Prima di intraprendere la lettura, è necessario capire alcune cose per non fraintendere e soprattutto capire appieno il messaggio.
Il femminismo è un movimento che nasce per rivendicare i diritti delle donne. Punto.
In moltissimi casi questo argomento viene frainteso, interpretato nel peggiore dei modi e sminuito equiparandolo ad un banale capriccio.
Partendo dal presupposto che essere una persona libera da ogni tipo di pregiudizio non è un capriccio ma un diritto inalienabile, essere un/una femminista vuol dire mettere entrambi i sessi sullo stesso piano e ritenere che tutte le persone siano libere, senza alcuna catena derivata da culture eticamente sbagliate.
Femminismo non è il contrario di maschilismo, non vuol dire “prendere il posto degli uomini” e non è una lotta esclusiva delle donne ma di tutti, in nome della pura e cristallina libertà.

In quest’articolo verranno illustrate cinque figure, mastodontiche, musicali che hanno spezzato tutti quei canoni imposti dalla società dove uomo e donna sono posizionati su livelli differenti.

© Paola Agosti. Parigi, 1977. Manifestazione femminista.

Aretha Franklin

Oltre ad essere stata una grande artista e un vero talento in campo musicale, Aretha Franklin, per certi versi, ha segnato un vero e proprio punto di svolta in termini di discriminazione sociale.
Attraverso il jazz, l’R&B, il blues, il rock ‘n’ roll, il gospel, il pop e la soul music, la cantautrice americana di origini africane ci ha insegnato tanto.
Le sue canzoni erano dei veri e propri manifesti, degli inni rivendicatori, contro il razzismo e contro una società improntata sul patriarcato.
Tra i tanti capolavori presenti nella sua immensa discografia, “Respect” è considerato il brano, femminista e anti-razziale, più potente.
Scritto, originariamente, dal grande Otis Redding nel 1965, il brano è stato ripreso dalla “Regina del Soul” nel 1967, la quale cambiò il punto di vista declinando il testo al femminile: dall’uomo che chiede alla propria compagna di essere rispettato, alla donna che lo esige dal proprio uomo.
Nella famigerata classifica di Rolling Stone delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi, la versione di Aretha Franklin del brano si piazza al quinto posto, diventando, inoltre, la colonna sonora dei movimenti femministi e per lo sradicamento dell’apartheid ancora presente in quegli anni.
Inutile sottolineare come il brano raggiunse maggior peso culturale e sociale, grazie alla versione della Franklin che non chiedeva rispetto ma lo pretendeva a testa alta, a differenza della versione originale totalmente maschilista. La sua figura diventò ancora di più un simbolo per tutte le donne afroamericane, e non, che videro in lei una nuova forma di femminilità, una nuova luce di speranza che lampeggiava incessantemente nelle tenebre dell’ignoranza.

© Michael Ochs Archives/Getty Images

Janis Joplin

Quando sono i fatti a parlare, non c’è bisogno di proclamarsi femminista: così ha agito Janis Joplin.
Protagonista indiscussa della lotta per l’emancipazione femminile tra gli anni ’60 e ’70, Janis ha raccontato, dichiarato e urlato tutto il suo dolore. Un dolore macabro che, spesso, molte donne sono costrette a tenersi dentro. Stravolgendo tutti i canoni estetici di quegli anni, Janis Joplin è riuscita ad affermarsi per quello che era, rivoluzionando completamente il concetto di bellezza. La potenza distruttiva del carattere vinceva sempre sui difetti fisici. Jeans, pellicce, magliette larghe colorate e grossi occhiali cominciarono, pian piano a sostituire gli abiti canonici femminili, lasciando a casa i reggiseni.
Fattasi voce della sofferenza delle donne, in quanto considerate come oggetti sessuali, la Joplin sfoggiò testi musicali taglienti, crudi, senza peli sulla lingua.
Piece of my heart”, la canzone più celebre della cantautrice, nasconde tra le righe un bellissimo messaggio rivolto a quelle donne fragili, invitandole a reagire:

“Honey, you know I did
And each time I tell myself that I,
well I think I’ve had enough
But what I’m gonna show you, baby, that a woman can be tough”

Nonostante il sessimo aleggiasse indisturbato,  Janis Joplin ha preso tutti gli stereotipi maschilisti nel palmo della mano e li ha stretti in una morsa, gettandoli a terra e calpestandoli a ritmo di musica.

