Noi uomini amiamo le storie. Di più: ne abbiamo bisogno. Per questo siamo costantemente alla ricerca di nessi, cause ed effetti, fili che uniscano avvenimenti dai quali trarre emozioni o semplicemente lasciarci coinvolgere. Questa quindi è la storia nata da una canzone e intrecciata con misteriosi fatti di cronaca, diventata tanto tenebrosa da far mettere al bando il brano dalla programmazione radiofonica della BBC, uno dei più importanti network mondiali. Questa storia ha inizio in Ungheria nel 1933. Vége a világnak (Il mondo sta finendo), era questo il titolo della canzone composta dal pianista Rezső Seress. Aveva un testo incentrato sulla brutalità della guerra e sulla disperazione che provoca negli uomini, e si concludeva con una sorta di preghiera a Dio, una richiesta di perdono per i peccati dell’uomo. Il compositore decise quindi di proporlo ad un editore, ma, con sua sorpresa, qualche giorno dopo avergli inviato gli spartiti, ricevette una risposta a dir poco bizzarra: il brano piaceva, era ben scritto, ma aveva “una melodia ed un ritmo troppo disperati per poter essere pubblicato“.

Rezső Seress

Ciononostante, un’altra casa di produzione acconsentì alla distribuzione, in Francia, della composizione di Seress. Qualche anno dopo, nel 1935, il poeta László Jávor scrisse per quella musica un nuovo testo, Szomorú vasárnap (“Triste Domenica”), nel quale raccontava la storia di un innamorato che arriva ad uccidersi per la disperazione in seguito alla morte dell’amata. Così iniziò a circolare in questa versione e con questo testo e da subito si legò a numerosi casi di suicidio in tutta l’Ungheria: se ne contarono come minimo 17 nei mesi successivi. Quello di un calzolaio che fece ritrovare una lettere contenente versi della canzone sembra essere il primo. La leggenda – è infatti quasi impossibile verificare gran parte di queste voci – vuole che in Ungheria già all’epoca venne vietato di suonare la canzone in pubblico, per evitare il suo presunto effetto istigatore. 

Billie Holiday (William P. Gottlieb)

Di certo c’è che, correndo di bocca in bocca per tutta l’Europa, la storia di questo brano maledetto iniziò a farsi strada fino a giungere oltreoceano e la curiosità di conoscere il contenuto del testo cresceva. Fu così che l’autore e musicista Sam Lewis decise di tradurlo in inglese, spalancando di fatto le porte ad un nuovo pubblico e ad una nuova fase della proliferazione di questa maledizione. Gloomy Sunday venne cantata da molti artisti, ma la sua versione più famosa è senz’altro quella di Billie Holiday, che lo rese un grande successo del jazz dell’epoca e contribuì alla sua diffusione. Anche negli Stati Uniti, così, iniziarono le prime morti sinistramente legate alla canzone: quella di una segretaria di New York che si uccise lasciando scritto di desiderare Gloomy Sunday al suo funerale, quella di un’altra donna sulla cui scena del delitto gli investigatori trovarono di nuovo il testo dell’ormai maledetto brano. Ecco che allora, parrebbe, il contagio si fece globale: i giornali europei iniziarono a notare casi simili un po’ dappertutto, il più “accreditato” è quello di una donna a Londra, dal cui appartamento i vicini sentirono provenire ad alto volume ed in loop la canzone, per poi trovare il corpo senza vita dell’inquilina morta per un’overdose. Persino in Italia sembrerebbe esserne avvenuto uno, quello di un uomo che dopo aver sentito Gloomy Sunday suonata da un musicista di strada, gli avrebbe lasciato tutti i soldi che aveva in tasca e si sarebbe gettato nel Tevere. Non è facile arrestare i luoghi comuni, le dicerie, le leggende metropolitane: risorgono da ogni sospetto, si attaccano ad ogni stranezza, si auto-alimentano e crescono fino a diventare indistinguibili dalla realtà. Anche il triste destino di una cantante italiana, Norma Bruni, è così in qualche modo avvicinato alla maledizione della canzone ungherese. Nel 1970, dopo una sua esibizione in televisione nella quale cantò Triste Domenica, la Bruni ebbe un malore che la fece finire in coma. Non si svegliò più e morì il 3 gennaio del 1971, proprio una domenica.

Norma Bruni (Wikipedia)

Di certo il fenomeno che permette ad una leggenda metropolitana di propagarsi è affascinante ed è stato oggetto di molti studi: come si diffondano ma soprattutto perché è un argomento che sicuramente ha molto a che fare con il nostro innato bisogno di narrazioni e di storie, ancora meglio se poi queste servono a costruire o rafforzare il mondo come lo intendiamo. Così ci sono leggende sul sesso, sull’università, sulla droga e su quasi tutto ciò che abbiamo bisogno di esorcizzare: anche le fake news, argomento così in voga oggi, sono in fondo qualcosa che somiglia molto alle leggende contemporanee. Quella di una canzone che istiga al suicidio è una leggenda tanto inverosimile quanto affascinante: da sempre attribuiamo alla musica un potere quasi magico nell’aiutarci a sintetizzare le emozioni, da quelle più brutte a quelle più belle. Troviamo quindi intrigante la possibilità che una melodia possa avere addirittura la capacità di legarsi non solo ai sentimenti ma addirittura al fato. Non importa, in fondo, se questo sia o non sia vero: restituisce alla musica un’aura di inafferrabilità e di mistero, quello che fin dalla sua nascita l’ha resa l’arte più imperscrutabile.

E comunque, anche Rezső Seress, nel 1968 si tolse la vita lanciandosi da un balcone di casa sua a Budapest. Sul suo macabro successo aveva detto:

Mi sono ritrovato in mezzo a questo successo mortale da uomo accusato. Questa notorietà fatale mi ferisce. Ho riversato tutta la frustrazione del mio cuore in questa canzone, e sembra che altre persone con sentimenti simili ai miei abbiano trovato rappresentato il loro dolore personale in quest’ultima.

Adesso non resta che ascoltarla:

 

in copertina: La Suicidè – Edouard Manet
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