Sono passati 88 anni dalla nascita e quasi 17 dall’ultimo respiro di uno dei più grandi cantautori, country e folk, della storia americana e mondiale: Johnny Cash.
Abbiamo deciso di non scrivere inutili sviolinate sul suo conto, visto che, probabilmente, avrebbe reagito con un: “Qualcuno ha una sigaretta?”.

Abbiamo deciso di ricordare colui che attraverso due dischi, pubblicati nel 1968 e 1969, eclissò i Beatles vendendo sei milioni e mezzo di copie: At Folsom Prison e At San Quentin.

Johnny Cash © Pagina Facebook

At Folsom Prison

Uscito nel 1968, il disco fu registrato dal vivo nel carcere di massima sicurezza di Folsom, in California.
La decisione di voler omaggiare i detenuti fu non solo una mossa vincente in termini di umanità ma rimase, per sempre, come una delle sue migliori interpretazioni. Proprio lì, il famoso singolo “Folsom Prison Blues” uscito nel 1956 è riuscito a trovare la sua dimensione effettiva, il suo incastro empatico perfetto.

Nonostante la sua casa discografica dell’epoca fu ostile nei confronti del progetto – di voler suonare gratuitamente per gli ospiti della struttura – dovette ricredersi dopo la vendita di tre milioni di copie solo in territorio americano.

Il concerto evento fu un bellissimo esempio di immedesimazione ed empatia verso gli ultimi, i criminali, coloro che avevano commesso orribili azioni in nome di una “giustizia” privata.
Cash non giudicava, non li guardava con occhi impauriti o sospettosi: semplicemente, si sentiva come loro e allo stesso tempo li faceva sentire a loro agio con lui. Un bellissimo momento in cui le barriere mentali e i pregiudizi si sgretolarono completamente in presenza della musica.
«but I shot a man in Reno just to watch him die», recitava Cash in “Folsom Prison Blues” accendendo il pubblico che condì il tutto con forti urla ed entusiasti applausi.

Oltre a “Folsom Prison Blues”, il concerto offrì anche altri brani impregnati di temi forti e vicini all’animo dei carcerati come “The Wall”, “Green”, “Green Grass of Home” e “25 Minutes to Go”.
Greystone Chapel”, invece, fu una chicca mai cantata da Cash prima di quel concerto. Il brano, infatti, fu scritto da uno dei detenuti chiamato Glen Sherley, il quale consegnò il brano al reverendo Gressett nella speranza che Cash la cantasse sul palco: così fu.

Nella classifica dei 500 migliori album di sempre secondo Rolling Stone, nel 2003, il disco staziona alla posizione 88 – che coincidenza-, e sempre in quell’anno fu uno dei 50 dischi scelti dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti per essere poi aggiunto alla “National Recording Registry”.

Foto del concerto al Folsom Prison © Pagina Facebook

At San Quentin

Le luci al neon fisse per tutto il tempo del concerto, le guardie armate che controllano un pubblico non proprio comune, costretto a godersi fermo la musica del cantautore ai tavoli della sala, lasciò una bella sensazione al nostro Johnny Cash, tanto da farlo ritornare in uno scenario simile: quello del carcere di massima sicurezza del San Quentin, in California.

Dopo l’incredibile successo del disco live precedente, Cash decide di tornare, quindi, in un ambiente simile per poter dire “sono con voi, vi sono vicino.
At San Quentin cavalcò notevolmente quel successo, piazzandosi alla prima posizione nella classifica Billboard 200 per ben quattro settimane, ricevendo anche diversi Grammy Award tra cui “Miglior album dell’anno”.

Hello, I’m Johnny Cash”. Iniziò proprio così quel concerto in cui fu proprio il pubblico a chiedere di far echeggiare il brano “San Quentin” nella sala ricreativa dove si svolse il concerto.

L’evento fu ripreso per essere trasmesso sulla televisione britannica, e nella versione estesa è possibile sentire Cash esprimere il proprio disappunto sul fatto di dover seguire regole sul cosa cantare e dove suonare precisamente.
Tutti noi, infatti, conosciamo la famosa fotografia che ritrae il cantautore mentre mostra il dito medio verso l’obbiettivo di un fotografo, e fu proprio in quella circostanza che nacque una delle foto più belle e provocatorie della musica mondiale.

© Pinterest

A Boy Named Sue” fu, insieme a “San Quentin”, il singolo inedito che vide la luce proprio durante quel concerto. Il brano fu cantato senza che nessun membro della band lo sapesse. Completamente improvvisato sul momento, nudo e crudo.

Proprio nel gennaio del 1968, Johnny Cash viveva la sua rinascita, il suo vero momento di gloria personale.
Reduce dall’incendio del suo trattore che causò la distruzione di duecento ettari di terreno nella Los Padres National Forest, fu condannato a risarcire con 85mila dollari; l’arresto nel ‘65 per possesso illegale di droga – si trattava di anfetamine, sedativi e tranquillanti -, per il quale fu accusato di “aver intenzionalmente introdotto droga nel Paese e di averla nascosta”; la frequentazione con Dylan nel ’66 che lo aveva fatto ricadere in un alto consumo di droghe, motivo per cui saltò numerosi concerti importanti come quello all’Olympia di Parigi; nel ’67, con l’acqua alla gola, tentò di suicidarsi nella Nickajack Cave in Tennesse: “Ero stanco. Dovevo farla finita, allontanarmi da me stesso”.

88 anni fa nasceva una delle personalità più forti della musica cantautorale americana. Uno dei più grandi comunicatori che, grazie alla propria musica, ha abbracciato persone di ogni tipo, cercando sempre di eliminare la distanza che si interpone tra artista e ascoltatore.
“Hello, I’m Johnny Cash”: non dava mai per scontato che qualcuno lo conoscesse. Tanti auguri Johnny.

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