© Janis Joplin – Getty Images

Patti Smith

Conosciuta anche come Sacerdotessa del rock e Madrina del punk, Patti Smith è stata, e lo è tutt’ora, una delle più grandi figure femminili che hanno rivoluzionato il mondo musicale.
Gli anni ’70 newyorkesi furono per lei un terreno fertile nel quale gettare le proprie radici per poter far germogliare quella rivoluzione interiore che portava dentro di sé.
Camicia bianca, pantalone nero, una cravatta slacciata, una giacca poggiata sulla spalla.
Tutti questi elementi contribuirono a rendere la sua figura un qualcosa di alieno, una figura androgena completamente fuori dagli standard estetici dell’epoca.
Attraverso le sue canzoni, Patti Smith non ha fatto altro che mettere tutti sullo stesso piano. Un messaggio mandato prepotentemente utilizzando il linguaggio rock. Chitarre distorte che non conoscevano differenze tra uomini e donne e che garantivano ad entrambi gli stessi diritti. Libertà, potere sociale, consapevolezza, rivoluzione: tematiche importanti, concetti caldi per l’America degli anni ’70.

Billie Holiday

Nata a Baltimora nel 1915, Billie Holiday si piazza su un altro livello rispetto alle altre.

“Southern trees bear a strange fruit
Blood on the leaves and blood at the root
Black bodies swinging in the southern breeze
Strange fruit hanging from the poplar trees”

Questo è l’inizio di “Strange Fruit”, scritta da Abel Meeropol, professore, poeta e compositore, dopo aver visto la fotografia di due uomini neri impiccati ad un albero. Nel 1939, nel nightclub Cafè Society di New York, una giovane Billie Holiday sale sul palco e fa immedesimare tutti i presenti nella struggente canzone.

Con un passato turbolento molto simile ad un incubo, Miss Holiday sapeva benissimo cosa stava raccontando e nessuno come lei sarebbe stato in grado di cantare la parola “fame” in quel modo.

Una delle poche voci jazz ad aver avuto il coraggio e la forza di gridare la sua verità sia come donna che come essere umano.
La militante marxista e femminista, Angela Davis, dichiarò che «“Strange Fruit” ha rimesso la protesta e la resistenza al centro della cultura musicale contemporanea».
Subito dopo aver inciso il brano, la Holiday fu da subito controllata dalle autorità e coinvolta nella “caccia alle streghe” di quegli anni.
Michele Wallace, in una sua critica, fece notare quanto Billie Holiday non fu popolare tra le femministe  per l’atteggiamento adottato nei confronti dell’amore nel brano “My Man”. Leggendo il testo tutto ciò che emerge risulta essere esattamente l’opposto a quello che il femminismo e la libertà professano.
Ma il particolare che andrebbe notato è il modo in cui Lady Day interpreta il brano: ironica, scherzosa e dubbiosa, mette in luce molti interrogativi che vengono a crearsi in un certo tipo di “amore” vissuto dalle donne.

Nina Simone

Altro personaggio importantissimo per questo tema, viene ricoperto da Nina Simone.
Portava dentro di sé una storia di sofferenze e di violenza che l’hanno spinta ad esprimersi attraverso il potere della musica, usando il microfono come se fosse un megafono rivolto verso la folla.
In molti sostengono che la sua voce abbia marciato al fianco di Martin Luther King, la quale, urlando, è riuscita a trasmettere molto più che delle semplici canzoni.
Con il brano “Four Women”, Nina Simone racconta il passaggio dalla sottomissione alle leggi dei bianchi, alla violenza per l’affermazione dei diritti dei neri. Quattro fasi della sua vita rappresentate da quattro donne che lottano per riuscire a “respirare”.
Quelle di Nina Simone, come abbiamo già detto, non erano semplici canzoni ma armi con le quali combattere ogni tipo di pregiudizio e schema mentale sbagliato. Erano, e sono tutt’ora, canzoni più moderne che mai che proteggevano la figura femminile non tanto perché fragile ma, forse, perché così potente da ribaltare tutto.

Qui, potete ascoltare il nostro Salotto di Artwave sul tema del femminismo:

Immagine di copertina: © Janis Joplin – Getty Images

 

© riproduzione riservata