“Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”, aveva detto Andy Warhol in occasione di una sua mostra in Svezia nel 1968. Negli anni a venire c’è chi si è litigato – per circa quindici minuti a testa – la paternità di questo aforisma, come a riconfermarne implicitamente la validità. Che sia stato del fotografo Nat Finkelstein, o del pittore Larry Rivers o di Pontus Hultén, si è deciso un po’ a tavolino di attribuire a Warhol, come l’Iliade e l’Odissea ad Omero, la paternità di questa regola dell’micro-universo circense che è l’ambiente dello spettacolo.

A chi non è interessato al variegato mondo della musica sembrerà esagerato dire che questa massima si applica non tanto agli opinionisti e ai tronisti che si danno il cambio nei talk show, quanto a tutte quelle band che devono assolutamente essere presenti nei maggiori siti e riviste musicali.

È veramente difficile stare dietro a tutto e a tutti. E il più delle volte, dopo aver fatto lo sforzo di aggiornarsi, succede che solo il 10% di queste band riesca a non finire nel dimenticatoio. Da qui, per questi artisti, l’esigenza di pubblicare sempre qualcosa di nuovo (con il rischio altissimo di fare passi falsi), vista l’abbondanza di potenziali rivali. Rivalità che poi non ha nulla a che vedere con una diatriba fra generi musicali o visioni del mondo, ma che si esaurisce solo nella lotta per uno spazio metaforico, quello di un discorso distratto fra due appassionati di musica o quello di una bacheca di Facebook.

Quand’è che questi musicisti potranno considerarsi appartenenti a una tradizione? “Prima non era così!” – beh, certo, fare o dire qualcosa per la prima volta non è una fortuna che tutti possono dire di avere, ma a volte non basta. Tutti hanno presente il prisma triangolare di The Dark Side of the Moon, ma quasi nessuno che sia nato dopo gli anni ’80 può dire di ricordarsi l’esatta tracklist; gli U2 hanno rilasciato You’re the best thing about me, il primo singolo dell’annunciato Songs of Experience, ma sono stati fischiati su parecchie piattaforme; e sono praticamente passate inosservate anche Some Sweet Day di Brian Wilson e il featuring di Iggy Pop nel brano di Oneohtrix Point Never, The Pure and the Damned (ma forse Iggy qualche chance di essere notato ce l’ha, visto che nel videoclip della canzone c’è Robert Pattinson).

C’è invece chi ha avuto un pass per il Valhalla senza saperlo.

Con la crociata contro gli Albigesi del 1209 (seeeee ciaoooo – portate pazienza! Non chiudete l’articolo!), indetta da papa Innocenzo III per estirpare l’eresia catara nei territori del Mezzogiorno francese, molti poeti provenzali dovettero fare le valigie: erano nobili o semplici uomini di cultura che si appoggiavano alle forme di governo autonomo dei signori del sud e implicitamente ne promuovevano l’azione. Come? Cantando in volgare anziché in latino, anche se la loro formazione culturale era la stessa dei chierici. Da questo momento in poi però dovettero disperdersi per l’Europa e nell’Italia settentrionale, dove esistevano ancora delle corti che promuovevano l’arte senza l’intromissione di un governo accentratore e livellatore, come quello della Francia del nord. Ma a metà del XIII secolo la stagione d’oro della poesia provenzale si poteva dire tramontata, o meglio estirpata. Non rimaneva altro che mettere nero su bianco quello che si voleva ricordare e preservare: così vennero confezionati dei manoscritti, alcuni così sontuosi da sembrare più oggetti che codici da sfogliare; questi riportavano non solo le poesie, ma anche la vita degli autori (le famose vidas), tra fantasia e ricostruzione storica, e le loro melodie. La lirica provenzale è stata la prima letteratura in volgare che ambiva al rango di produzione alta e colta, ma nel farlo non si era messa dei paletti quali la messa per iscritto dei propri testi. I poeti provenzali sono un po’ i cantautori di oggi, ma, a parte i più tardi come Guiraut Riquier che confezionò da solo il suo liber di melodie, quasi nessuno si aspettava di finire chiuso in un libro, per quanto di lusso e riccamente miniato. Questo perché, quando cantavano le loro canzoni, la loro arte era ancora viva e soggetta a mutamenti (che oggi chiameremmo cover), non si era cristallizzata in una tradizione fissa.

Cosa possono darci degli eventi così lontani nel tempo non è solo beneficio degli accademici: passino i grattacapi filologici relativi a una tradizione orale mista a una tradizione scritta, passino le diatribe riguardanti la trascrizione moderna di una melodia medievale annotata con un metodo che non riporta il ritmo, come la notazione neumatica. Sono questioni legittime, ma sono solamente una parte del problema.

Da parte nostra possiamo prima di tutto cominciare ad aprire un po’ di più la mente e a ritoccare la nostra concezione di musica del passato, perché sembra quasi che prima degli anni ’60 non ci sia stato nulla, mentre invece anche quel visionario di Euripide adottava musica niente male per i cori delle sue tragedie. Questo è il papiro Katolophyromai, che riporta il primo stasimo (la parte del coro) dell’Oreste in una notazione alfabetica. Nulla di strano, se non che questo papiro è datato al III secolo a.C., cioè 200 anni dopo la messa in scena della tragedia.

Doveva suonare più o meno così:

Possiamo anche cominciare ad avere un po’ più di rispetto per ciò che abbiamo la presunzione di definire spazzatura anziché arte. Tra cento anni, quando tutto quello che sta passando nella sezione The Latest del sito di Pitchfork non potrà essere recuperato in nessun modo, perché perso nei bit della rete, cosa ricorderemo?

Sarebbe bello poter essere uno scriba tolosano del XIV secolo, che ha ricevuto l’ordine da un signorotto impaccato di soldi di approntare un codice fa-vo-lo-so con tanto di tetragramma per accogliere le melodie delle sue canzoni preferite: “Sì, sì, ti trascrivo il testo di Non è il Sudamerica di questo tale, Alessio Bernabei… solo che… mannaggia, proprio non riesco a trovare la melodia! Vabbè, lascio la rigatura vuota, poi magari riesco a reperirla, ce la metto, tranquillo! (sì, contaci)”.

Il famoso Chansonnier du Roi (Paris, Bibliothèque Nationale de France, fr.844, f.5r)

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