“Fa ridere ma fa anche pensare”, diceva qualcuno, ma ci sarebbe veramente da incazzarsi. Il periodo appena attraversato certamente non ha giovato al mondo della musica che pian piano si sta riprendendo i propri spazi, proprio come “la natura ai tempi del coronavirus”.
Ultimamente, vediamo concerti in cui il pubblico rispetta educatamente le distanze e ogni applauso scrosciante va al di là del semplice “bravissimi!”. In quell’applauso c’è tutta la frustrazione del periodo di quarantena, il ritorno ad una vita pseudonormale, la voglia di assistere all’esibizione del proprio artista preferito o della band che come lei nessuno mai.
Anche qui, ci troviamo di fronte ad uno di quei dualismi da prendere a schiaffi: ai concerti bisogna mantenere le distanze, nelle discoteche bisogna ammassarsi perché “non esiste nessun virus ma se esiste l’ha creato Bill Gates mentre disegnava il logo del 5G sotto un cielo costellato di scie chimiche”.
Ignoranza, ignoranza canaglia.
Ma evitiamo di perderci e veniamo a noi, all’argomento dell’ultimo momento che sta facendo discutere pubblico e professionisti del settore.

L’intervista al CEO di Spotify

Daniel EK, imprenditore svedese, classe ’81, CEO di Spotify. È lui il protagonista dell’ultimo momento dei dibattiti che girano intorno al mondo della musica.
In un’intervista rilasciata a Music Ally, Ek ha dichiarato questo:

“Non è possibile registrare musica una volta ogni tre o quattro anni e pensare che sarà abbastanza. Ciò che è richiesto ai musicisti di successo è un impegno più profondo, più coerente e prolungato rispetto al passato. Gli artisti di oggi che lo stanno realizzando si rendono conto che si tratta di creare un impegno continuo con i loro fan. Si tratta di raccontare storie attorno all’album e di mantenere un dialogo continuo con i fan”

Oltre a riflessioni di vario tipo che si rincorrono a vicenda nella testa e al conato di vomito che pian piano si fa sempre più importante e che va a ritmo con una risata isterica, proviamo a ragionare su queste parole.

Daniel Ek ha fatto bene a specificare con “rispetto al passato”. La probabilità che molti artisti “del passato” frullino dalla finestra il CEO di Spotify è molto alta. Decisamente alta.
Infatti, questi “vecchi” della musica non hanno esitato a farsi sentire tramite i loro canali social come Mike Mills, bassista dei R.E.M. e David Crosby.

https://twitter.com/m_millsey/status/1289057242894028800?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1289057242894028800%7Ctwgr%5E&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.musicradar.com%2Fnews%2Fspotify-ceo-you-cant-record-music-every-three-or-four-years-and-think-thats-going-to-be-enough

“Ai miei tempi i dischi si consumavano insieme alla puntina del giradischi”

Partiamo dal presupposto che l’ascolto della musica di oggi è molto diversa rispetto a prima.
Non c’è più l’azione di uscire di casa, andare in un negozio di dischi e comprare un album del proprio artista preferito.
Sappiamo tutti che basta uno smartphone o un computer per poter scrollare milioni e milioni di brani di diversi artisti, di diversi generi e delle etichette discografiche più variegate.
Non c’è più l’attenzione alla tracklist, alla logica dietro l’ordine in cui vengono inseriti i brani all’interno di un album e non c’è nemmeno più la premura di ascoltarselo tutto. Si prende un album… pardon, la traccia di un album e si passa ad un’altra traccia di un altro album. 

Daniel Ek musica

Daniel Ek. Fonte: © Facebook

Nulla di male ovviamente, la musica è un qualcosa di libero, un menù che prevede piatti di diverso tipo e siamo sempre liberi di partire dal dolce per poi passare ad un piatto salato. Chi ce lo vieta? Nessuno. Motivo per cui, questa libertà di scrolling e di shuffle compulsivo ha letteralmente cambiato il modo di sentire musica. Si è passato, quindi, da un ascolto attivo ad un ascolto passivo della serie: “oh ma come si chiama quella canzone che fa ta ta tatatta ta?”.

“Sento, davvero, che quelli che non stanno andando bene nello streaming sono principalmente persone che vogliono pubblicare musica come una volta”

Tempi diversi, musica diversa

I tempi stanno cambiando, è vero. La musica è dinamica, è vero. La musica deve stare al ritmo dei consumatori, non vero.
Una cosa vera è che anche in passato molti artisti di spessore nei primi periodi dovevano pubblicare molti singoli da dare in pasto al pubblico per cercare di rimanere nelle prime posizioni di diverse classifiche ma di base è sempre stato il pubblico a pendere dalle labbra della band o dell’artista.
Quello che ha dichiarato Daniel Ek, però, è esattamente il contrario ed evidenzia una grave considerazione della musica, ormai vista come mera mercificazione.
È ovvio che gli artisti non campino d’aria e che è anche loro interesse guadagnare e vivere di musica, ma nel momento in cui quest’ultima venisse guidata dalla fretta di dover essere riprodotta in streaming, come avviene già per alcuni, di cosa stiamo parlando esattamente?

“È abbastanza interessante che mentre la torta complessiva sta crescendo, e sempre più persone possono prendere parte a quella torta, tendiamo a concentrarci su un set molto limitato di artisti. Anche oggi, sul nostro mercato, ci sono letteralmente milioni e milioni di artisti. Ciò che tende a essere segnalato sono le persone infelici.
Nell’intera esistenza (di Spotify) non credo di aver mai visto un singolo artista (dire pubblicamente) “Sono contento di tutti i soldi che sto ricevendo dallo streaming!”. In privato, lo hanno fatto molte volte, ma in pubblico non hanno alcun incentivo a farlo. Ma inequivocabilmente, dai dati, ci sono sempre più artisti che sono in grado di vivere in streaming delle entrate in sé”

“Nuovo” vs “Vecchio”

È ovvio che l’interesse di Ek sia puramente commerciale, prendendo l’arte e mettendola da parte, e che i tempi stiano cambiando notevolmente. Ma siamo sicuri che questo sia un vero e proprio progresso?
Pubblicare un disco ogni tre anni non sarà abbastanza per gli artisti o per l’azienda?

Scenario fantascientifico (ma non troppo): sarebbe veramente bello assistere ad una conversazione tra Ek e Nick Cave, il “nuovo” che sfida il “vecchio”, in cui il primo dice all’altro: “Ehi Nick, bello il tuo ultimo album, grandioso. Certo però che ce ne stai mettendo di tempo per un nuovo disco. Poi non ti lamentare che non ti regalano un Fazioli. Devi produrre, produrre, produrre. Sì ok, avevo parlato anche di mantenere un dialogo con i fan e tu lo stai già facendo col tuo blog. A proposito… com’è che si chiama?

Nick Cave: “Well…I don’t know what the fuck you’re talking about”.

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