di Davide Pirocci

Per molti di noi si è trattato di un cantante, per altri di un musicista. Per altri ancora di un cantautore, oppure di un poeta, di un saggio, di un maestro. Eppure, nonostante le tante alternative, l’utopica operazione di trovare un epiteto perfettamente calzante per Fabrizio De André, risulta un rompicapo impossibile da risolvere. Perché “Faber”, nomignolo affidatogli dal più caro dei suoi amici Paolo Villaggio, è stato molto più di quello che un termine possa riuscire a conferirgli.

Dato il successo del suo nome, riesploso negli ultimi anni tra film a episodi e omaggi dei più svariati generi, questo pezzo non ha l’obbiettivo di avventurarsi in un nuovo elogio dell’opera di De André, né la presunzione di tentare di mostrare un nuovo lato del suo personaggio. Lo scopo, infatti, è quello di provare a trattare un aspetto forse poco marcato, o quantomeno affrontato da un solo punto di vista.

Fabrizio De André

Il poeta e cantautore Fabrizio De André in concerto a Milano, 1976

L’argomento in questione è: qual era la vera opinione di Fabrizio De André sul festival di Sanremo?

A una settimana dall’annuncio del vincitore del Festival della canzone italiana, spesso ci si è potuti chiedere quale fosse la ragione per cui un artista del calibro di Faber, genovese DOC oltretutto, abbia sempre deciso di non partecipare alla competizione più importante della musica nostrana.

Questa è l’epoca della demonizzazione del mainstream, un’era in cui la dignità artistica sembra essere considerata inversamente proporzionale al successo ottenuto. Si potrebbe pensare, quindi, che per un artista di alto livello il palco dell’Ariston possa essere come l’acqua santa per il diavolo, se la volontà è quella di rivolgersi ad un pubblico colto e di grande sensibilità artistica. Escludendo tassativamente l’audience borghese, visto che Sanremo è quel luogo in cui si concretizzano tutte le caratteristiche dell’italiano medio. Il teatro dove si mostra lo spettacolo per cui si entusiasma il “popolino”.

La realtà, però, è che Fabrizio De André non ha mai voluto essere accostato a “questo” o “quell’altro” tipo di platea. Non ha mai concesso l’esclusiva a nessuna fetta o nicchia del pubblico italiano. E una parte della sua grandezza risiede proprio nella sua capacità di essere riuscito a dialogare con qualsiasi tipo di spettatore, di qualsiasi classe sociale o ideologia politica, rendendosi universale sia nello spazio che nel tempo.

Fabrizio De André © Getty Images

Fabrizio De André, 1974 © Getty Images

Escludendo questa motivazione, quindi, qual è il motivo per cui Faber ha scelto di non prendere mai parte a questa illustre e storica competizione?

In una rara intervista, consultabile anche su YouTube, Fabrizio De André rivela la sua motivazione e dà la sua risposta dicendo:

“È una competizione di ugole, per certi versi potrebbe definirsi quasi una competizione sportiva dato che le corde vocali sono pur sempre dei muscoli. Essendo io non abbastanza attrezzato per fronteggiare corde vocali indubbiamente migliori della mia preferisco non prenderne parte. […] Dovrei quindi presentarmi andando ad esprimere i miei sentimenti o il modo in cui li esprimo, e credo che questo non possa essere materia di competizione”

È con questa constatazione, dunque, che un poeta del calibro di De André prende atto dell’inadeguatezza di prendere parte ad un certo tipo di competizione per il tipo di artista che lui era. Non si tratta di scostarsi dalla “mediocre borghesia”, né di invettiva alla popolarità (e quindi al Festival). Né tanto meno di critica ad una manifestazione che, volenti o nolenti, ci rappresenta e ci dà prestigio in tutto il mondo.

Il punto su cui soffermarsi, perciò, quando si parla del dualismo fra artisticità e popolarità raggiunta attraverso il festival di Sanremo, è che in fin dei conti si tratta di “una gara fra ugole”, e per mostrare l’abilità muscolare delle proprie corde vocali (tolte rare eccezioni) è necessario un brano che porti e supporti il raggiungimento di tale obbiettivo.

Per quello che riguarda il pensiero di Fabrizio De André sul festival e la sua mancata partecipazione, invece, si potrebbe concludere riassumendolo così: si potrebbe far gareggiare un ciclista contro un motociclista? È chiaro, entrambi viaggiano su un mezzo a due ruote e per tutti e due l’obbiettivo è tagliare per primi il traguardo. Ma si tratta di due sport diversi.

In sostanza, quindi, è semplice: Faber non ne ha mai preso parte non per denigrazione, ma perché, signore e signori, qui parliamo di un’altra cosa.

Immagine di copertina: © Urban Post
© riproduzione riservata