Nel marasma mediatico che ci pervade in maniera imprescindibile, il silenzio sembra quasi una richiesta pretenziosa ed arrogante. Certo, la giustizia è bene sacro, prezioso, essenziale, sarebbe da ipocriti non darsi in toto per proteggerlo. D’altro canto, polemiche e chiacchiere da bar ingozzano i palinsesti ed entrano nelle case degli ascoltatori, scardinando teleschermi e varchi mentali; ci atterrisce immaginare quanto l’essenza di drammi possa togliere il pane ad interi programmi, così come l’angoscioso processo di mimesi che proietta il dolore nelle sembianze dell’intrattenimento. Stiamo ancora parlando di verità o di varietà?

Il nostro paese è una scratch map la cui superficie è lenibile da una monetina: da un po’ di tempo a questa parte vi si possono grattare via gli scenari della cronaca nera. Corinaldo, paese di quasi cinquemila abitanti in provincia di Ancona, si è tristemente aggiunto alla lista maledetta.

Avremmo preferito avvalerci della facoltà di introdurre questa riflessione con una promessa, ma ci risulterà sempre difficile mantenerla. A questo punto decidiamo di districarci dal nichilismo più serrato. Nella lotta senza fine tra luce e buio, giusto e sbagliato, trovare un capro espiatorio definitivo sarebbe vista come una delle scelte più immediate ed ovvie; semplificherebbe il fluire dei pensieri, pur tradendo la nostra indole.

L’indice accusatorio si abbassa, il pugno si chiude, la mano s’accuccia lungo il fianco. Ad una settimana dalla tragedia è possibile avvertire ancora un riverbero di fondo, disturbo pungente ed amaro. Con i denti stretti ed un peso sul cuore, ci apprestiamo a metabolizzare l’evidenza: l’intensità acustica di questa banalità del male dovrebbe misurare zero decibel.

Sfera Ebbasta. 

Ulteriori descrizioni sarebbero superflue. Sei persone sono morte e una sessantina è rimasta ferita la sera del 7 dicembre scorso, a causa di un incidente prima del live di Sfera Ebbasta. Le speculazioni sulla vicenda sono state innumerevoli: troppo piccolo il locale, troppo alto il numero dei biglietti, troppo negligente l’organizzazione, altrettanto incauto l’artista col suo volersi esibire in due posti nella stessa sera, prima a Rimini e poi nelle Marche. La ripetizione di questo avverbio, troppo, è voluta, mette in risalto l’inclinazione naturale ad accerchiare l’eccesso, scagliare la pietra contro quanti più responsabili possibili. Niente di più limpido, normale. Ma proviamo ancora a fare piano, ad apprezzare il silenzio, entrando in punta di piedi nella camera anecoica del rispetto.

Qualcun’altro, ed è a lui che ci rivolgiamo, ha provato a sfidare i confini del reale naufragando nel grottesco, veicolando una propaganda personale che ha poco a vedere con l’oggettività del caso. Un intero genere chiamato trap ha assunto i tratti del male del mondo. Posto al banco degli imputati e rincorso in una momentanea caccia alle streghe seicentesca, la trap si è vista analizzare i propri contenuti così paradossalmente lampanti ed alla luce del sole da non rapire prima d’ora l’attenzione di linguisti improvvisati.

Ne hanno fatto un censimento lessicale, con l’intento di capire quante volte la donna potesse assumere una connotazione da bassifondi, del tutto denigratoria; da questi versi cattivi è stata perfino dedotta la frequenza ridondante di concetti allusivi a droghe e soldi, con uno scacco matto lesto che farebbe impallidire insieme Karl Marx e Pablo Escobar. Fa quasi sorridere? Forse,se si aggiunge anche il sospetto che nei testi di Sfera Ebbasta possa dimorare Belzebù, secondo quanto dichiarato da un prete esorcista ai microfoni di Rai Radio 2. In un mondo di precariato, almeno il diavolo si è meritato il full-time.

Il problema non è tanto alzare un polverone su futilità, quanto dare il peso esatto a cose e parole, anche a quelle promesse a cui accennavamo all’inizio. Gli artisti, pur tenendo presente dei livelli di idolatria che è possibile raggiungere, non sono delle divinità. I loro dischi non sono sono il Verbo, la sentenza pura ed immacolata, né pubblicità progresso dal background blu e P bianca. I testi delle canzoni non sono la verità, o meglio, hanno i mezzi per raccontarla e sarebbe aberrante prenderli per oro colato.

Sfidiamo chiunque a seguire alla lettera i caratteri scuri che compongono i versi, ad eseguire come automi dogmi non previsti, non richiesti, privi di consacrazione. Libero arbitrio e privatissima facoltà di pensiero cozzano con questo implicito principio di subordinazione che la critica, più buonista che bontempona, ha saggiato nelle battute degli ultimi giorni. La finzione è tangibile, è tesi e non ipotesi, è una feature culturale, è un bisbiglio o mumble rap dall’innegabile valore ontologico; tutto quello che abbiamo detto dimostra come una cosa semplice e necessaria possa perdere la propria bellezza per un nonnulla.

Le opinioni di gusto non sono di nostra competenza (e neanche giudicare la scelta di tatuarsi sei stelle per commemorare le vittime). Se non fosse accaduto al concerto di Sfera Ebbasta, si sarebbe potuto manifestare altrove e ne abbiamo già avuto le spiacevoli prove. È nostra premura, però, far sì che episodi del genere rimangano limitati nel tempo. Non siamo stati capaci di farvi delle promesse o darvi dei Barabba, per quello confidiamo sommessamente nella giustizia. 

La musica è ancora, è madre, è anima. Stavolta abbassiamo il volume al minimo guerrafondaio.