Quasi in concomitanza con le sterili polemiche per la vittoria di Mamhood al Festival di Sanremo, si è fatta strada la notizia di una proposta di legge – “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”  – per regolamentare i passaggi radiofonici di brani italiani. Il testo si apre così:

La musica costituisce un pilastro fondamentale della storia e della cultura italiana: essa ha rappresentato e rappresenta tutt’ora un mezzo attraverso il quale importanti messaggi sono trasmessi, e attorno ai quali tanti cittadini, di qualunque età, si aggregano. Benché si possa pensare il contrario […] il principale veicolo della musica in Italia rimane la radio, attraverso la quale le canzoni (italiane e straniere) entrano nella vita di tutti”.

Nel parlare della proposta, poi, il primo firmatario Alessandro Morelli ha detto anche che questa misura punta a “smontare lo strapotere delle lobby e gli interessi politici” e “aiutare i giovani e gli artisti del nostro paese”.

L’intento appare dunque chiaro fin da principio e sembra essere di carattere fortemente ideologico: salvaguardiamo la musica italiana e l’aggregazione che può crearsi intorno ad essa. Fin qui, tutto liscio. La strada individuata per raggiungere questo obiettivo si rifà dichiaratamente al modello francese che dal 1986 impone alle emittenti radiofoniche un sistema che prevede la presenza di almeno il 40% di canzoni in francese nel totale della programmazione giornaliera; allo stesso modo, la proposta di legge italiana, ipotizza un minimo pari ad un terzo, all’interno del quale almeno il 10% dedicato esclusivamente ad artisti emergenti (“al fine di garantire loro un equo accesso e una minima presenza nella programmazione radiofonica”).

Se resta da capire nel dettaglio, tra le altre cose, anche chi rientri in questo status di “artista emergente”, in questi giorni molti commenti e articoli hanno comunque sottolineato come il numero delle canzoni italiane presenti in rotazione radiofonica sarebbe già ad oggi maggiore a quella quota, declassando a proposta senza senso il disegno di legge. Come ricostruisce Rockol, in realtà, non è affatto così: poche emittenti, tra le principali, si avvicinano soltanto vagamente a trasmettere una canzone italiana su tre, privilegiando effettivamente produzioni straniere. La domanda che sta alla base della proposta, però, rimane comunque senza una risposta: ha senso imporre delle quote per promuovere la musica italiana?

Claudio Cecchetto si è detto favorevole alla proposta Morelli. (foto: Il Giornale)

L’argomento non è, in realtà, nuovo: già in passato infatti la politica ha ragionato sul tema, valutando se influenzare i palinsesti radiofonici per dare più spazio all’industria musicale italiana (lo ha fatto, ad esempio, l’ex ministro Franceschini); ma tralasciando il carattere ideologico di questa nuova proposta targata Lega (Morelli è presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera), è opportuno cercare di analizzarne lo spirito, anche con un confronto con la legge che in Francia attua come dicevamo una regolamentazione simile.

Questo provvedimento va letto in una generale salvaguardia della lingua francese da parte del governo transalpino, che ha riguardato anche altri campi come quello della pubblicità e dei documenti pubblici delle aziende. Ma ha portato a risultati concreti e significativi, in campo discografico? Di fatto il numero di produzioni discografiche francesi è nel tempo sceso drasticamente (dalle 718 del 2003 alle 242 del 2014), portando le radio private a protestare contro questo sistema che a loro dire le penalizzerebbe nei confronti dei servizi di streaming, costringendole ad attingere forzatamente da un bacino troppo ristretto per stare al passo di Spotify o Deezer.

Tuttavia, sia in un discorso come questo, che paragona due servizi che non dovrebbero essere in competizione,  sia in una proposta che cerca di promuovere i prodotti italiani in campo musicale, è il focus ad essere fortemente sbagliato. Si tende infatti a identificare la musica come merce, riducendo il suo valore ad una questione meramente economica e commerciale. Certo, quella musicale è un’industria che muove molti soldi e molti posti di lavoro, ma siamo sicuri che un sistema di quote faccia davvero bene agli artisti italiani emergenti? Se, come ha dichiarato Morelli, l’obiettivo è quello di contrastare delle presunte “lobby discografiche”, bisognerebbe piuttosto intervenire sul sistema di programmazione adottato da pressoché tutte le radio, che è schiavo del profitto (in quanto molto spesso le stesse radio detengono diritti di alcuni artisti e dunque guadagnano dalla rotazione di determinati brani).

Insomma, così com’è – ancora approssimativa e non chiara – la proposta di legge è confusa non tanto perché i presupposti siano sbagliati (c’è poca musica italiana alla radio, è vero), quanto piuttosto per come immagina di intervenire: per promuovere davvero la musica italiana bisognerebbe sostenerla dal basso, incentivando la creatività e le etichette indipendenti, offrendo agli artisti sul territorio più opportunità per esprimersi; quest’idea, invece, va nella direzione di confondere la propaganda politica con un serio intervento in favore del mondo musicale italiano.