Per preparare dei gustosi pancakes all’americana bisogna mescolare con una frusta del latte e un uovo, aggiungere poco per volta la farina e del bicarbonato, e infine mescolare bene finché la pastella risulta liscia e omogenea (non troppo liquida e non troppo corposa). Fatto? Ora nell’impasto ci mettiamo due vongole, la Nutella e una spolverata di paprika. Se non è abbastanza, aggiungete a piacimento anche una lampada alogena e un comodino Ikea. Non ci siamo, vero? Ecco. Non posso vedervi, ma posso indovinare la vostra faccia in questo momento. No, non sono un mago, è semplicemente la mia stessa espressione all’ascolto della colonna sonora del remake del film Charlie’s Angels.

Il singolo Don’t Call Me Angel si è imposto all’attenzione di tutto il mondo solo qualche giorno fa, e vede protagoniste Ariana Grande, Miley Cyrus e, niente di meno che, Lana Del Rey! Esatto. Lana Del Rey. E no, non interpreta il ruolo della mamma delle prime due. E se la sua presenza vi sembra poco adatta solo a livello anagrafico, vi state sbagliando. Il problema è proprio un’accozzaglia di stili ed elementi diversi, innestati senza riguardo su una canzone scartata dall’ultimo album di Ariana.

Già dall’inizio che Miss Grande prende il predominio sulle altre due cantautrici, monopolizzando la canzone con una serie incessante di tre fastidiosissime note ripetute ad oltranza. Anche nel videoclip, se le altre provano a interpretare il ruolo dell’agente segreto, lei no. Si riproduce in una parodia di sé stessa, fra piumaggi e strusciamenti vari sull’arredo della location. (No, neanche a Fabio Volo piace questo elemento). Un tale imbarazzo non ha precedenti! Lei non ci prova nemmeno: Ariana interpreta il ruolo di Ariana Grande, che, nonostante i suoi 26 anni, non riesce a non apparire come se ne avesse eternamente 16.

Miley fa capolino durante la prima strofa. È grintosa, e stacca di molto Ariana Grande. Nel videoclip, però, anche lei precipita a picco. Immaginatela concorrente di una puntata di Tale e Quale, con Conti che le chiede di interpretare la Shakira del 2001. Risultato? Disastro. È difficile non canticchiare Whenever Whenever durante tutta la sua parte.

Immagine tratta dal videoclip ufficiale

Riprende quindi Ariana Grande, che canta il resto del brano senza cambiare minimamente l’esito disastroso ottenuto fino a quel momento. Siamo quasi alla conclusione del brano quando appare lei. Nel momento in cui ogni speranza è persa, Lana prende in mano la faccenda e la risolleva completamente. La sua voce, calda e avvolgente come un pile a dicembre, accorre in soccorso delle colleghe in evidenti difficoltà. Apporta una quota audace ed affascinante, credibile nota per nota, parola per parola. La domanda che ci facciamo però è la seguente: basta?
Bastano venti secondi di assoluta goduria musicale a salvare le sorti di una canzone già in partenza pensata male?

La risposta è no.
Don’t Call Me Angel non è salvabile sotto nessun punto di vista. È un disastro con pochi precedenti. Un inno femminista, dicono loro, ma che di femminista ha veramente poco. L’intenzione è quella di celebrare l’autodeterminazione femminile, ma il risultato è tragicomico. Aria fritta venduta bene per sponsorizzare un film che, mi auguro vivamente, sia meglio della sua colonna sonora.

Ah, gira su YouTube un video di un’ora in cui la parte di Lana viene ripetuta ad oltranza. Mi sento di consigliarvi l’ascolto di quel video, più che del videoclip ufficiale. Quello sì che è un pancake fatto bene!

Immagine tratta dal videoclip ufficiale

Immagine di copertina da Popcrush

© riproduzione riservata