Un solco sul disco, un solco nella storia. Potrebbe sembrare riduttivo, ma la carriera di Grandmaster Flash è proprio racchiusa qui, in quel maneggiare i dischi con fervida abilità e in quel desiderio costante di riscrivere le sorti della musica mondiale. Atti di ingegno e di coraggio, dunque, che lo scorso 11 giugno sono stati definitivamente legittimati con l’assegnazione del Polar Music Prize – meglio conosciuto come “Premio Nobel per la Musica” – a colui che viene unanimemente considerato come uno dei padri fondatori della musica hip hop. Grandmaster Flash, infatti, si è presentato al cospetto dell’Accademia Reale Svedese di Musica per ricevere il prestigioso riconoscimento (un tempo toccato ad artisti del calibro di Patti Smith, Sting, Bruce Springsteen, Ennio Morricone, solo per fare qualche nome), per la prima volta nelle mani di un Dj. E se già il Premio Pulitzer dello scorso anno a Kendrik Lamar aveva piacevolmente disatteso le aspettative, riconoscendo l’importanza testuale e sociale del rap, il Polar Music Prize a Grandmaster Flash ne rappresenta la sublimazione o, meglio ancora, la consacrazione di quel viaggio iniziato nel South Bronx nei primi anni Settanta.

Joseph Saddler – questo il vero nome di Grandmaster Flash – parte così dal salotto della sua casa, angolo proibito da cui osserva il padre (“sua prima ispirazione”, come ha affermato egli stesso durante il discorso di ringraziamento) destreggiarsi tra i vinili da posare sul piatto del giradischi. Un vero e proprio colpo di fulmine, a cui seguiranno gli studi alla Samuel Gompers Vocational High School, dove imparerà a riparare gli apparecchi elettronici, e i primi block parties, in cui Grandmaster Flash attuerà la sua prima, grande rivoluzione, come racconta in un’intervista:

“Io vengo da un’altra epoca, un’epoca in cui l’hip hop si faceva solo col giradischi. Non c’era lo studio di registrazione, non c’erano le drum machine e neanche i campionatori. L’unico strumento erano i dischi.

Dischi di qualsiasi genere: pop, rock, jazz, soul, alternative e caraibici. Quello che ho fatto io è prendere un pennarello e segnare sul vinile quei momenti delle canzoni dove il break della batteria era isolato dal resto. La rivoluzione è stata cominciare a suonare due copie dello stesso disco, su due piatti, nello stesso istante, usando le dita per fare avanti e indietro e allungare break di venti e trenta secondi fino a farli durare anche dieci minuti. Io ho preso i dischi e li ho usati come se fossero dei controller e senza questo non sarebbe mai esistito l’hip hop. O il rap. O lo scratch. O il cutting”.

Dal beat juggling in poi, il resto è storia: Saddler affinerà ufficialmente la tecnica dello scratch (attribuibile a Grand Wizzard Theodore) nella release discografica The Adventures Of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel del 1981, e l’anno successivo, con i Furious Five, darà alle stampe l’album The Message, la cui traccia omonima – considerata da Rolling Stone come la migliore della storia hip hop – inaugurerà il filone del cosiddetto conscious rap, sottogenere hip hop dove la musica si pone come veicolo di contenuti sociali e impegnati. In questo senso, il contributo di Grandmaster Flash e di altri iniziatori dell’epoca (Afrika Bambaata e Kool Herc su tutti) va visto oltre l’aspetto prettamente musicale e inserito in un contesto più ampio e articolato, laddove la cultura afroamericana trova una forma espressiva compiuta e, allo stesso tempo, eterogenea. Nell’America reaganiana, infatti, in cui i neri più poveri continuano ad essere relegati nei ghetti ed esclusi dai processi di ascesa sociale, dove il crack diventa il surrogato più economico e immediato della cocaina – da qui la hit di Grandmaster Flash White Lines (Don’t Do It) contro l’uso di sostanze stupefacenti – la nascita del rap rappresenta una luce in fondo al tunnel, una speranza di legittimità. Come afferma Alessandro Portelli nel saggio This speech is very vital. Studiare il rap: “Rap, dopotutto, significa prima ‘picchiare’ e solo per metafora ‘parlare’, ‘affabulare’. Le dozens, come i discorsi rivoluzionari di Brown, sono modi di picchiare con le parole, di usare le parole come i pugni – e i pugni come parole, come quel maestro di pugni e di insulti verbali ritualizzati che risponde al nome di Muhammad Ali, già Cassius Clay”.

Attraverso il rap e, più in generale, la cultura hip hop, un popolo dimenticato dal mondo ha iniziato così a farsi spazio per scrivere e urlare la sua storia, senza modi garbati e filtri retorici: e se le parole, attraverso le allitterazioni, le ripetizioni e la loro sonorità intrinseca sono diventate musica, la base su cui fanno leva ha rappresentato un arco da cui le stesse sono state scoccate con forza, per poter andare lontano. “This self-made music bed served for the break-dancers, and later, for the MC’s”, ha affermato Grandmaster Flash nel suo discorso per il Nobel. Niente di più vero: mescolando, rovesciando e graffiando suoni, Saddler ha posto letteralmente le radici per un destino inaspettato e tuttora imprevedibile, quello di un “folklore metropolitano” – secondo la definizione di Greg Tate – in cui la frontiera si fa territorio d’avanguardia, di lotte e di rivalse, di tracce – appunto – che lasciano il segno.

 

Immagine di copertina: Foto di Mikael ‘Mika’ Väisänen. Fonte: Wikipedia
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