Dalle aule universitarie ai salotti televisivi, mai come in questi ultimi anni ci stiamo scannando per la polemica su quale fra le branche dell’arte meriti di essere incoronata. La pittura riuscirà ad esprimere emozioni che il linguaggio verbale non può definire con precisione? E la fotografia, sarà sempre la cugina sfigata e borghese della pittura, o riuscirà ad ottenere uno status più rispettabile? Tutti possono fare arte, tutti possono ricevere un premio Nobel? La letteratura è migliore della musica, o la musica è una forma di poesia? Ancora una volta vogliamo dimostrare come la musica possa mettere tutti d’accordo. Ci riferiamo all’importanza che ha avuto nel secolo scorso la componente grafica nell’industria musicale. A fine ‘800 assistiamo all’invenzione dei cari vecchi 78 giri in gommalacca, atti a soppiantare il cilindro fonografico. Con essi però non siamo ancora arrivati alla concezione dell’artwork, cioè, nel caso della distribuzione musicale, a quella grande confezione dell’album che permette il dispiegamento di un lavoro grafico più gratificante e apprezzabile, rispetto agli attuali Compact Disc (per non parlare delle musicassette). Agli inizi degli anni ‘20, infatti, quelle che per noi sono le copertine degli album, venivano vendute separatamente: erano chiamate proprio record album, anche se erano solamente confezioni di carta o di pelle utili a proteggere e conservare i dischi. Nel 1938 la Columbia Records assume Alex Steinweiss come primo direttore artistico. È a lui che si deve l’invenzione delle copertine degli album e di tutto il lavoro grafico complementare alla produzione musicale. Dal 1950, con la definitiva supremazia dei dischi in vinile, ogni casa discografica può vantare una sezione artistica, imprescindibile per piazzare una band sul mercato e per meglio esemplificare la sua espressione musicale. Sotto l’influenza di designer come Bob Cato si muovevano artisti già famosi, che potevano trovare un nuovo spazio di azione e comunicazione. Tra i più popolari ricordiamo Andy Warhol e Robert Rauschenberg.

La celebre cover di The Velvet Underground & Nico, il primo album dei Velvet Underground, ad opera di Andy Warhol.

Anche il fotografo Mick Rock, conosciuto anche come The Man Who Shot the Seventies e per il suo felice connubio con David Bowie nell’era di Ziggy Stardust, ha sfornato delle cover iconiche: da Transformer di Lou Reed, a Raw Power di Iggy & The Stooges, a Queen II, album eponimo del gruppo di Freddie Mercury.

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L’album Queen II (1974), copertina di Mick Rock

Rimanendo negli anni ‘70, il pittore surrealista tedesco Mati Klarwein è noto per aver prestato la sua arte nella creazione delle cover di Abraxas dei Santana e di Bitches Brew di Miles Davis.

Cover album di Abraxas dei Santana, ad opera di Mati Klarwein

Cover album di Abraxas dei Santana, ad opera di Mati Klarwein

È del 1975 l’album di debutto di Patti Smith, Horses. La sua cover, universalmente ritenuta la foto più bella che sia stata scattata a una donna, è opera del fotografo Robert Mapplethorpe, compagno di vita della musicista.

Cover di Horses, opera del fotografo Robert Mapplethorpe

Cover di Horses, opera del fotografo Robert Mapplethorpe

Spostiamoci per un momento a casa nostra. Il celebre fumettista Milo Manara si è occupato dell’ideazione della copertina di 12000 lune, raccolta dei successi di Lucio Dalla.

12000 Lune (2006), copertina realizzata da Milo Manara

12000 Lune (2006), copertina realizzata da Milo Manara

Spesso gli artisti che si celano dietro l’ideazione di queste opere sono dei grafici di professione. È per merito del talento di Storm Thorgerson, che ha lavorato prima con lo studio grafico Hipgnosis e poi da solo, che band come i Pink Floyd sono riuscite a entrare nell’immaginario popolare anche grazie all’artwork dei loro album.

Cover dell'album dei Pink Floyd Wish You Were Here

Cover dell’album dei Pink Floyd Wish You Were Here

Cover di Absolution, terzo album dei Muse

Cover di Absolution, terzo album dei Muse

Degno di menzione il progetto artistico peculiarmente minimalista di Peter Saville per i Joy Division e per i New Order: il grafico britannico, noto principalmente per la sua militanza alla Factory Records, era solito spedire alla stampa il suo lavoro senza che questo fosse passato al vaglio della band o dell’etichetta.

