Un nome, una garanzia quello di Trent Reznor, figura centrale dell’industrial statunitense, che qualche giorno fa ha compiuto 55 anni portati splendidamente. Di sicuro il personaggio in oggetto risulta ancora oggi una delle figure più eclettiche nonché solidamente formate del panorama musicale mondiale, una personalità ferrea e profondamente fedele alla sua linea stilistica che ancora non smette di scommettere su ciò che lo rende vivo. Insomma, non solo sul suo estro pressoché sconfinato, ma soprattutto sul prodotto finale di questo: stiamo parlando dei suoi Nine Inch Nails, fondati nell’ormai remoto 1988, con i quali annovera ben 11 album in studio, costellati da uno svariato quantitativo di EP e singoli di rara qualità sonora.

Industrial: una mera etichetta di genere

Il punto di forza della creatura fenicea di Reznor è stato da sempre quello di farsi baluardo di un genere ibrido, indefinito per sua natura intrinseca nonostante la necessità, nell’ambito musicale, di dover per forza di cose trovare ad un genere l’adeguata (quanto spesso inappropriata) classificazione. Votato per vocazione alla più totale libertà espressiva, Trent ha dimostrato nel tempo di non saper digerire, infatti, l’essere costretto in una qualsiasi etichetta formale, motivo per il quale arriviamo a sostenere quanto l’idea di fare industrial, possa solo che essere un fattore riduttivo, che ci limita nell’entrare a pieno nell’universo multiforme dei NIN. Un’idea, insomma, mai ammortizzata dal nostro Trent.

Questo è il primo fattore di quella che definiremmo l’importanza di chiamarsi Trent Reznor, ovvero quello di perseguire con forza titanica il proprio concetto di produrre musica senza piegarsi alle conformità imposte, ai diktat definiti dal preconcetto in cui un genere, per essere tale, debba aver dei limiti e delle forme sostanziali più che definite.

Questo tratto, quindi, è perfettamente assente nella produzione di Reznor: sperimentatore di prim’ordine nonché dotato di una magnifica capacità di introspezione, il leader dei Nine Inch Nails ha posto al centro del suo comporre la coerenza verso sé stessi, portando a termine degli album profondamente eterogenei il cui tratto dominante era uno ed uno soltanto. Questo risiede, senza ombra di dubbio, nella sua camaleontica poetica, capace di rendere l’industrial solo una mera convenzione per cercare di circoscrivere un qualcosa di enorme, altrimenti impossibile da definire.

Una questione di stile

L’ispirazione alla matrice industrial risulta, tuttavia, estremamente palese: oltre all’influenza massiva e dichiarata di figure più marcatamente rock, prima fra tutte (e per ammissione sincera dello stesso Trent) quella del compianto Bowie, le radici dei NIN affondano nella teutonicità metallica dei berlinesi Einstürzende Neubauten, padri fondatori e pionieri del genere nel suo senso più stretto, dei Throbbing Gristle, o dei Cabaret Voltaire.

La questione centrale, la vera rivoluzione attuata da Reznor, però, è principalmente un’altra: il saper partire da questi pilastri per poi portare il cosiddetto industrial ad una dimensione radicalmente nuova, che si allontana dalle derivazioni noise, rendendosi così più accessibile e d’impatto alle orecchie del grande pubblico.

Trent Reznor. © Rich Fury / Getty Images

La creatura reznoriana, quindi, fonde per definizione questi elementi originari, ai più poco assimilabili e complessi a livello neuronale, con una modernità tale da rendere il tutto più orecchiabile, senza mai scadere nel rischio perenne del banale. Ecco, allora, l’altro punto che definisce quest’importanza di essere Trent Reznor: parliamo della sua capacità di farsi, quindi, promotore di un qualcosa di nuovo, dotato di uno stile altamente riconoscibile, senza mai cedere alle pressioni delle grandi major discografiche dalle quali non solo si è sempre distaccato con un orgoglio senza precedenti, ma che ha addirittura più volte criticato aspramente fin dai suoi primordi.

Trent Reznor e il difficile rapporto con le major

Un esempio? Per questo dobbiamo tornare indietro al 1992, nell’imminenza dell’uscita del loro secondo EP, l’aggressivo e totalmente inedito Broken.  Inizialmente alla produzione si interessò la Interscope, sebbene la fiducia di Reznor nei confronti della label si manifestò come praticamente inesistente.

Il motivo della reticenza del leader risiedeva nella sua percezione di evidenti limitazioni artistiche, nonché nella convinzione che il suo lavoro venisse trattato come carne da macello per mere questioni di vendita. Reznor non ha mai ammesso manipolazioni e mortificazioni al prodotto della sua creatività, motivo per il quale consegnò Broken nelle mani dell’indipendente Nothing Records, che gli garantì quell’assoluta autonomia che tanto agognava. Il successo fu garantito.

Trent Reznor live con Nine Inch Nails al Lollapalooza nel 1991. © Ebet Roberts / Redferns

Trent Reznor fedele alla linea

Ai tempi del concept Year Zero (2007), Reznor aprì addirittura una polemica di enorme portata contro il costo spropositato degli album dei NIN sul mercato. Insomma, ai tempi le piattaforme digitali alla Spotify non erano neppure una vaga ipotesi, motivo primario per il quale la sua opinione ebbe una risonanza mondiale.

Il punto centrale di questa sua presa di posizione era la politica diffusa secondo la quale un album di band per definizione di nicchia dovesse costare più di un album del panorama pop a causa della tipologia del suo pubblico: l’idea era che, essendo di meno, i fan fossero disposti a spendere qualsiasi cifra, una cifra che, essendo appunto pochi i fedelissimi, avrebbe fatto rientrare le case discografiche delle ingenti spese di produzione. Si scatenò un putiferio, tanto che Reznor troncò definitivamente i suoi rapporti con le grandi label e si votò alla più sconfinata auto-produzione.

Tutto ciò lascia trasparire forse la caratteristica più straordinaria di Reznor nella sua veste d’artista, la manifestazione di un’indole indomita capace di difendere il proprio lavoro tramite ogni mezzo possibile, anche il più scomodo. Se il detto più comune recita chi fa da sé fa per tre, non possiamo che affermare quanto Reznor l’abbia preso alla lettera.

Trent Reznor, quindi, altro non è che un leader autarchico e perfettamente autonomo, focalizzato esclusivamente sull’esistenza di quella macchina musicale complessa che rappresentano i suoi Nine Inch Nails da più di un trentennio. Reznor dimostra ancora oggi, ad ogni uscita, la sua abile capacità di saper mettere sempre in discussione il frutto del suo lavoro nonché la sua rigida e coerente etica professionale e stilistica, motivo per il quale ogni pubblicazione, nel bene o nel male, fa sempre parlare di sé.

Se da un lato la sua personalità si presenta come monolitica e impossibile da scalfire, dall’altro il suo estro si dimostra in costante e perpetua metamorfosi, sempre pronto a nuove contaminazioni ed esperienze artistiche nel rispetto di quella sua morale che mai l’abbandona.

Insomma, ci sembra chiaro quanto Reznor sia molto più che un semplice musicista, tanto altro oltre all’essere un eccezionale performer nonché una macchina sforna dischi: Trent Reznor, questo rampante 55enne, altro non è che un uomo dalle idee sempre nitide, un solitario in perenne e dinamico movimento. Un vero e proprio imprenditore senza giacca e senza macchia, con il pallino perpetuo della valorizzazione assoluta della sua band finché gli sarà concesso. Per tutto questo, quindi, è oggi tanto importante essere un artista come Trent Reznor.

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