasciarla salire sul palco con lui, non di vincere un premio Oscar insieme a lei.

Sembra tutto così vero perché è vero. L’intesa fra i due è reale. Quando suonano “Shallow”, miglior canzone originale alla notte degli Oscar, è proprio una preparazione meticolosa a dare alla scena la sensazione di ​improvvisato.​ Molto spesso sul palco li si vede chini a scambiarsi sussurri. Come Gaga ha rivelato in seguito, lei e Bradley avevano un linguaggio in codice per lanciarsi i segnali.

Tony​ = “mettici più emozione, pensa a Tony Bennett”
Ninja​ = “resta concentrato, come un assassino”
Non potevano permettersi di sbagliare perché si trattava di veri concerti. A comporre il pubblico non erano comparse, ma spettatori paganti. Le riprese sono state girate durante grandi eventi live.

L’intimità tra i due era tale che, quando sul palco degli Academy Awards Lady Gaga ha ricevuto l’Oscar per la miglior canzone, ha detto: «Bradley, non c’è una sola persona sul pianeta che avrebbe potuto cantare questa canzone con me, a parte te». Si vocifera addirittura che l’annullamento del suo matrimonio sia stato causato proprio dall’eccessiva “vicinanza” a Bradley Cooper

Per il film Lady Gaga ha curato la propria immagine scegliendo di non curarla: niente trucco, capelli naturali. Come ha raccontato alla ABC News, quello per lei è stato recitare. Non è mai stata una cantante timida, già agli esordi voleva raggiungere quella “fama” da cui il suo primo disco prende il titolo (​The Fame​, 2008).

È questo continuo gioco tra calcolo e spontaneità a rendere la colonna sonora vendibile anche come album. Alla fine di questo si tratta, di vendere. Non si può dire che ​A Star Is Born ​non sia un prodotto commerciale. Una buona trovata che, oltre a convincere la critica, ha innanzitutto coinvolto il pubblico. Ma c’è arte in questo vendere. C’è la volontà di creare un’opera che venga ricordata. Un ruolo già interpretato da attrici come Janet Gaynor, Judy Garland e Barbra Streisand era una scelta facile, ma proprio per questo coraggiosa. Dopo il Golden Globe, la nomination di quest’anno come miglior attrice protagonista era meritata.

Ha cercato uno stile, ha cercato il suono perfetto per la voce. Potente ma nascosto, fiero ma sofferente. Per raggiungerlo ha chiesto aiuto a Mark Ronson, produttore discografico che nel 2016 aveva collaborato alla realizzazione del suo precedente disco, ​Joanne.​
Lo stesso ha fatto Bradley con il supporto di Lukas Nelson, leader della band di Neil Young. Ha definito la colonna sonora «un’evoluzione, come la storia». Prima delle riprese ha imparato a suonare chitarra e pianoforte e, ispirandosi al cantautorato canadese, ha creato un personaggio a metà fra country e rock, dal timbro graffiante.

La musica è diventata un vero e proprio personaggio nel film. Non c’è un verso in un qualsiasi punto della storia che non abbia esattamente a che vedere con dove loro si trovino o con quali siano le loro speranze, i loro rimorsi. “Era quello il nostro pannello di lancio, da lì in poi si trattava solo di scoprire quali canzoni si incastrassero nei posti giusti.” (Bradley Cooper, a Entertainment Weekly)

Per certi versi il disco è più evocativo del film. Soprattutto nella versione completa, arricchita di qualche dialogo fra le canzoni, racconta la storia come farebbe un concept album. È un progetto ambizioso, che raggiunge sonorità pop che Lady Gaga non aveva mai esplorato.
Hanno rischiato grosso. Non di azzardare esperimenti troppo artistici ma, al contrario, di cadere nel superficiale. È questa banalità lo ​shallow d​a cui i personaggi vogliono tenersi lontani. Un flirt con il mondo moderno, nel quale è difficile sia adeguarsi a essere felici che ribellarsi e cercare una strada propria, diversa da quelle già battute.

Il paradigma del progetto sta qui. Copiare il remake di Barbra Streisand, ma impressionarla tanto da spingerla a fare visita al set durante le riprese. Sporgersi sull’orlo dello ​shallow​, ma non cadere mai. E se qualcuno ha davvero mai detto che il naso di Lady Gaga è troppo grosso per il mondo della musica, la notte degli Oscar ha dimostrato che almeno non lo è per quello del cinema.