George Floyd, afroamericano di 46 anni, è morto lo scorso 25 maggio, vittima dell’ennesimo caso di violenza della polizia.

Bloccato a terra da un agente di Minneapolis, in Minnesota, che spinge con il ginocchio sul suo collo, Floyd grida: “Non riesco a respirare”.
Un video testimonia l’accaduto, esempio di come, nel corso degli anni, situazioni come queste si ripetono. Come se le battaglie, le proteste, i movimenti come Black Lives Matter, che nascono per combattere l’ingiustizia razziale e difendere la libertà e l’uguaglianza, non scuotessero nemmeno un po’ gli animi di chi dovrebbe cambiare prospettiva di vita.

George Floyd Protest

Credits: © Stephen Maturen/Getty Images

Le vittime che si susseguono, Trayvon Martin, (2017, 17 anni), Eric Garner (2014, 43 anni), Philando Castile (2016, 32 anni), Stephon Clark (2018, 23 anni), Oscar Grant (2009, 22 anni), Michael Brown (2014, 18 anni) sono parte di un sistema corrotto che da sempre ha sfruttato e sottomesso gli afroamericani con placida indifferenza. 

La forza delle immagini

This is America, Don’t catch you slippin’ up 

Questa è l’America, non farti cogliere in fallocantava Childish Gambino nel maggio 2018, raccontando della società statunitense e delle sue contraddizioni interne, tra cori gospel e balli tipici della cultura afroamericana, in una triste parodia che contesta l’abuso delle armi, la schiavitù e la segregazione, ma anche l’attaccamento al denaro e il consumo di droga.

Non scandalizziamoci se il video ci mostra Gambino trattare con cura l’AK47 dopo aver sparato alla nuca di un uomo di colore incappucciato, che solo qualche secondo prima suonava la chitarra. 

Il gangsta rap racconta la realtà

Gli stessi temi riecheggiano nel tempo, ricordandoci gli NWA con”Fuck tha Police“, per la quale furono arrestati dopo averla cantata sul palco di Detroit davanti ai poliziotti che presidiavano il concerto.  

Era il 19 giugno 1989, gli anni in cui il gangsta rap risuonava nei ghetti delle città con la stessa potenza con cui raggiungeva le autorità indignate da una musica giudicata volgare e aggressiva, ma colpevoli di non essersi fermate a capire il perché di quelle parole.

L’FBI inviò una lettera per manifestare il disappunto verso chi incoraggia la violenza contro le forze dell’ordine. Quel brano aveva una forza impressionante e fu vittima di censura: non passò in radio, né fu permessa la promozione o la possibilità di cantarla dal vivo. 

“Fuck the police! Coming straight from the underground!/A young nigga got it bad ‘cause I’m brown, and not the other color, so police think / They have the authority to kill a minority” 

Per la prima volta, si denunciava apertamente il sistema giudiziario e l’abuso di potere verso una minoranza, considerata la causa del degrado urbano, del traffico di droga e dell’alta percentuale di criminalità nelle città. La verità era ben altra: il governo aveva completamente lasciato ai margini della società le comunità scomode, aspettando che si consumassero dall’interno. 

Il dovere di opporsi

Martin Luther King

Fonte: © Wikipedia

All’epoca, come oggi, le parole sono importanti e fanno riflettere. Martin Luther King diceva che “rifiutarsi di cooperare con il male fosse un obbiettivo morale vincolante quanto quello di cooperare con il bene”. E all’epoca il boicottaggio e le manifestazioni pacifiche servirono a ottenere il requisito minimo della democrazia: l’uguaglianza.

Ma che fare con il sentimento di superiorità che ancora oggi si manifesta in atti brutali? Le parole posso cambiare le cose?

Non riesco a respirare, per favore, non uccidetemi” sono bastate per far capire a quel poliziotto che George Floyd stava soffocando? Questi soggetti non rappresentano la maggioranza ma, sfortunatamente, rappresentano l’autorità, ed un cambiamento possibile c’è ancora. 

Immagine di copertina: © Wikipedia

 

© riproduzione riservata