Il video di Felicità Puttana dei Thegiornalisti è un concentrato ridondante di riferimenti agli anni Ottanta: capelli cotonati, accessori, vestiti. In molti ne hanno approfittato, all’epoca della sua uscita la scorsa estate, per sottolineare la passione di Tommaso Paradiso per gli anni Ottanta, la passione di tutti per gli anni Ottanta, la nostalgia canaglia per gli anni Ottanta: “ah com’erano belli gli anni Ottanta”. Forse si è un po’ esagerato, ma quello che si è andato a toccare è un nervo scoperto da tempo nel mondo della musica (e forse non solo): la sempre più massiccia e invadente passione per il passato, che viene riamalgamato e riproposto increspandone momentaneamente la superficie, rendendolo travisabile soltanto ad un primo sguardo. Non sono soltanto quell’estetica e quell’immaginario ad essere i protagonisti di questa operazione, ma anche quella che definiremmo la componente musicale.

Nel 2011 è uscito un libro scritto dall’eccellente critico musicale inglese Simon Reynolds, intitolato Retromania. Nel volume – imponente – l’autore parte da una semplice quanto decisiva domanda: il mondo della musica ha forse smesso di immaginare il futuro? A giudicare da quanto circondava Reynolds, pareva proprio così: pressoché tutti i generi, dall’hip hop all’underground, dal pop al punk, erano fossilizzati in un manierismo indirizzato al retrò, immobili nel cercare ispirazioni nel passato. Qui sorge, però, la prima obiezione: non è forse vero che la musica, nel proprio evolvere, si è sempre auto-alimentata? Che anche quelli che vengono riconosciuti come innovatori hanno in realtà attinto da chi c’è stato prima di loro? Risposta: sì e no. Sì, perché dalle radici del blues degli schiavi è nata la musica di Chuck Berry; no, perché rispetto ad essa era qualcosa di completamente diverso! Un conto è ri-proporre (e in un certo senso camuffare, come dicevamo all’inizio), tutt’altro è innovare. In un’intervista, Reynolds spiega come – secondo lui – si possa partire da un’idea, un pezzo di passato per dargli nuova forma creando qualcosa di totalmente nuovo. Esempio: questa cover di (I Can’t Get No) Satisfaction fatta dai Devo: 

https://www.youtube.com/watch?v=jadvt7CbH1o

Il passato come oggetto da rimaneggiare, da scomporre e deformare, quindi; quando non, addirittura, da stravolgere per affermare qualcos’altro. Usarlo come materia prima e non come modello. Perché anche attraverso questa capacità dell’arte in generale, della musica in particolare, di sperimentare e destrutturare si costruiscono nuove strade e possibilità. C’è chi dice che viviamo tempi nei quali, forse come mai prima, abbiamo perso fiducia nel futuro, non sappiamo più ipotizzarlo, immaginarlo: questa passione per il passato appare allora come una inevitabile conseguenza, un rifugiarci in qualcosa che ci illudiamo di conoscere, ma che in realtà rischia di diventare un’ulteriore zavorra.

Cosa dobbiamo pensare allora di Tommaso Paradiso quando dice che gli anni Ottanta sono il suo periodo preferito, il più bello per quanto riguarda la musica? Be’, innanzitutto che è sincero, o almeno coerente, perché in effetti i Thegiornalisti non sono né più e né meno di un residuo sgocciolato dalle atmosfere di quegli anni; questo pur non avendoli vissuti se non di striscio nel loro inconscio di bambini e, poi, nel riflesso nostalgico che si innesta sui ricordi di un passato innocente come quello dell’infanzia. Insomma, come se si lasciassero guidare unicamente dalla soggettività per ripercorrere un’età dell’oro (o del loro, inteso come esperienza generazionale) e ricrearla qui oggi, con connotati solo in parte diversi, ma lo stesso, immutato spirito. E con questa operazione sfacciatamente revivalistica hanno indubbiamente colto nel segno, passando velocemente da fenomeno indipendente a icone pop affermate. Non sarà certo un caso il ritorno nelle classifiche anche di un artista come Luca Carboni, emblema proprio di quegli anni. Osservando, però, in maniera un po’ più ampia anche il cosiddetto ItPop che, tra le altre cose, ha colonizzato l’ultimo concertone ed anche l’ultimo Sanremo, ci si accorge di quanto questa tendenza al rimestare il passato sia diffusa. Allora quello che era un sospetto, l’assenza di novità mascherata sotto un vestito di volti nuovi, sembra diventare realtà: siamo circondati da progetti che pescano a piene mani nel cantautorato anni Ottanta o da quello di battistiana memoria senza sforzarsi più di tanto di operare quella re-interpretazione che li renderebbe interessanti. Canova, lemandorle, Gazzelle, Giorgio Poi, lo stesso Calcutta a ben guardare non sono altro che controfigure contemporanee di qualcosa che è già stato.

Sarebbe ingiusto, è evidente, buttare tutto all’aria per questa mancanza di novità: in fondo non è necessariamente l’unica caratteristica della quale abbiamo bisogno. Per vendere e rimanere in classifica, anzi, è forse più prudente un atteggiamento “conservatore”. E in effetti è così che appare il cosiddetto ItPop oggi: come uno spazio esaurito e statico, senza alcun particolare spirito propositivo; una declinazione secondo schemi che ricalcano la tipica forma canzone italiana e che si è consolidata nello stesso momento in cui ne sono apparsi i contorni. Probabilmente non sarà difficile tra qualche decennio tracciare una linea continua che partendo dalla metà degli anni Ottanta prosegue arrivando fino ad oggi per incorporare all’interno dello stesso filone tutto ciò che è (stato) la musica pop italiana; illuderci che quella che sentiamo in radio oggi sia davvero fresca, nuova, ci può spiazzare e rassicurare al tempo stesso. Spiazzare, perché in fondo sappiamo bene che ci stiamo accontentando di un eterno ritorno; rassicurare perché, sotto sotto, il futuro ci fa ancora tanta, troppa paura. 

immagine in copertina tratta dall’edizione italiana di Retromania di Simon Reynolds edito da ISBN
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