Poche, pochissime, sono le realtà musicali che in Italia riescono a polarizzare l’opinione – più o meno – comune quanto il fenomeno della trap. Ancor di più, all’interno della scena, nessuno ne incarna limiti e – eventuali – pregi meglio della Dark Polo Gang. Quello che spesso si manifesta non è soltanto un discorso strettamente legato alla qualità artistica degli interpreti, ma si allarga facilmente ad analisi sociologica di un’intera generazione.

La trap

In Italia, la trap è arrivata coi suoi tempi, sulla scia di un’espansione che ha interessato dapprima soprattutto la Francia. Certo: gli Stati Uniti rimangono pur sempre il brodo primordiale, ma l’evoluzione europea di questo particolare sottogenere dell’hip-hop ha assunto fin dall’inizio e inevitabilmente caratteristiche diverse. Non c’era (e non c’è), com’è ovvio, lo stesso humus nel quale proliferare: così la trap, in particolare quella italiana, si propone come una copia carbone particolarmente fine a sé stessa. Di conseguenza le tematiche affrontate, scimmiottando i trapper d’oltreoceano, appaiono ben presto al limite del ridicolo. L’ostentazione delle donne, dei soldi, delle droghe, delle macchine, il linguaggio sboccato appartengono, certo, a un certo immaginario hip hop. Che questo immaginario sia quello di ragazzi piccolo borghesi di Milano o Roma è questione sulla quale sospendiamo il giudizio.

DPG 777

Sembra il codice di un volo aereo, a ben guardare. Invece sono due delle sigle che rimandano immediatamente al progetto romano. Quando sono sbarcati sulla scena, è innegabile, hanno portato non pochi stravolgimenti. Insieme a Sfera Ebbasta e soprattutto grazie alla indiscutibile qualità delle produzioni firmate quasi sempre da Sick Luke, l’esasperata esaltazione del nulla dei testi della DPG ha da subito delineato giudizi contrapposti nella scena. Non sono mancati, nel tempo, numerosi dissing nei loro confronti (pensiamo a quelli di Achille Lauro, Gemitaiz Inoki). Centro del dibattito, prima ancora delle tematiche, è l’evidente incapacità a rappare, elevata – per sfregio – a cifra stilistica. Insomma per fare trap (questa trap) non hai bisogno nemmeno di saper infilare due barre in rima di seguito. Forti di questa riconoscibilità, la DPG spopola su YouTube e diventa particolarmente affascinante per un pubblico, in gran parte molto giovane, che di rap mastica generalmente poco o nulla. Qui, in effetti, sta l’unico merito della scena trap capitanata – anche – dalla DPG: quello di aver avvicinato un numero impressionante di ragazze e ragazzi alla musica. Questo non è mai un male.

‘DARK BOYS CLUB’

Rigorosamente in MAIUSC, ‘DARK BOYS CLUB’ è il nuovo disco della Gang uscito in questi giorni. In realtà soltanto il secondo a vedere la luce sotto il nome del collettivo, dopo ‘Trap Lovers‘ (2018). Dopo l’abbandono di Side, quel disco li aveva ufficialmente consacrati a macchiette-trolleggianti, figurine di plastica buone per le serate in discoteca. Intendiamoci: dal punto di vista “musicale” (le virgolette sono d’obbligo non tanto per sollevare dubbi sull’effettiva appartenenza al concetto di musica, ma per slegarci dai personaggi) ‘Trap Lovers’ non era nemmeno male. La ricetta indovinata consisteva nel mostrarsi apertamente per quello che erano (e sono): macchiette-trolleggianti. Nessuna pretesa di verismo, ma la consapevolezza di essere personaggi fatti e finiti. Poteva, vista così, preludere ad un’evoluzione interessante per il futuro del gruppo, e per questo ‘DARK BOYS CLUB’ risultava quantomeno tiepidamente atteso. Spiace invece constatare che il discorso non continua sugli stessi binari. Forse perché il prodotto trap “nudo e crudo” ha esaurito tutta la propria già carente palette di argomenti (bitch – droga – cash), e chi non sa andare oltre rimane impantanato. Così quest’ultimo disco, una raccolta di mixtape piena zeppa (come da ormai diffusa tradizione) di featuring, prova a riportarci agli esordi, ricercando sonorità grezze e dure. Ma è un gioco stanco, non ha più corpo.

Verso la fine di una scena

DARK BOYS CLUB cosa rappresenta, allora? Un ulteriore, ennesimo passaggio intermedio verso qualcosa che non riusciamo nemmeno troppo a delineare? Perché se la Dark Polo aveva dei limiti (e, onestamente, li aveva) stavano tutti nei loro cliché presi fin troppo sul serio. Soltanto che non è facile superare il proprio personaggio quando si è diventati tutt’uno, quando esso non è strumento d’espressione ma una posa che appanna ogni concetto. Perché, d’accordo, tutti ci siamo – alla peggio – fatti qualche risata guardando i loro video o le storie su instagram; li abbiamo anche osservati, con sincero interesse, inventare quasi da zero la scena trap italiana. Ma se in tanti hanno fatto della trap un mezzo per sfruttare le contingenze (vedi Ghali, o Tedua), loro ci sono rimasti incastrati. Senza sufficiente coraggio per decidere una volta per tutte di essere delle simpatiche maschere contemporanee, ma al tempo stesso senza sufficiente talento per diventare qualcos’altro. Non bastano i feat (soprattutto se Salmo diventa, in questo contesto, parodia di sé stesso) a nascondere la pochezza di un disco come questo. Puoi tirare avanti per un po’ anche con soltanto un paio di concetti, e loro l’hanno fatto talvolta perfino discretamente; ma dopo cinque anni il giochino sembra essere obsoleto, e loro non hanno saputo trasformarlo in nulla di interessante. Potevate diventare i Pop X della trap…

 

 

immagine di copertina: © Damiano Meggiolaro
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