Se non siete capitati per sbaglio su questo sito, come gli sfortunati che invece stavano cercando un video su delle strane pratiche acquatiche finlandesi, significa che avete una moderata propensione nel cercare di ampliare il vostro bagaglio culturale o almeno nell’esercitare le vostre capacità critiche, come chi segue Uomini e Donne per analizzare quell’esempio di eccellenza tutta italiana. In ogni caso avete quasi sicuramente un’alta concezione di ciò che dovrebbe essere il patrimonio di conoscenze ed esperienze da condividere. Quasi sicuramente vi sarete posti quella domanda tanto antipatica, l’eterno dilemma di qualsiasi fruitore di prodotti artistici: se è popolare, è scadente? Questo vale anche per la musica: se è pop, è scadente?

Quante volte abbiamo giudicato la gente in base alla musica che ascolta? L’economista e filosofo Wilfred Dolfsma ha analizzato nel suo studio Institutional Economics and the Formation of Preferences: The Advent of Pop Music l’impatto che ha avuto la musica pop nella vita di tutti i giorni. La musica è un tipo di merce molto particolare: è un bene simbolico. Il possesso di alcuni beni materiali ci colloca in una determinata posizione sociale, e così anche la padronanza di certi beni simbolici: il cosiddetto bagaglio culturale, e, nel nostro caso, la musica. Dolfsma comincia il suo saggio con una citazione di Harold Vogel che merita di essere riportata: “La musica pervade con facilità praticamente ogni cultura e ogni livello della società. Come tale, può essere considerata la più fondamentale delle industrie dell’intrattenimento” (Entertainment Industry Economics, 1998). Lo stesso Dolfsma osserva come la musica pop sia “il cemento della società”, proprio perché è ovunque: “dove la gente lavora, fa spese, si diverte. […] Negozi e hotel e ristoranti hanno come sottofondo musica pop, per indurre la gente a sentirsi a casa e a comprare e consumare di più. La musica pop supporta ogni genere di pubblicità in radio e in televisione”.

Beyoncé, Chris Martin e Bruno Mars durante l'halftime show del Super Bowl 50

Beyoncé, Chris Martin e Bruno Mars durante l’halftime show del Super Bowl 50 (fonte: digitalspy.com)

Prima di proseguire il nostro discorso è bene chiarire cosa significhi per noi musica pop e cosa significasse invece sessant’anni fa, quando questo genere fece il suo ingresso nelle nostre giornate. Molti di voi avranno presente l’inizio del film I Love Radio Rock, dove una classica famiglia inglese di ceto medio è ritratta al cader della giornata: è presente una sola radio in casa, che trasmette perlopiù musica classica, ma il ragazzino si salva con la sua radiolina portatile, che mette sotto il cuscino per non farsi beccare dai genitori, così da poter ascoltare in santa pace i suoi beniamini di Radio Rock. Negli anni ‘60 erano definiti pop gruppi che oggi invece siamo soliti definire rock:Kinks, i Beatles, i Beach Boys e tanti altri avevano avuto il merito di “parlare apertamente di baciare, di essere innamorati e di fare l’amore”, come rimarca Dolfsma. Purtroppo però le emittenti radiofoniche ufficiali trasmettevano meno di 45 minuti di musica pop, perciò in molti dovevano ripiegare su mezzi di fortuna per mettere le mani su un disco o almeno per ascoltarlo alla radio. Come si è arrivati allora da questa situazione a Simili World Tour 2016? Sempre Dolfsma, citando Cas Wouters (Balancing sex and love since the 1960s sexual revolution, 1998): “Il pop ha avuto origine nella classe operaia, quindi probabilmente costituisce uno dei primi importanti casi in cui è stata invertita la traiettoria di imitazione. Fino a quel momento le classi inferiori erano portate a imitare quelle superiori”.

