In principio fu il mito della caverna di Platone e la distinzione tra aletheia (ἀλήθεια) e doxa (δόξα), ossia tra la verità e l’opinione, tra la conoscenza autentica del mondo e le ombre che ne offuscano il senso. A posteriori, quegli uomini imprigionati nel buio, che il filosofo greco descriveva sul libro settimo de La Repubblica, continuano ancora a cercare disperatamente la luce, quell’epifania in grado di sciogliere, anche solo per pochi istanti, le catene dell’essere. E poco importa se la rivelazione procurerà loro sofferenza: con gli occhi bagnati dal pianto, quegli uomini potranno vedere meglio. Potranno, forse, sentirsi più vivi degli altri. E se è vero che agli artisti, in modo particolare, tocchi il bizzarro privilegio di conoscere gli abissi del mondo per poterli raccontare a tutti, allo stesso modo Izi si è fatto carico di questa “missione” – come egli stesso l’ha definita – per mitigare la sua oscurità e quella altrui. Il suo terzo album in studio, Aletheia, appunto, uscito lo scorso 10 maggio per la Universal, è il frutto di un processo travagliato in cui il giovane rapper, dai natali piemontesi ma cresciuto a Cogoleto (Genova), ha messo su carta la sua lotta con le crisi epilettiche e con un profondo stato depressivo, che lo hanno portato a quasi due anni di assenza dalle scene.

“A chi si sente distante ed incompreso, agli oppressi ed ai perseguitati. A chi non capisce il senso della vita e a chi si pone interrogativi e continua a ricercare nonostante lo sconforto. Non siete mai soli!”: così Izi, sulla sua pagina Instagram, annuncia l’arrivo di Aletheia, e già da queste parole si capisce che l’album non è per stomaci deboli. Nelle sedici tracce che si avvicendano in poco meno di un’ora, c’è un suono spesso tormentato (curato dai produttori più in voga del momento, come Davide Ice, Charlie Charles, Tha Supreme, Maaly Raw) che flirta con la trap e con mood spiccatamente internazionali; presenziano pochi ospiti (tra cui Sfera Ebbasta in 48H e Speranza in OK) e prevale un flow multiforme, grazie al quale il rapper si destreggia con inusitata abilità anche tra il francese (San Giorgio) e l’inglese (Weekend). Ma, soprattutto, ci sono dei testi che, come il vaso di Pandora, aspettano solo di essere aperti per travolgerci completamente. Il perché lo spiega Izi stesso in una recente intervista su Radio 105: “Alcune tracce sembrano normali, ma ci sono molti sottotesti. Mi piacciono le metafore, ci sono tanti riferimenti a ricordi, anche se magari non li ricordo molto bene”.

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Con uno stile che guarda contemporaneamente al cantautorato genovese e all’immediatezza della comunicazione 3.0, il rapper di Cogoleto dissemina nei suoi brani numerose citazioni colte: si passa dal riprendere, già nel titolo, romanzi di culto (Il nome della rosa) ai giochi di parole con nomi e cognomi di poeti (“Siete caproni come Giorgio, solo che lui faceva poesie/ San Giorgio perché combatto le tue eresie”, San Giorgio), fino a richiamare, in Zorba, alcune tracce del pensiero di Gurdjieff (“Ordinariamente l’uomo vive semplicemente seguendo il flusso/ Non è semplicemente addormentato, è completamente morto”). Non c’è che dire: Aletheia ha un substrato interessante, e il fatto che un rapper quasi ventiquattrenne dia così tanta importanza al testo non può che far piacere a tutti coloro che non si accontentano di una visione superficiale delle cose, nella musica come nella vita.

Date queste premesse, allora, ci siamo chiesti: Quali ipotetici sottotesti nascondono le tracce dell’album? Abbiamo provato ad immaginare, per alcuni brani di Aletheia, delle possibili ispirazioni letterarie. Senza la pretesa di fare voli pindarici, ma solo con l’intento di dimostrare, anche all’ascoltatore meno avvezzo al rap, la profondità di sguardi del rapper di Cogoleto. Perché, in fondo, musica e letteratura trattano allo stesso modo, da sempre, la materia umana.

