Siamo immersi in un continuum temporale che si ripete, più o meno periodicamente. Le giornate, le settimane, le stagioni si susseguono di anno in anno sugli stessi binari. È un cerchio ipnotico, ma rassicurante.  In questo scorrere l’Italia più o meno tutta sa che per una settimana o poco più un paese della riviera ligure avrà gli occhi addosso e le telecamere puntate. Il Festival di Sanremo è dunque parte integrante di questo meccanismo e contribuisce alla nostra auto rappresentazione collettiva. Non sempre per quello che vorrebbe esprimere, ma anche per ciò che gli viene contestato: insomma, è anche un oggetto funzionale a cogliere in controluce certe tendenze della società.

Saltiamo a piè pari la scelta di Amadeus e della direzione artistica di affrontare il tema della parità di genere (e le ormai note uscite misogine in conferenza stampa). Il risultato è stato un festival che continua a perpetrare certe dinamiche di oggettivazione della donna, lavandosi la coscienza con un (bel) monologo di Rula Jebreal. Ecco: questo continuo assomigliare a sé stesso è la cifra stilistica del Festival di Sanremo, in particolare di questo condotto da Amadeus. Quasi a dover per forza sembrare rassicurante, immutabile come le stagioni che si susseguono. Che il climate change stia mettendo in discussione tutto questo è un altro discorso, ma forse no.

La nostalgia è il Festival

Tiziano Ferro ospite fisso per tutte le serate, a riproporre brani che hanno fatto la storia della canzone pop italiana. Al Bano e Romina di nuovo insieme dopo tanti anni. La reunion dei Ricchi e Poveri (dei quali scopriamo di conoscere tutte le canzoni, manco ce le avessero impiantate nel cervello alla nascita). E poi Massimo Ranieri che tira giù l’Ariston con ‘Perdere l’amore’, Gigi d’Alessio che fa un acuto da perforare i timpani. Gli ospiti scelti per le prime due serate sono, di fatto, potenziali concorrenti che hanno fatto il salto di qualità. Così il concorso canoro, dilatato da questi intermezzi, viene quasi relegato sullo sfondo di questo tempo che sembra essersi fermato, mentre il teatro canta, balla e si abbraccia con occhi spiritati.

Sembra davvero di essere dentro a una canzone degli Offlaga Disco Pax, soltanto che non siamo nella Praga post sovietica. Questa nostalgia sembra posarsi su tutto come lo strato di polvere delle case dove abbiamo vissuto. Il passato, dopotutto, è un luogo dorato, redento dal tempo e lucidato dalle narrazioni.

Un nuovo pubblico

Da qualche anno ormai, il Festival ha trovato nuova linfa vitale dal mondo dei social, e di conseguenza da un pubblico decisamente più giovane. Immaginate di guardare un’edizione senza commentarla, analizzarla, maneggiarla in diretta: impensabile soprattutto per le nuove generazioni. In questa dialettica tra racconto e svolgimento sta una parte consistente del rinato interesse degli spettatori. Questo svecchiamento del pubblico non è certo passato inosservato: in gara ci sono molti artisti che strizzano l’occhio proprio a questa fascia. Inevitabilmente, però, tutto quanto è filtrato da un format che non riesce per sua natura a essere attuale. Achille Lauro con il suo denudarsi è stato in grado, sì, di cogliere in controtempo e esplicitare che – in fondo – Sanremo è un carrozzone trash all’ennesima potenza; tuttavia dopo venti minuti il pubblico era in piedi sulle sedie a cantare ‘Felicità’ (vedi foto precedenti) rassicurato che il mondo in fondo è sempre quello, è bellissimo e l’amore trionfa sempre sull’invidia e sull’odio.  

Che sapore ha allora, per i più giovani, questa nostalgia? Il primo è quello della presa in giro, ovvio. Sanremo piace, o meglio crea dibattito, perché in fondo sono tutti dei vecchi boomer (e quest’anno che esiste pure un meme è ancora più facile categorizzarli). Così, passivamente, la nostalgia percola, autoalimentando una macchina che funziona inghiottendo piccole parti di realtà e restituendole imbellettate, tenui e rassicuranti. Niente di strano che tra trent’anni su quel palco ci possa essere proprio Achille Lauro, nel ruolo di ospite. Certo, sempre che la crisi climatica permetta ancora lo svolgimento del festival. Un altro sapore è la sensazione di essere invischiati in quel continuum di cui sopra: fare propria la nostalgia, ritrovarsi a sapere le canzoni dei Ricchi e Poveri, entrare lentamente in quello stesso spettacolo di vecchi boomer. In fondo è così che funziona e ha sempre funzionato il Festival di Sanremo, basta saperlo. Sapere che per guardare avanti, anche nella musica dove è sempre più difficile (ne abbiamo parlato diverse volte anche qui), la nostalgia non serve.

Immagine di copertina: twitter @AchilleIDOL
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