Qualche tempo fa, tra le miriadi di cose che scorrono nella mia home di Facebook, mi sono imbattuto in una recensione di un noto quotidiano nazionale il cui titolo e incipit a prima lettura mi hanno lasciato davvero un po’ spiazzato. Si parlava dell’album “ON ” di Elisa, la nota cantautrice italiana , e si parlava di quanto il suo nuovo disco fosse brutto, anzi, più precisamente si parlava di quanto il suo nuovo disco pop fosse veramente brutto. Ora di certo non voglio stare qui a sindacare sui gusti musicali dei recensori e delle persone in generale, ci mancherebbe, ognuno la pensa come vuole.

Comunque sia “ON ” è disco d’oro certificato FIMI e il singolo  “No Hero” contenuto nell’album è due volte disco di platino, quindi qualche “pazzo” se lo sarà pur comprato questo disco, ma non è questo il punto.

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Quello che mi ha lasciato più perplesso di questa recensione, è stato il fatto che l’autore ha voluto rivendicare e sottolineare, a mio avviso, il fatto che questo album fosse brutto proprio perché pop e quindi decisamente diverso da molti dei suoi lavori precedenti. Leggendo queste parole ho iniziato a domandarmi il perché. Perché un disco dovrebbe risultare brutto solo perché ha una linea di suono più definita, o perché rientra in un genere a cui (in parte) l’ascoltatore medio, quale era sicuramente il recensore, non è abituato ? Da anni si propone nelle radio italiane sempre lo stesso tipo di sonorità , che varia da periodo a periodo storico, ma che nel suo complesso è sempre più o meno la stessa. In Italia nessun artista , di quelli noti/super noti, da quando ha un contratto importante alle spalle (come quelli per SME, UMG ,WMG etc…) è più riuscito a proporre un tipo di musica, non dico innovativa per carità, ma nemmeno peculiare. Trovo che a parte il timbro vocale siano pressoché tutti gli stessi pezzi, con la stessa struttura e, a seconda della stagione in cui vengono prodotti, con lo stesso tipo di basi, con lo stesso tipo di bridge, lo stesso tipo di apertura nel ritornello e potremmo continuare all’infinito.

Spesso, ascoltando artisti stranieri,  chi di voi non si è mai chiesto “Ma perché qui da noi non c’è un filone musicale di questo tipo ?” oppure “Veramente siamo così indietro da non aver sviluppato artisti in grado di competere in questo genere?” E la risposta è “Sì”, a primo impatto. Poi però, se ci si pensa e si approfondisce meglio la questione si scopre che questo non è assolutamente vero. Andando a vedere bene, anche qui in Italia c’è stata la possibilità di sviluppare alcuni generi musicali (come l’ R’n’B, il Progressive Rock, il Pop inteso alla maniera d’oltreoceano, il Jazz/Fusion, il Krautrock /Space Music etc…) e attraverso alcuni artisti dei quali non sospettereste mai. Quali? Tiziano Ferro, per esempio, in tempi non molto lontani, intorno all’epoca di “Centoundici”,  ha portato avanti un percorso musicale abbastanza vicino all’R’n’B degli LSG o di altri gruppi che erano in voga negli Stati Uniti nei primi anni duemila /fine anni ’90. Franco Battiato negli anni di “Pollution” e precedenti, sperimentava un suono che non aveva niente da invidiare ai francesi Jean Luc Ponty o Didier Marouani degli Space. Gli stessi Pooh, autori delle maggiori hits nazional-popolari italiane , in “Parsifal”, nell’omonimo disco del ’73, hanno fatto un pezzo Prog. di elevata fattura.

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Insomma, sarebbe inutile mettersi qui a fare un elenco di personaggi che per esigenze di mercato (dettate da qualche settantenne che decide anche la grafica [cit.] ), hanno dovuto abbandonare il loro percorso per dedicarsi a qualcosa di più, come dire, “userfriendly”. Attenzione,  non che un artista non debba avere una svolta, un cambiamento nella propria carriera, in quanto artista è tenuto a farlo, anzi lo DEVE fare. Ma voglio dire, è possibile che questo cambiamento debba avvenire nello stesso modo per tutti?  A pensarci bene se un cambiamento  è uguale per tutti, che cambiamento è?  Il mio discorso è rivolto chiaramente all’industria discografica che, per qualche legge dettata dall’alto, continua a portare avanti questo discorso logorante per la musica italiana, per gli artisti (che perdono di credibilità) e per l’industria stessa, che continua a imporre di produrre pezzi di facile ascolto all’interno degli album dove le canzoni  più crude e più attinenti al nome del genere a cui appartengono rendono ( anche in termini economici oltre che d’ascolto) molto di più.

Un esempio lampante che mi viene in mente è il brano presente nell’ultimo album di Jake La Furia (rapper, membro dei Club Dogo), “Fuori da Qui”, nel quale “El Chapo”, un pezzo rap ignorantissimo, ha circa un milione di views in più rispetto alla title track featuring Luca Carboni, fatta ad hoc per il mercato.

Oltre all’industria, però, mi rivolgo anche e soprattutto a chi la musica la ascolta, perché non si comportino come si è comportato il recensore del noto quotidiano nazionale, che in quanto tale dovrebbe essere anche un esperto, tra l’altro. Il mio invito è rivolto ad approfondire meglio la realtà musicale odierna, non fermarsi subito di fronte alle prime impressioni o all’accoglienza del pubblico e soprattutto a non cadere in facili giudizi solo per una questione  di superficialità, di abitudine, o peggio, di scarsa conoscenza.

E per fare questo non c’è bisogno di essere critici musicali affermati, studiare montagne di libri, essere emancipati, liberali e quant’altro. Basta imparare ad ascoltare, nel vero senso della parola, la musica  e perché no, anche i testi. Nient’altro.

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