 

Fumo da solo

Iniziamo con Fumo da solo: a cosa vi fanno pensare dei versi come: “E ora fumo da solo perché mi piace […] Non mi ricordo chi fossi prima/ Non mi ricordo perché io sono”? A noi è venuto subito in mente Zeno Cosini, la voce narrante de La coscienza di Zeno (1923), il romanzo psicoanalitico di Italo Svevo. Celebre è, infatti, l’ossessione del protagonista per il vizio del fumo (nel suo caso, quello da sigaretta), dal quale egli cerca invano di liberarsi durante le varie fasi della sua vita. Il rapporto controverso di Zeno con la nicotina (“Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa”) è il riflesso delle proprie fragilità e, più generale, di una modo di fare incerto e contraddittorio. Non a caso, Izi spiega così il suo brano: “Per me ‘fumo da solo’ vuol dire solitudine, malinconia, noia che diventa paranoia. I pensieri non li scacci via, il fumo li annebbia soltanto”.

Dolcenera

Dolcenera rappresenta sicuramente uno dei punti più alti di Aletheia e, sebbene Izi si avventuri in una circostanza assai rischiosa, ossia il rifacimento di un capolavoro di De Andrè, il risultato è quanto mai singolare. Più che una semplice cover, quella del rapper è un omaggio a uno dei suoi padri ispiratori, nonché alla sua terra d’origine, ancora troppo martoriata dall’incuria dell’uomo e delle istituzioni. Nella Dolcenera di Izi, a suo stesso dire, “c’è il ricordo delle alluvioni di Genova, una ferita che porta […] anche alla tragedia del Morandi”. Ecco, allora, che il tema prettamente amoroso lascia spazio agli “eventi/ di una realtà incredibile e mai creduta”, la stessa che Eugenio Montale descriveva ne L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili. E, nonostante in questo componimento il poeta ligure faccia riferimento all’alluvione che sconvolse Firenze il 4 novembre del 1966, le radici del dolore rimangono, in tutti i sensi, le medesime.

 

Zorba

“Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente/ Un uomo non è mai uno, continuamente egli cambia/ raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora”. In Zorba appare chiaro il riferimento non solo a Gurdjieff, ma anche a Pirandello e, in modo particolare, alla parte finale del romanzo Uno, nessuno e centomila (1925), in cui il protagonista, Vitangelo Moscarda, rifiuta di chiudersi in un’identità permanente per accettare di sprofondare nel fluire mutevole dell’esistenza: “Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d’oggi, domani […] La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita […] Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo”. In entrambi i casi, dunque, la libertà di vivere attimo dopo attimo diventa una risposta alla finzione della commedia impostaci quotidianamente dalla società.

 

La cover di Aletheia, terzo album di Izi

 

Il nome della rosa

Concludiamo con Il nome della rosa che, a dispetto del titolo, nei contenuti sembra richiamare quella poetica che Cesare Pavese ha racchiuso nel suo celebre diario Il mestiere di vivere, iniziato nel 1935 e portato avanti, sotto forma di note e appunti, fino alla morte. I parallelismi sono curiosi. Izi canta: “Guarda l’occhio, dopo prova a definire una persona, dai/ se ha l’ombra dentro oppure gioia, oppure ‘cosa c’hai?”; Pavese sembra accompagnarlo: “Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?”. E ancora: “Quando sono nato non avevo pelle addosso/ ed ero penna e inchiostro in connessione con qualcosa” (Izi); “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti” (Pavese). La scrittura come esercizio narrativo ed esistenziale, dunque, che aiuta ciascuno di noi a comprenderci meglio, a sbarazzarci dei segreti. Ad essere un libro aperto.

 

Immagine di copertina: profilo Instagram ufficiale di Izi
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