Sembrano lontani anni luce gli anni dei videoclip, delle popstar, di MTV e dell’inizio della fine di un certo tipo di industria musicale. Negli ultimi giorni una sorta di fantasma del Natale passato è tornato a farci visita, dimostrandoci definitivamente le aberrazioni di un’epoca. Si è manifestato sottoforma di un hashtag sui social, in verità già da tempo esistente e dalla altalenante presenza: #FreeBritney. Il movimento, se così possiamo chiamarlo, composto da fan, simpatizzanti e nostalgici che vorrebbero fosse fatta chiarezza sullo stato di salute di Britney Spears, e più in generale manifesta la propria preoccupazione per le sorti della cantante. Da tempo sono molti i dubbi, le paure, le congetture che accompagnano la sempre più scarna vita pubblica di Spears. Questa volta si sono concretizzati attorno a una lettera, risalente al 2008, letta dal fotografo Andrew Gallery su TikTok.

Di cosa si sta parlando

Facciamo un breve punto della situazione. Negli ultimi anni, e in particolare dopo il famosissimo crollo nervoso del 2007 (quello, per intenderci, che c’è dietro la foto qui sotto), lo stato di salute mentale di Spears è stato oggetto di discussione, interventi, persino lotte – a quanto pare – da parte della famiglia.

Fonte: www.x17online.com

In particolare è la figura paterna ad essere al centro del j’accuse del movimento #FreeBritney. James Parnell, dopo il breakdown, aveva ottenuto la custodia legale della popstar, potendone di conseguenza gestire il patrimonio, gli spostamenti, e qualsiasi scelta non solo lavorativa ma anche personale. Questa situazione – temporanea – sarebbe tuttavia stata prorogata e secondo molti e molte durerebbe tutt’ora, costringendo Britney Spears (fragile, certo, ma non incapace di intendere) a una reclusione di fatto. Da tempo questi fan cercano di scoprire la verità, mossi dall’incrollabile devozione nei confronti della loro beniamina.

Un cortocircuito

Già: l’amore, la devozione. Lasciando perdere l’alone di complottismo che circonda tutta questa vicenda (perché questa lettera è venuta fuori adesso? Chi ci dice che sia autentica? E via dicendo) rimane l’evidenza di un cortocircuito malato. Quello instaurato da un music business allora e come sempre interessato solo e soltanto a macinare soldi, disposto persino a maciullare la vita delle persone.  Il cortocircuito di un affetto provato da un pubblico che è lo stesso – incolpevole o quasi, va detto – che ha alimentato una dinamica malata, predatoria quando non addirittura criminale. Perché Britney Spears, ricordiamolo, è stata allevata e cresciuta in una sola ottica: diventare famosa. Quello dei genitori che credono di voler disporre della vita dei propri figli è un vizio terribile dei nostri tempi che rispecchia quanto di più meschino ci sia in un orizzonte delimitato dal guadagno e dal successo. L’intera vita di Spears, così come quella di innumerevoli altre e altri, è stata sacrificata sull’altare della fama.

Andy Warhol. Fonte: Getty

Un amaro finale

La storia di Britney Spears è, forse, già finita: in un buco nero dal quale difficilmente c’è via d’uscita. Non è il buco nero dell’oblio, e lo dimostra il fatto che siamo qui a parlarne. Quello sarebbe forse stato meglio: capace quantomeno di donare un minimo di tranquillità. Perché la celebrità fugace pronosticata da Warhol è un concetto scalabile, e quanto più ne veniamo investiti tanto è difficile restarne immuni. Ancor di più se un mondo infame ci ha usati come cavie per questo scopo come ha fatto con Spears. Un mondo che adesso continua a tormentare una persona in nome di ipotetiche verità, ma che si muove con un’inerzia famelica mascherata da benevolenza. Non è questo che potrà restituire qualcosa a Spears: non fa che alimentare pettegolezzi, illazioni, e forse un gioco orchestrato proprio da chi si pensa di condannare.

Rifuggire la passività

Una cosa, qualora ce ne fosse ancora bisogno, ci insegna però tutto questo: a guardare con il dovuto occhio critico ogni fenomeno di massa, ogni next big thing della musica. Soprattutto a analizzare la musica al di là del fenomeno di costume che spesso la accompagna. Non restare fermi a subire tutto quello che ci piove addosso dagli altoparlanti dei mass media, disdegnando lo sconosciuto, il difficile, lo scomodo. Perché solo dalla nostra curiosità di ascoltatori e ascoltatrici si può scardinare la dittatura di un’industria culturale che – seppure indebolita da nuovi modi di fruizione – è ancora viva e pronta senz’altro a prendere altre forme. Un’entità che non può, per sua natura intrinseca, valorizzare l’arricchimento culturale ma solo quello economico. Una dinamica malata che ha trascinato tantissimi artisti in baratri talvolta senza uscita. È finita, sì, l’epoca della tv musicale e delle popstar come Britney. Molto probabilmente, tuttavia, siamo già dentro un’altra epoca nella quale possiamo e dobbiamo cercare di cambiare le cose. Ognuno di noi nel suo piccolo: magari supportando piccole case discografiche, esplorando, non accontentandosi di cosa ci viene proposto. Forse potremo imparare che creare idoli non porta mai a niente di buono per nessuno.

Immagine di copertina: WENN.com
© riproduzione riservata