Vi vogliamo oggi raccontare una storia, ormai abbastanza datata ma da sempre avvolta nella leggenda: in particolare vogliamo narrarvi qualcosa a proposito di James Douglas Morrison, in arte Jim, che nacque l’8 dicembre 1943 presso il Brevard Hospital di Melbourne, in Florida. La storia che stiamo per snocciolarvi non tratterà come da copione solo della breve e fulminea esistenza di una rockstar: il nostro intento primario sarà invece quello di scovare il James uomo e poeta spesso così sapientemente nascosto e sotteso dietro la maschera riottosa che il Jim maudit gli aveva creato su misura.

Di certo in quella data di 76 anni fa il padre Steve, noto ancora oggi per essere il più giovane ammiraglio di Marina nella storia degli Stati Uniti d’America, e la madre Clara non avevano idea dell’incontenibile potenziale artistico che quel paffuto pargoletto celava già dietro i suoi primi vagiti. Non potevano prevedere quanto la dinamitarda opera futura di quel figlio precocemente ribelle potesse poi rimanere marcata indelebilmente negli anni, e di certo anche nei secoli, venturi. Non potevano neppure lontanamente supporre che il loro James sarebbe diventato una delle icone rock più imperiture della storia del genere, una divinità pagana che ancora oggi, a distanza di ben 48 anni dalla sua immatura e tragica scomparsa, veneriamo e piangiamo.

Uno scatto di Morrison in taxi ad Amsterdam nel 1986. © Bobby Klein

James, fin dalla prima adolescenza irrimediabilmente segnata dai continui trasferimenti familiari da un capo all’altro degli USA, per via delle mansioni lavorative paterne, tendeva, nonostante il suo carattere schivo, ad eccellere pressoché in tutto. Nota è soprattutto la sua indomita fame letteraria, un fattore di certo determinante per quello che si affermerà nella storia come un talento scrittorio e compositivo con pochi pari ed eguali, aspetto che lo ha portato ad essere riconosciuto ancora nei tempi attuali come una delle centrali figure di spicco nell’ambito poetico della produzione di natura beat più radicale e tarda, un talento insomma alla stregua di quello di un Ginsberg o di un Ferlinghetti.

Arrivato poi all’età della maturità, nonostante uno spiccato interesse per la psicologia e la filosofia, JD decise di far convergere il suo percorso universitario in una passione in grado di convogliare e veicolare ad arte tutte le pulsioni artistiche capaci di scuotere la sua metamorfica e multifocale personalità fin dal profondo: scelse infatti di frequentare i corsi di cinematografia presso il polo losangelino della storica UCLA, scelta certamente centrale in quella formazione artistica che avrebbe poi trovato la sua completa esaltazione e affermazione nel suo percorso di poeta e straordinario songwriter. Galeotta per ciò che poi furono i Doors fu, inoltre, proprio la UCLA, luogo dove Morrison incontrò quella che potremmo definire, platonicamente e musicalmente parlando, l’altra metà del suo androgino: stiamo ovviamente parlando del tastierista Ray Manzarek, colui che rese, grazie alle sue sottilissime variazioni stilistiche, i Doors immediatamente riconoscibili alle orecchie del mondo.

Jim Morrison immortalato dall’obiettivo di Jerry Hopkins. © Jerry Hopkins

Non vogliamo però in questa sede parlare, come di consueto, degli esordi al Whisky a Go Go, mitico e sgangherato localino all’8901 di Sunset Boulevard, o delle sregolatezze e controversie tipiche del Jim nel suo status quo di Dio del Rock in piena Summer Of Love. Sarebbe troppo banale, o forse troppo facile. Ciò che invece ci piacerebbe, in questo nostro memento, indagare è senz’altro la natura profonda di un autore dotato di un simbolismo spiccato e pungente, un poeta visionario definibile forse come il decadentista (è peraltro infatti impossibile non citare il fil rouge che legava Morrison alla produzione dell’enfant prodige Rimbaud) più moderno che il Novecento abbia visto nel contesto d’Oltreoceano.

A series of notes, prose-poems
stories, bits of play & dialog
Aphorisms, epigrms, essays

Poems? Sure

La storia ci insegna che la poesia scorreva veemente nelle vene morrisoniane fin dall’infanzia: era il maggio del 1954 quando Jim, ad appena dieci anni, scrisse il suo primissimo componimento, The Pony Express, nella casa di famiglia a San Diego. Dotata di una semplicità certamente naïf quanto disarmante, questa ballata di un Jim bambino altro non è che la sua prima e determinata espressione artistica, un’autoaffermazione inconsapevole, immatura quanto incredibilmente decisa nel suo intento finale. Insomma, come se già sapesse in una modalità altamente profetica, nella sua prima decade di vita, che la parola scritta sarebbe stata il focus della sua intera, per quanto estremamente breve, esistenza su questa Terra.

Le parole dissimulano
Le parole corrono
Le parole rassomigliano a bastoni che camminano,
piantale, cresceranno
Guardale ondeggiare come fanno.

Nonostante le più alte doti formali e stilistiche del più viscerale Morrison autore e questo inequivocabile parallelismo già citato tra il suo modus componendi e creandi e quello del più giovane dei maudits (non a caso Jim portava ovunque con sé la sua copia personale delle Illuminazioni), il mondo accademico ha sempre relegato la produzione poetica del nostro James Douglas come non univocamente catalogabile se non all’interno della critica strettamente musicale. Un vero peccato, perché l’elevazione spirituale e intima di un mostro sacro del rock alla stregua di Jim, nel suo caso specifico, è pienamente apprezzabile e individuabile solo attraversando con attitudine baudelairiana quel suo dedalo di parole sparse sulle sue inquantificabili Moleskine.

Jim Morrison di fronte alla casa di Houdini nel dicembre 1967. © Paul Ferrara

È tuttavia pur vero che le sue più illuminanti intuizioni poetiche sono in grado di emergere in modo lampante soprattutto all’interno dei testi dei suoi Doors, dotati di un lirismo carico di rimandi e riferimenti a tutto quell’intenso e colmo bagaglio culturale e letterario accumulato in modo certosino e acuto nei suoi pochi anni di peregrinazione e apprendistato.

Il fatto che la produzione del nostro compianto Jim sia stata riconosciuta come parte integrante del canone poetico statunitense degli anni ’60 è arrivato solo grazie all’intervento del poeta beatnik Michael McClure, capace fin da subito di riconoscerne e nobilitarne il talento ed elevarne gli scritti come degni di essere annoverati tra quelli della corrente più anticonformista del Novecento, convincendolo alla pubblicazione di opere scrittorie meritevoli di essere denominate tali.

Il punto è che, storicamente, il rock è più pop dell’estro poetico, ma proprio per questo, nel giorno della sua nascita, vogliamo celebrare l’uomo e il poeta più che il carismatico leader di una band. Ricorderemo sempre la tua sfolgorante precocità intellettuale, grazie alla quale sei riuscito ad affermarti come quel simbolo di pura irruenza rivoluzionaria. Un avanguardista che ha fatto della poesia la matrice della sua esistenza.

Ovunque tu sia, quindi, tanti auguri Jim.

Immagine di copertina: © Paul Ferrara.

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