di Giovanni Battista Boccardo

Ma Caravaggio non era un pittore? In effetti sì. È possibile che egli sapesse suonare la chitarra, vi sono alcuni indizi che potrebbero indurci a pensarlo, ma nulla più. D’altra parte, ciò che interessa non è tanto il suo essere musicista, quanto le note che ancora oggi risuonano nelle sue tele. Prima di giungere alle grandi commissioni pubbliche di pale d’altare, infatti, il pittore lombardo diede prova del suo lavoro attraverso un numero di quadri a soggetto laico in cui la musica spesso riveste un ruolo importante.

“Suonatore di liuto”

Caravaggio – “Suonatore di liuto” © Wikipedia

Ammirando questa tela viene difficile non domandarsi quale musica potrebbe stare suonando quel modello che ci guarda con la bocca semi aperta. In quell’atmosfera intima, in quello spazio vuoto, pare di sentire il suono dello strumento, pizzicato con delicatezza dalle sue dita. Ebbene, si dà il caso che Caravaggio abbia veramente voluto offrirci la possibilità di sapere che cosa egli stia suonando. Lo spartito poggiato davanti al suonatore, infatti, è stato dipinto con così tanta accuratezza da poterci permettere di identificare le note. Le musiche sono di Jacques Arcadelt, compositore fiammingo che aveva soggiornato a Roma nella prima metà del secolo. 

“Voi sapete ch’io v’amo” La grossa lettera “V” che si legge all’inizio del pentagramma non sta solo a onorare il committente Vincenzo Giustiniani ma anche il madrigale di Arcadelt. Ascoltando la registrazione si noterà un fatto curioso: il madrigale è cantato da quattro voci e senza l’accompagnamento di alcuno strumento, mentre nel dipinto vediamo solo un giovane con il liuto. La spiegazione è semplice e interessante: si stava diffondendo in quegli anni l’usanza di suonare musiche polifoniche (per più voci) a una sola voce, accompagnandosi da uno strumento. Monodia accompagnata. Insomma, stava nascendo qualcosa di simile all’odierna canzone. Dalla stessa pagina aperta si sono riconosciuti altri tre madrigali tratti dal Primo libro di Arcadelt.

Primo libro dei madrigali a quattro voci. Nello spartito della versione oggi esposta all’Hermitage sono stati riconosciuti altri tre madrigali tratti dallo stesso libro, che era stato pubblicato per la prima volta a Venezia nel 1538. In “Chi potrà di quanta dolcezza provo” sentiamo come un madrigale a quattro voci possa essere trasportato su altri strumenti, in questo caso una chitarra. “Se la dura durezza” e “Vostra fui e sarò mentre ch’io viva” sono gli altri due madrigali rappresentati nel dipinto.

“Alcuni camerini nobilmente ornati”

Caravaggio – “Concerto” (I musici) © Wikipedia

Vincenzo Giustiniani descrive nel suo Discorso sopra la musica dove si svolgessero i concerti nelle case private dei duchi di Mantova e Ferrara. Camerini appartati e decorati con quadri, usati soltanto per farvi musica. Come nel quadro precedente, anche nei “Musici” ci troviamo a disturbare un’esecuzione musicale, questa volta più affollata. Il liuto viene accordato, il suonatore di cornetto a destra prepara lo strumento mentre il violinista ripassa la parte; il concerto sta per avere inizio. I musicisti sono vestiti all’antica, segno che sta per avere luogo una rappresentazione “in maschera”, similmente a una commedia pastorale. L’angioletto a sinistra della tela non è altro che un cantore pronto a personificare Amore. Questo dipinto venne commissionato da un amico di Vincenzo Giustiniani, il cardinal Francesco Maria Del Monte, anch’egli uomo colto e amante delle arti. Per un momento, grazie al pennello di Michelangelo Merisi, siamo trasportati indietro di qualche secolo, invitati a un concerto privato in casa del cardinale. 

Una musica per riposare

Caravaggio – “Riposo durante la fuga in Egitto” © Wikipedia

Nella “Fuga in Egitto” l’angelo non potrebbe suonare un liuto poiché a quel tempo era considerato uno strumento “sensuale”, legato a un’idea di lascivia (basti ripensare all’intimità del tizianesco “Concerto campestre”). Dunque per la musica celestiale che avrebbe offerto un dolce riposo ai fuggiaschi, Caravaggio scelse di raffigurare un angelo violinista. Ancora una volta le note sullo spartito sono leggibili, trascritte accuratamente dal pittore: è la parte più acuta di un mottetto a quattro voci di Noel Bauldewijn, “Quam pulchra es”. Il testo qui non parla di pene d’amore, come nel “Suonatore di liuto”, ma è tratto dal Cantico dei Cantici.

“Amor Vincit Omnia”

Caravaggio – “Amor Vincit Omnia” © Wikipedia

Rimane un ultimo quadro della sua produzione in cui la musica viene rappresentata. Qui, un giovane Amore, sorridente, si prende benignamente gioco di tutte le cose del mondo, che stanno ai suoi piedi. Vi ritroviamo gli strumenti prediletti da Caravaggio, il liuto e il violino, che sappiamo essere appartenuti alla ricca collezione di strumenti del cardinal Del Monte. 

Insomma, l’universo musicale della Roma del Cinquecento è vasto; Caravaggio ci offre soltanto un piccolo spiraglio da cui intravedere qualcosa. In tutto questo sapore di “antico” potremmo ripensare al film di Derek Jarman che riesce a riportare la figura e il mondo del pittore in un mondo attuale e vivo per ascoltare Arcadelt con nuove orecchie.

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