A un primo sguardo potrebbe sembrare che il mondo dei conservatori e quello della musica d’oggi siano sempre meno conciliabili. Non è necessario sapere leggere uno spartito per diventare uno dei più grandi chitarristi di sempre, lo ha dimostrato Jimi Hendrix. Non è nemmeno necessario saper suonare senza esitazione scale e arpeggi al pianoforte per arrangiare e produrre canzoni da Grammy; l’esempio più recente è Finneas O’Connell.

Al giorno d’oggi il conservatorio viene percepito come un luogo appartenente al passato, poco inserito nella realtà, incapace di adeguarsi ai nuovi cambiamenti del gusto e della pratica musicale.

Un orfanotrofio

Il nome stesso “conservatorio” sembra incarnare il passato. È quasi involontario associarlo all’essere conservatori e tradizionalisti, alfieri di un passato e di una cultura ormai in declino. In realtà il nome ha originariamente il senso di orfanotrofio, asilo.

Negli antichi conservatori venivano “conservati”, cresciuti, giovani senza genitori ai quali si insegnava a leggere, scrivere e si offriva la possibilità d’imparare un mestiere. In questi luoghi veniva fornita anche un’istruzione musicale, ponendo le basi per il significato odierno della parola. A partire dal Seicento a Napoli e Venezia divennero vere e proprie scuole di musica, perdendo sempre più il carattere assistenziale che li aveva contraddistinti.

Inattualità

Fatta questa premessa dobbiamo riconoscere che l’insegnamento nei conservatori (sia nella modalità sia nei contenuti) spesso si trova realmente invischiato in un mondo per certi versi inattuale. Non è raro imbattersi in maestri di strumento legati ad uno specifico repertorio in modo accentuato e refrattari a qualunque novità. Per molti il repertorio del Novecento si trova già oltre il limite, ciò che viene dopo è soltanto rumore. Si trovano così a confronto due punti di vista opposti per cui Bach rappresenta da una parte l’unica, vera, musica mentre dall’altra una musica troppo “conservativa” e inattuale.

Petrarca e Bach

Ma una visione morbida delle cose potrebbe essere più consona per riflettere sulla questione. In generale gli estremismi non portano a nulla di buono e potremmo immaginarci un futuro in cui Mozart e Childish Gambino sono rispettati e compresi all’unanimità. Che al conservatorio si insegnino ancora Corelli, Frescobaldi e Bach può sembrare inattuale soltanto a chi immagina La Divina Commedia come qualcosa di inadatto ai nostri giorni. Difficile immaginarci una scuola senza Shakespeare o Boccaccio e Petrarca; altrettanto difficile sarebbe pensare un conservatorio senza i grandi maestri del passato. Il fatto che vi sia chi ritiene la “musica classica” come qualcosa di superato è sintomo di un impoverimento culturale.

Conservatori e Contemporaneità

D’altra parte è altrettanto triste constatare la comune ritrosia con cui i conservatori si accostano alla musica contemporanea, di qualunque genere essa sia. Ciò che è nuovo provoca instabilità, rompe un equilibrio, è risaputo. Riuscire a ricomporsi in una sintesi che racchiuda il passato e il presente sembra essere una soluzione più funzionale dell’atteggiamento di rifiuto snobistico in cui spesso si cade di fronte alle novità. Il mondo ha sempre avuto autori (di musica, di letteratura, d’arte) diversi; James Joyce insieme a Hermann Hesse, insieme a un’infinità di autori di romanzi di genere e così via. Oggi – ma come sempre, forse – pare che i mondi che gravitano attorno ai vari generi si guardino di sottecchi e si sopportino mal volentieri.

Musica e curiosità

L’insegnamento della musica nei conservatori sta tentando di tenere il passo attraverso l’inserimento di nuovi corsi e nuovi strumenti e materie. Ma oltre che i programmi curricolari sono i maestri e il personale che hanno il potere e la responsabilità di insegnare musica e cultura. Non solo scale e arpeggi ma anche una giusta attitudine al mondo e alla vita, curiosa, aperta e umile.

Immagine di copertina: Orchestra © Wikipedia
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