Nel 2002 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’11 dicembre come International Mountain Day. Secondo l’Assemblea questa giornata dovrebbe incoraggiare la comunità internazionale alla sensibilizzazione verso lo sviluppo sostenibile della montagna. Questo perché le montagne forniscono acqua, energia e cibo – risorse che saranno sempre più scarse nei decenni a venire. Le montagne coprono circa il 22% della superficie terrestre, giocando un ruolo critico nel trainare il mondo verso una crescita economica sostenibile.

Nonostante ciò, però, le montagne sono estremamente vulnerabili per il cambiamento climatico, la deforestazione, il degrado ambientale e i disastri naturali. Il tema di quest’anno è Mountain Cultures: Celebrating diversity and strengthening identity.

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Queste informazioni – sebbene importanti poiché rilasciate da istituzioni di un certo livello – ci lasciano indifferenti. Sarà per l’imbarazzante proliferazione di giornate mondiali? Da quella dell’amicizia a quella del pancake, ogni giorno sembra istituito per qualcosa, per qualcuno (vivo o morto) da ricordare, o peggio ancora, per un valore o un sentimento da celebrare sbrigativamente attraverso uno slogan, una gif glitterata o una canzone.

Cosa c’entra la musica con la giornata internazionale della montagna? Assolutamente nulla. Se escludiamo canti scout come L’acqua, la terra e il cielo, i musicisti non pensano granché alla montagna nel loro esercizio artistico. La natura serve solo come un espediente retorico, quando si ha bisogno di esprimere con una metafora uno stato d’animo o una caratteristica della/e persona/e a cui è dedicata la canzone (because we separate like ripples on a blank shore in rainbows, canta Thom Yorke in Reckoner). La natura, e la montagna in particolare, può essere ispiratrice, ma non è mai destinataria di musica.

In questa consuetudine non è necessario scorgere la conseguenza del legame reciso fra uomo e natura, né allarmismi sull’incapacità dell’uomo di ritrovarsi nella sua essenza più cruda, né il pericolo apocalittico di ritrovarci in un mondo arido, pieno di inceneritori e centri commerciali (gli Arcade Fire in Sprawl II lamentano: Dead shopping malls rise like mountains beyond mountains). In Last Great American Whale, Lou Reed diceva la sua: Americans don’t care too much for beauty, they’ll shit in a river, dump battery acid in a stream, they’ll watch dead rats wash up on the beach, and complain if they can’t swim.

Crediamo si tratti più che altro di questo: la bellezza della natura, delle montagne in particolar modo, non richiede nulla; non siamo più capaci di fermarci davanti a una cosa così perfetta senza dover per forza pensare (a quanto è grande Dio, a quanto il mondo faccia schifo, a quanto sarebbe bello isolarsi per sempre), fotografare, inviare, condividere, postare. È un pericolo smettere di pensare, perché così facendo in molti si sentono in diritto di non pensare alle conseguenze delle loro azioni, come gettare bottiglie di plastica nel fiume. Ma a cosa hanno portato decenni di campagne informative e persuasorie sull’ecologia? Quanti “Meditate gente, meditate” sono stati utili? In certi casi non serve pensare, visto che lo facciamo male.

In musica esistono due filoni che sono legati più degli altri alle vette: quello della musica classica, che potremmo definire filone colto, e quello della musica popolare. Nella prima categoria la montagna rappresenta l’unione fra terra e cielo, nell’età in cui gli dei non abitano più su una montagna come il Monte Olimpo, essendosi trasferiti ai piani alti. Non è un caso che si segni la nascita dell’alpinismo a fine ‘700, proprio quando la montagna non è vista più come ostacolo alla vita, o come luogo abitato da demoni e streghe. Oggi possiamo scrutare il mondo non solo dai picchi delle montagne, ma anche dall’alto degli aerei, sfidando lo sguardo di chi prima si credeva potesse benedire il musicista per la sua arte.

Le Dolomiti (fonte: www.moviment.it)

Le Dolomiti (fonte: www.moviment.it)

Altezza e stabilità, ma anche timore reverenziale, un po’ come quello che gli stromboliani nutrono per Iddu, appellativo per il vulcano Stromboli. Colui-che-non-deve-essere-nominato. Il poema sinfonico Una notte sul Monte Calvo (1868), di Modest Musorgskij, è stato conosciuto dal pubblico grazie al film Disney Fantasia. Nella scena vengono riproposte le creature demoniache della notte magistralmente musicate nel lavoro del compositore russo.

Richard Strauss compose la Alpensinfonie tra il 1911 e il 1915. La Sinfonia delle Alpi rappresenta la descrizione, dall’alba al tramonto, di un’avventura che il compositore ebbe da ragazzo (l’opera sarà pertanto definita un ritorno al sinfonismo descrittivo). Strauss sentiva un legame viscerale con le montagne, con le Alpi Bavaresi, tanto da mettere su una sinfonia grandiosa e originale rispetto ai suoi standard. Ricordiamo infatti che erano passati circa nove anni dai suoi ultimi poemi sinfonici, e che la grandezza dell’apparato orchestrale fosse maggiore persino di quello dell’Elektra.

Alla categoria più popolare fa invece riferimento il caratteristico jodel. Questo canto in origine era un richiamo particolare (per il bestiame o per richiedere soccorso) ideato dai pastori dell’area alpina centrale.  I luoghi migliori per intonare quello che sarebbe poi diventato un canto espressivo di quella cultura sono appunto le catene montuose, zone che favoriscono il fenomeno dell’eco, come anche le gole e le coste rocciose, i laghi e in generale le aree ad alta quota.

Bart Plantenga, autore di Yodel-Ay-Ee-Oooo: The Secret History of Yodeling Around the World, sostiene che lo sguardo divertito con cui siamo soliti vedere esibirsi gli jodeler ha le sue radici nella divisione semplicistica della cultura attuata dalla nascente borghesia del diciannovesimo secolo. I borghesi, non sapendo come suddividere i propri gusti in fatto di arte, separarono la cultura in popolare/bassa e in colta/alta. “La cultura doveva essere seria e essere presa seriamente”, dice Plantenga. Questo significava che un certo tipo di cultura più ‘spensierata’, come quella pastorale e contadina, dovesse per forza di cose cadere vittima di quello snobismo culturale. Molte opere però accolgono parti cantate con una cadenza jodel, come l’atto secondo della Arabella di Strauss, per non parlare di Gustav Mahler, grande amico di Strauss, che nella sua Sinfonia n. 6 in La minore usa persino i campanacci delle mucche come strumenti musicali. Sempre Plantenga osserva che lo spettrogramma dello jodel assomiglia moltissimo a una semplificata rappresentazione grafica di una catena montuosa, proprio perché lo jodel è caratterizzato da un passaggio repentino verso i toni alti del falsetto.

Una rapida menzione anche al genere tutto americano della musica country, che rientra a buon diritto nel filone popolare sopracitato. Brani come Rocky Mountain High di John Denver, My Tennessee Mountain Home di Dolly Parton, Snowin on Raton di Townes Van Zandt e tanti altri hanno in comune il debito contratto con la montagna, che sia della zona del Colorado o degli Appalachi, la cui tradizionale Appalachian music ha influenzato generazioni di musicisti fino a Bob Dylan e Bruce Springsteen.

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