È capitato a tutti i musicisti di toppare almeno un album nella propria carriera. Anche i lavori meno riusciti – vuoi per eccessivo sperimentalismo, vuoi per stanchezza o per quella cosa chiamata mutuo – sono riusciti a incontrare i gusti di alcuni fan, compattati ancora di più proprio perché facenti parte di una cerchia di eletti. Gusti ed elettività, appunto, e connessioni emotive, accessibilità, semplicità: quando i devoti degli Arcade Fire si sentono con le spalle al muro, come in queste settimane, si appellano a queste prerogative.

I capi d’imputazione nei confronti dei loro beniamini sono noti ai più, un po’ meno a chi accusa i detrattori di Everything Now di non poter valutare un album prima ancora della sua uscita… quando invece girava da almeno una settimana. Rimproverano i critici (solitamente di testate extra-nazionali) e i commentatori comuni di esser troppo tranchant nei propri giudizi; in pochi però si sono degnati di cercare l’album già leakato, a testimonianza di scarso interesse nel parlare con cognizione di causa. Accontentiamoci di quello che ci propinano!, ma poi sono i primi a indignarsi per mancanza d’informazione, bavaglio, post-verità e quant’altro, proprio come Win Butler & co. La pigrizia morale si vede già da queste piccole cose.

Con Reflektor (2013) gli Arcade Fire avevano giocato il jolly “personaggio famoso come patente di attendibilità”: James Murphy degli LCD Soundsystem come co-produttore e cameo di David Bowie nella title track.

A gennaio decidono di diffondere il loro contributo al movimento anti-trumpista: I Give You Power è una mosca che abbiamo scacciato prontamente; il featuring della divina soul singer Mavis Staples e il nobile intento della band di devolvere il ricavato della vendita del brano agli attivisti della American Civil Liberties Union non li ha aiutati più di tanto. Ma qui in Italia i pareri sono tutt’altro che negativi: per Rolling Stone è “un grido di guerra da dancefloor”, gli vanno dietro concordi molti fan, che non sentono alcun campanello dall’allarme né notano alcuna somiglianza con una versione sfigata e loffia di Gold Digger di Kanye West. Gli Arcade Fire vogliono sperimentare (altro jolly), riescono ad essere catchy (altro jolly) e impegnati al contempo. Come se fossero i primi a donare denaro ad organizzazioni e minoranze politiche, poi…

Non paghi del guerrilla marketing impiegato per Reflektor, mettono su un’imbarazzante campagna promozionale: creano un’organizzazione fittizia dal nome Everything Now Corp, che ora avrebbe il compito di prendere il controllo di tutte le piattaforme social della band per farla diventare a suon di marketing, dalla nona band più famosa al mondo, la prima. Necessario? No. Inquietante? Abbastanza. Ridicoli? Sì, molto.

Everything Now Corp entered into what’s called a “360 degree arrangement” with Arcade Fire late last year. It was…

Pubblicato da Arcade Fire su giovedì 22 giugno 2017

Dopo l’uscita di alcune canzoni che dovevano pompare sempre di più l’uscita dell’album, hanno fatto capolino delle recensioni caustiche di Stereogum (qui e qui). Gli Arcade Fire a questo non ci stanno, e, lividi, pubblicano una succulenta contro-recensione parodica su un sito, anche questo fittizio, dal nome Stereoyum, che riprende in tutto e per tutto la grafica di Stereogum e le opinioni da esso divulgate. A rigor di logica, i singoli rilasciati per la promozione di un album dovrebbero essere quelle canzoni su cui si punta di più e che esprimono appieno la direzione presa dalla band. Allora perché non è concesso esprimere dei pareri sulla base di quanto uscito, perché sarebbe troppo prematuro? Allora sarebbe stato meglio non far uscire nulla, o far uscire i singoli più scadenti.

E quando finalmente l’album esce, cos’abbiamo? Tredici tracce, di cui cinque sono versioni diverse e sconnesse di Infinite Content (versione à la Clash e versione soft, ma stessa solfa: i media ci sommergono di cose, siamo la gente il potere ci temono) e della title track Everything Now (tre declinazioni di un brano abbastanza ballabile con un ritornello ripetitivo, ottimo candidato per diventare il nuovo jingle dei prossimi mondiali di calcio); questi brani sono accostati a pezzi come Signs of Life e Peter Pan, di cui ci dimentichiamo testi e melodie non appena passiamo alla canzone successiva, o come Electric Blue, cantato dalla Yoko Ono canadese Régine Chassagne, di cui invece cerchiamo di dimenticare con tutte le forze parole e lagna.