Un conto però è lasciare che il pop si introduca nelle nostre vite per concedergli il ruolo di rumore di sottofondo, altro invece è considerarlo come genere degno di uno studio approfondito o come mezzo di elevazione sociale. La musica pop non ha mai avuto il privilegio di essere valutata per nessuno dei due casi. Sulla scia delle considerazioni di Theodor Adorno sulla musica jazz (in passato espressione di un livello culturale molto basso), il testo culturale prodotto dal genere pop non è considerato di alcuna importanza intellettuale, spirituale ed estetica. Il musicologo Enrico Fubini, nella sua opera L’estetica musicale dal Settecento ad oggi, interpreta il pensiero del filosofo tedesco in tal modo: “[Nella società moderna] anche la musica rischia di diventare merce, di essere dissacrata. Adorno, nella sua nostalgia di un passato irrecuperabile, […] concepisce solo due strade possibili per la musica, che vede simbolicamente impersonate in Schönberg e in Stravinskij, i due poli diametralmente opposti nel mondo musicale contemporaneo. La musica di Stravinskij rappresenta “il sacrificio antiumanistico del soggetto alla collettività, sacrificio senza tragicità, immolato non all’immagine nascente dell’uomo, ma alla cieca convalida di una condizione che la vittima stessa riconosce” (la citazione di Adorno scelta da Fubini è tratta da Filosofia della musica moderna). […] Schönberg, al contrario, rappresenta la rivolta esperita in totale solitudine. Attraverso la dodecafonia, ovvero un insieme di limitazioni artificiose all’uso delle note, Schönberg si è negato la libertà che nel mondo non esiste più. Così facendo, ha salvato la sua musica e la sua soggettività dalla volgarità“. E ancora Schönberg, nel suo New Music, Outmoded Music, Style and Idea (tenetevi forte): “Se è arte, non è per tutti, e se è per tutti, allora non è arte”. Non so voi, ma nella mia testa c’è una vocina stridula che dice: “Avada kedavra!”. Il popolino di Schönberg e di X Factor non è del tutto passivo e inconsapevole delle scelte che compie: tutti, sia i consumatori di serie a che di serie b, vogliono appartenere a uno specifico gruppo e distinguersi da un altro gruppo al tempo stesso. I cambiamenti nelle mode richiedono un ruolo attivo da parte dei consumatori, che hanno costantemente bisogno di interpretare il loro ambiente.

Ciò che può sembrare una pratica meccanica è invece una strategia, impiegata per rimanere in quel gioco di appartenenze e distinzioni messo in atto da tutti – tutti! – i membri della società. Dolfsma cita per l’appunto il lavoro di uno dei maggiori teorici della socializzazione, Pierre Bourdieu. La distinzione (1979) è nota anche per il contributo dato alla definizione teorica della critica sociale del gusto. Per Bourdieu ogni giudizio, ogni preferenza, ogni gusto personale è frutto della combinazione di un certo numero di variabili, impossibili da fotografare e schedare in parziali sondaggi di mercato, e condizionate dal mutevole contesto sociale di appartenenza, che sia un contesto in cui si è nati o in cui si è arrivati per un avanzamento o una degradazione. Per lo studioso i gusti soggettivi hanno un’origine sociale, sono il prodotto dell’interiorizzazione delle condizioni sociali. A metà strada tra lo spazio sociale (necessariamente relazionale) e lo spazio dei nostri gusti c’è l’habitus, un principio organizzatore delle strategie che mettiamo in pratica a partire da ricordi, insegnamenti e osservazioni, immagazzinati e rinnovati per farci spazio nel mondo. Bourdieu definisce quindi l’habitus come un insieme di “strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti”: l’habitus è struttura strutturata poiché è un prodotto della socializzazione, ma è anche struttura strutturante poiché generatore di un infinito numero di nuove pratiche. Se preferiamo Elliott Smith ai Coldplay, o se preferiamo Mengoni a Guccini, non è perché abbiamo un’anima bella o originale, dato che sia geneticamente che socialmente non siamo mai una tabula rasa, ma è perché siamo inconsciamente portati a inventare nuovi modi per rimanere a galla nel gioco. Secondo Bourdieu il nostro modo pratico di rimanere a galla nel mondo “non è uno stato dell’anima […] o, meno ancora, una sorta di adesione decisionale a un insieme di dogmi e dottrine costituite”, ma “uno stato del corpo”. Smettere di interpretare significherebbe rinunciare a tutto, per abbandonarsi a un destino e a un’abitudine che non esistono. Un po’ come deprimersi, ma per davvero. La visione gerarchica dei gusti delineata da Bourdieu potrebbe lasciare a desiderare, perché secondo lui “non c’è nulla che permette di ribadire la propria ‘classe’ come i gusti in campo musicale, niente attraverso cui si sia classificati in modo altrettanto infallibile“. C’è chi, come David Yamane, pensa che lo studio condotto da Bourdieu sia ormai troppo obsoleto. Yamane ha quindi pensato di usare il lavoro del programmatore Virgil Griffith per dimostrare come un alto rendimento scolastico sia indice di un maggiore capitale culturale.

