A dieci anni dal suo esordio in Italia, X Factor si mantiene tra i programmi televisivi di maggior successo. Ma qual è davvero lo stato di salute di questo format?

Come ogni programma che si rispetti, al suo esordio aveva rappresentato una grossa novità nella tv nostrana: eravamo tutti ancora più o meno ignari della potenza con la quale l’onda anomala dell’avvento dei social ci avrebbe investito, figli illegittimi del televoto e tutto sommato fedeli al tubo catodico.

Quello che prometteva il programma era sostanzialmente portare la musica sul teleschermo, offrire a chiunque una possibilità di mettere in mostra un talento, una parvenza di bravura. Il risultato è quasi da subito stato duplice: da una parte l’intrinseca presenza di innumerevoli personaggi alla ricerca del loro quarto d’ora alla Andy Warhol, dall’altra la costruzione di una retorica fondata sullo straordinario, sull’eccezionale (“Pensi di avere il fattore X?”) che si è dimostrata tanto sottile e accattivante quanto subdola e illusoria.

Subdola perché dietro di essa si nasconde e si è sempre nascosta un’operazione di marketing, in fondo, orientata a costruire storie e creare personaggi che parlassero dritti alle persone, ai loro sogni e bisogni: la semiotica potrebbe sguazzarci a piacere, tra gente-che-sembrava-incapace ed è stata trasformata in fenomeno (Nevruz, is that you?) e brutti anatroccoli trasfigurati in maestosi cigni (per non più di una stagione televisiva).

In effetti è vero però che l’idea che chiunque potesse raggiungere il successo è stata fin dal principio una premonizione della democraticità di internet, sul quale negli scorsi anni si è di fatto trasferito il palcoscenico. Molto spesso capita anche che le due strade si incrocino, passando così dalle cover in cameretta ai talent show, oppure, come il caso clamoroso di Benji e Fede, direttamente alle file di una major. Difficile riconoscere meriti e colpe del ruolo di X Factor in questo cambiamento di prospettive, che è anche una rivoluzione culturale portata dall’abbattimento delle barriere tra pubblico e privato, tra ciò che si è e ciò che si fa.

Per questo anche la bufera sul vincitore di quest’anno, Anastasio, smaschera in un certo senso questa confusione: il fatto che il rapper napoletano abbia messo like a post di Salvini, Trump, CasaPound ha messo l’opinione pubblica di fronte a un’opinione privata, riportando alla luce un tema annoso come quello della separazione tra arte e pensiero: è davvero possibile attuarla, a maggior ragione in un tempo nel quale, come dicevamo, non è facile essere soltanto famosi?

Uno show come X Factor, con le categorizzazioni e le costruzioni retoriche che ha edificato, ha senz’altro contribuito a propagandare un’idea di successo molto più appetibile, anche se al prezzo di bruciarlo in fretta: prova ne siano gli innumerevoli protagonisti che sono finiti nel dimenticatoio; X Factor però ha anche mostrato tutti i suoi limiti dal punto di vista puramente artistico, proponendo niente di più che la solita merce, buona per colonizzare le classifiche e fare un po’ di guadagno prima di scomparire per sempre da ogni cronaca e ricordo.

Il rapper Anastasio, vincitore di X Factor 12

Cos’è, allora, che ancora piace al pubblico che continua a seguirlo appassionato (anche se, e lo abbiamo testimoniato pure in redazione, sembra pian piano perdere appeal)? Anche i numeri dell’edizione di quest’anno sono sostanzialmente più che positivi, grazie senz’altro anche alla capacità di adeguarsi ai tempi, mantenendosi attuale con, tra le altre cose, esibizioni live di artisti internazionali e una produzione molto costosa ma che sa quello che fa.

Probabilmente il più genuino interesse sta proprio nel voyeurismo del pubblico che, in fondo, conosce benissimo il meccanismo di narrazione che c’è dietro, o quantomeno ha una vaga sensazione di familiarità con tante altre storie che ha letto, visto, sperimentato: il punto è capire quanto questa stia influenzando la nostra percezione e se non ci faccia credere davvero che dietro quel che è un prodotto commerciale ci sia qualche verità profonda e inattaccabile.

Dopotutto l’artista, forse, dovrebbe essere artista per necessità propria – prima – e del resto del mondo – poi. Quando però la seconda vuole primeggiare sulla prima, le due finiscono per collidere tristemente senza nessuna produzione di energia.

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