Cover dell'album di debutto dei New Order

Cover dell’album di debutto dei New Order

Non solo grafici di professione, ma anche outsider come l’anarchico Jamie Reid o l’illustratore Derek Riggs, famoso per aver ideato Eddie, mascotte degli Iron Maiden. Questi artisti di nicchia, volenti o nolenti, hanno avuto il loro nome scritto nella storia della musica. Particolare è il caso di Think Tank, settimo album dei Blur: la cover è stata creata appositamente dal writer più schivo e misterioso del mondo, Banksy. L’artista però ha difeso il suo lavoro per la band, perché secondo lui si trattava di un buon album: “Se è qualcosa in cui credi veramente, fare qualcosa di commerciale non diventa uno schifo solo perché è commerciale”.

Cover dell'album Nevermind the bollocks: here's the Sex Pistols, ad opera di Jamie Reid

Cover dell’album Never Mind the Bollocks: Here’s the Sex Pistols, ad opera di Jamie Reid

In alcuni casi vengono usate o riadattate delle opere d’arte famose come cover: pensiamo ad esempio all’album dei Coldplay Viva la vida or Death and All His Friends, che riprende il dipinto di Eugène Delacroix La Libertà che guida il popolo. In ogni loro album i Franz Ferdinand adottano lo stesso stile grafico, particolarmente influenzato dall’avanguardia russa. Nello specifico, per il loro secondo album You Could Have It So Much Better, il designer Matthew Cooper ha preso spunto dal ritratto di Lilya Brik di Alexander Rodchenko.

Cover dell'album You Could Have It So Much Better dei Franz Ferdinand

Cover dell’album You Could Have It So Much Better dei Franz Ferdinand

Alcune copertine sono di fatto considerate delle opere d’arte a cui rifarsi, o per ossequio o per scherno, come nel caso di London Calling dei Clash, che riprende il modulo grafico della copertina del primo album di Elvis Presley. Gli Elio e le Storie Tese sono maestri della parodia: L’album biango è un chiaro richiamo al nono album dei Beatles, noto anche come White Album, sia nella parte grafica sia nel titolo; la mucca di Italyan, Rum Casusu Çikti richiama quella di Atom Heart Mother dei Pink Floyd; e ancora, la raccolta Del meglio del nostro meglio è una chiara presa in giro della copertina di E tu… di Claudio Baglioni. La pubblicazione di We’re Only in It For The Money di Frank Zappa è andata incontro a degli intoppi: il design originale di copertina ideato da Cal Schenkel scimmiotta la cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles, presi di mira per aver alimentato solo per soldi (we’re only in it for the money, per l’appunto) la controcultura dei figli dei fiori. Nonostante il permesso accordato da Paul McCartney, la casa discografica di Zappa non poté usare la cover di Sgt. Pepper, la cui parodia venne però inserita all’interno del disco.

In questo seppur scarno elenco dei principali artisti legati al panorama musica non abbiamo incluso delle copertine particolarmente problematiche, per ovvi motivi di decenza. Di seguito segnaliamo comunque un elenco delle cover più trash, giusto per dovere di cronaca (astenersi deboli di stomaco): Tomb of the Mutilated e The Wretched Spawn dei Cannibal Corpse; Virgin Killer degli Scorpions; Far Beyond Driven dei Pantera; Dick Sandwich dei Frenzal Rhomb; Heavy Petting Zoo dei NOFX; A Chapter of Accidents dei Dead Infection; Anarchy dei Chumbawamba; Shitfun degli Autopsy. Come potete notare, gran parte di questo elenco è formato da band metal, genere che ha un suo repertorio grafico, di tinte, simboli e temi che non necessariamente riflette il contenuto delle canzoni (Cannibal Corpse a parte, chiaramente). Agli interessati segnaliamo questo articolo sull’argomento, che per ragioni di equità e di spazio non possiamo approfondire.

Se il formato estremamente ridotto dei Compact Disc aveva in qualche modo tarpato le ali ai grafici, con l’avvento del digitale sembra che l’alleanza tra arte visuale e arte sonora sia destinata a soccombere. Gli artisti però hanno nuove possibilità: le scenografie dei concerti sono sempre più ricche ed elaborate, come anche siti internet e apparati pubblicitari, che richiedono le competenze di esperti. Il mestiere dell’artista – perché è di fatto un mestiere, grazie a Dio – sarà anche precario, ma non è forse prerogativa del genio creativo la capacità di reinventarsi in ogni epoca?