'Music that makes you dumb': lo studio condotto da Virgil Griffith si basa sui punteggi ottenuti ai SAT (Scholastic Aptitude Test)

‘Music that makes you dumb’: lo studio condotto da Virgil Griffith si basa sui punteggi ottenuti ai SAT (Scholastic Aptitude Test)

Purtroppo sappiamo bene quanto sia inflazionata un’educazione scolastica superiore, che in quanto tale non costituisce più un discrimine. Lo stesso Bourdieu reputava il capitale culturale come qualcosa che andasse oltre il classico pezzo di carta, perché è un’impostazione mentale che ci aiuta ad economizzare le forze psichiche da mettere in atto tutti i giorni: “Non avendo acquisito la propria cultura secondo l’ordine legittimo stabilito dall’istituzione scolastica, l’autodidatta è condannato a tradire incessantemente, con la sua stessa ansia per una buona classificazione, l’arbitrarietà delle proprie classificazioni e con esse delle proprie conoscenze, che sono come delle perle senza filo”. Sappiamo anche che i fan dei Radiohead non sono tutti degli arbitri elegantiae o degli individui ipersensibili, anzi, sono quei tipi che ci disturbano durante il concerto e che ci fanno maledire di aver dato ancora una volta fiducia al Rock in Roma. Sappiamo anche che esistono delle differenze qualitative interne agli stessi generi, che esiste rock di alta qualità e rock di bassa qualità, che anche nello stesso percorso di una band ci sono delle prove artistiche che risentono di diverse influenze e che non soddisfano le nostre aspettative. Varrebbe la pena citare anche il peso che ha la distanza geografica dai centri pulsanti: anche nell’era di internet, non tutto arriva dappertutto. E che dire delle differenze di gusti all’interno dello stesso nucleo familiare? A parità di reddito e di livello di educazione, fratelli e sorelle si trovano in disaccordo riguardo i generi musicali preferiti, proprio perché hanno interiorizzato in modo diverso gli impulsi del mondo esterno. Sappiamo che, al di là delle pose, molte canzoni poco conosciute sono utilizzate in serie tv estremamente popolari in tutte le fasce della popolazione, come nel caso di Grey’s Anatomy. Non sto certo parlando di gruppi come The World Is A Beautiful Place & I Am No Longer Afraid To Die, ma di Regina Spektor, Interpol, Wilco: band più che sdoganate, ma non ancora (ri)conosciute dall’utente medio. Inoltre i titoli degli episodi di Grey’s Anatomy riprendono titoli di canzoni che gran parte degli addolorati sostenitori di MerDer non associano automaticamente: The First Cut Is The Deepest di Cat Stevens, Catastrophe and The Cure degli Explosions in the Sky, Both Sides Now di Joni Mitchell, It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) di Bob Dylan. Gli stessi fan di Bob Dylan si sono schierati contro il suo Nobel, sostenendo che la musica debba essere ascoltata e basta. Questo porta a due considerazioni, entrambe molto scoraggianti: che i fan non capiscano la musica che ascoltano, oppure che non apprezzino poi così tanto la musica che ascoltano, che non la considerino abbastanza degna. Ma degna di cosa, poi?

I gusti musicali non valgono più come metal detector per rilevare ipotetiche qualità positive nelle persone. Possiamo essere delusi e feriti anche da chi condivide i nostri stessi gusti, i nostri stessi interessi e valori, quando questi ultimi sono intesi non come valori etici e morali, ma come banali valori economici e sociali, ovvero: “Indosso la maglietta di Florence and The Machine per distinguermi dalla gente di serie b” – ok, capisco che è un automatismo inconscio… però il 2009 è passato da un pezzo!

 

In copertina: Adolph von Menzel, Das Flötenkonzert Friedrich des Großen in Sanssouci, 1850-1852, olio su tela, Berlino, Alte Nationalgalerie.

© riproduzione riservata