È stato detto in molte felici recensioni a difesa della piattezza della versione studio che i loro live sono potenti, che questo album è stato pensato per essere ballato come in un happening. Allora era necessario confezionare un album del genere, in questo momento? L’impressione che si ha, dalla scelta dei produttori (Thomas Bangalter dei Daft Punk, Steve Mackey dei Pulp, Geoff Barrow dei Portishead, Markus Dravs già produttore dei Coldplay di Viva la vida or Death and All His Friends e di Mylo Xyloto, e dell’ultimo album di Florence and the Machine), allo scimmiottamento di un’atmosfera orwelliana per la campagna promozionale, alle numerose interviste rilasciate in cui difendono con fierezza la scelta pop più pura per veicolare il loro messaggio, gettando il sasso e nascondendo la mano, è che gli Arcade Fire siano un gruppo che calcola minuziosamente ogni singola mossa e che abbia ansia di farsi notare, di darsi un tono e di creare prima un’immagine di sé che vada a rattoppare le eventuali mancanze (e quindi già previste da loro?) della spinta artistica. Pubblicare un album per gli Arcade Fire è diventato un affare più grande del solito, così grande che non accettano critiche, le prevengono in tutti i modi costruendosi una forte base d’impegno politico e sociale, accostandosi a personalità di tutto rispetto, fino a passare dall’etichetta indipendente Merge records alla major Columbia.

E qui cadono tutte le possibili difese nei confronti della band: può capitare a tutti di sperimentare nel modo sbagliato, di non essere ancora pronti per una svolta dance, di aver fatto delle scelte di produzione sbagliate, registrando un album molto al di sotto dei propri standard e in un formato che non gli rende giustizia. Ma non a loro, con la loro godereccia smania di controllo, i dress code e i secret show.

Cade anche l’azzardata ipotesi che tutto Everything Now sia una mossa pubblicitaria e una parodia di sé stessi, proprio a causa del loro gusto per la denuncia ai totalitarismi e agli iperinvasivi controlli mediatici sventolati tramite la Everything Now Corp; l’integralismo e il narcisismo che li contraddistingue da un po’ di tempo a questa parte li rende il reciproco di Trump e del suo stuolo di sostenitori: a detta di Win Butler loro sono il “filone cristiano di critica al capitalismo”. Ma per come hanno preso la recensione di Stereogum, per tutto l’apparato di produzione montato ad arte, gli Arcade Fire dimostrano non solo che – purtroppo – Everything Now è un album coscientemente nato per essere un lavoro serio e reale, ma anche che non sono degli artisti completi come pensavamo; non sono autosufficienti e professionali, non hanno il benché minimo senso dell’umorismo, credono che giocare a basket e ascoltare qualcosa dell’hip hop più recente li renda dei nigga, non sanno ballare.

Everything Now si perde in questo vortice di schizofrenia, dove la pesantezza dell’ego della band fa a pugni con la vuotezza dei brani composti. E a farne le spese è proprio questa innocente creatura danzereccia, che da sola potrebbe anche passare inosservata, come uno dei vari flop nella storia della musica, e invece viene naturale accanirsi contro di essa tanto quanto contro i suoi creatori, che sono al tempo stesso genitori e aguzzini dell’album.

Che cosa accomuna gli ultimi Arcade Fire, uno scudiero del M5S con scimitarra e tastiera, un anti-vaccinista, un giovane cantautore della scena romana e uno studente di filologia moderna che scrive lettere anziché email per sentirsi più vicino a Francesco Petrarca? In campo politico, medico-sanitario, musicale, scolastico e letterario oggi tutti possono dire la loro; con la pretesa che la propria opinione acquisisca il merito di essere registrata, tutti possono salire sul podio ed essere acclamati, nonostante la mancanza di valore e qualità. Il Canada non è mai stato tanto vicino all’Italia in quanto a fanatismo, vuoto esibizionismo e giustificazionismo.

Troppo pesanti, dite? Ma noi o loro?

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