Siamo nel 1969, un anno tinto di leggenda come la storia del mondo ci insegna, specialmente se poniamo il focus della nostra argomentazione nella sfera musicale. Quale anno può essere, nella memoria umana, più denso di fermento in tal senso se non questo? Bene, dopo esserci sintonizzati temporalmente localizziamoci a livello spaziale. Il nostro puntatore cade sulla Gran Bretagna, a ricercare una band il cui nome risuona tutt’ora alle nostre orecchie come avvolto nel mito. Stiamo parlando dei Pink Floyd, sovrani indiscussi del prog britannico, nonché ai tempi campioni assoluti di quella psichedelia di cui si erano fatti forma e sostanza all’interno dei due loro album già all’attivo in quell’epoca esplosiva, nella fattispecie il loro esordio discografico The Piper at the Gates of Dawn (1967) e A Saucerful of Secrets (1968).

Siamo, a quel tempo, già all’apice del tormento senza ritorno del loro animale guida, al momento preciso in cui il genio controverso del loro crazy diamond Syd Barrett si stava già irrimediabilmente perdendo nei meandri psicotropi della sua psiche così fragile, così ormai contaminata dall’abuso di sostanze. Invece di lasciarsi condurre però alla deriva assieme a lui, Waters, Wright, Mason ed il novello Gilmour presero stoicamente le redini di questa più che precaria situazione portando alla meta uno dei più incredibili prodotti discografici, figli della sperimentazione più radicale ed intensa tipica di quegli anni. In quel novembre di cinquant’anni fa questo quartetto è stato capace di mostrarci quanto la perdita del fondamentale contributo barrettiano abbia invece permesso di gettare le basi su quello che i Floyd sarebbero poi diventati, mettendo in atto una sorta di rito di passaggio dal tratto antropologico che, tramite l’elaborazione di questa assenza segnata dal trauma della perdita, è stato in grado di catapultarli all’interno della loro embrionale maturità artistica.

L’album in questione, un doppio LP per la precisione, giocato sulla dicotomia live-studio, ha il nome di Ummagumma.

Lo storico collage di Storm Thorgerson per la copertuna di “Ummagumma”. © Storm Thorgerson

Uscito il 7 novembre 1969 Oltremanica, Ummagumma (espressione appartenente allo slang con spiccato carattere sessuale), sbarca negli Stati Uniti tre giorni dopo, grazie all’etichetta Harvest. Quello che questo album ha rappresentato nel panorama discografico dei tardi ’60 non potremmo definirlo altrimenti se non come un azzardo in piena regola, specialmente se rapportato con i suoi predecessori.

Ciò che lo rende ancora oggi il primo salto nel vuoto, alla floydiana maniera, è in primis la sua struttura: come abbiamo già anticipato, gli Ummagumma si compongono di due parti, una dal vivo e una in studio, e, nonostante gli stessi membri della band e la critica non ne colsero questo carattere, è proprio la sua seconda componente ad avere un sapore assolutamente avanguardistico. Le quattro tracce che strutturano la terza e quarta facciata dell’LP permettono ad ogni componente della band di poter risaltare in modo pressoché completamente autonomo, grazie ad un’idea del tastierista Wright, attraverso magiche sezioni in solitaria.

Il valore concettuale di questo prodotto finale è, quindi, certamente immenso, ma non è l’unico aspetto che rende gli Ummagumma straordinari nel loro genere. Ciò che marcò, e marca ancora oggi, a fuoco la natura stessa dei Pink Floyd della prima ora (quelli senza Barrett, per internderci) è presente all’interno delle side A e B della parte live, registrate al Mother’s Club di Birmingham e al College of Commerce di Manchester. È nella sua dilatazione caratteristica, nella sperimentazione assoluta, nelle strategie sonore messe in atto, che ritroviamo il nuovo modus operandi dei Floyd, il loro intento di svincolarsi dalla centralità di Barrett e di affermarsi nuovamente, quasi spazzando via le prime loro due fatiche, reinventandole in una chiave radicalmente diversa.

Gli Ummagumma simboleggiano perciò un forte atto di autodeterminazione e, come già accennavamo, imponente maturità, interpretabile sia in chiave compositiva che strettamente personale e umana. Quello che questo doppio LP rappresentò altro non fu che il superamento della leggenda di Syd tramite il confronto con la sua figura, osando mostrarsi al mondo in nuove vesti ma con brani già da loro editi proprio con l’ormai grande assente: Astronomy Domine (The Piper at the Gates of Dawn, 1968),  Set The Control For The Heart Of The Sun e A Saucerful Of Secrets (A Saucerful Of Secrets, 1968). Careful With That Axe Eugene era invece la B side del singolo Point Me At The Sky, uscito il 17 dicembre 1968.

I Pink Floyd attraverso l’obiettivo del fedele Storm Thorgerson. © Storm Thorgerson

Per un ascoltatore è perciò fondamentale addentrarsi nella sua prima, chimerica parte per coglierne il senso profondo, il carattere spirituale e surreale che definisce ogni singola sezione interna a questi brani dilatati, istintuali ed istintivi, privi di qualsiasi sorta di pianificazione.

Lasciatevi rapire dall’atmosfera notturna e vorticosamente onirica di Astronomy Domine, permettete alla rarefazione della sua parte centrale di risucchiarvi. Continuate quest’inevitabile processo ipnotico con la seguente Careful With That Axe, Eugene, definita dalla profondità abissale dal basso di Waters accompagnata dall’organo incantatore di Wright: la sua andatura narcotica vi condurrà dritti verso la sua detonazione, segnalata dall’urlo straziante, animale del buon Roger, che andrà poi a dissolversi in una coda dal tono immateriale, quasi impalpabile.

Le percussioni dominano invece sovrane in Set the Controls For The Heart Of The Sun, in cui Mason, forse anche per l’intervento della morbidezza tonale di Waters, si immerge in un esecuzione ciclica, quasi rituale. A chiudere la prima parte vi è la magnificente A Saucerful Of Secrets: un incedere incalzante materializza di fronte a noi la concezione più profonda della psichedelia floydiana, un alternarsi progressivo di sezioni contrastanti culminanti con un finale in crescendo decisamente da lacrime. E Gilmour, con il suo cantato, ci dà il celestiale colpo di grazia.

Questa quindi è, in soldoni, la sostanza di Ummagumma, la rielaborazione dello stile proprio di una band in seguito ad un travaglio artistico che sembrava insormontabile. E con questa puntuale dichiarazione di intenti possiamo certamente affermare che ci siano pienamente riusciti.

Ummagumma è oggi da celebrare per varie ragioni, in primo luogo per la sua incredibile forza d’attrazione, quella che è per noi la sua caratteristica primaria e assoluta. A prescindere da quell’apparente frammentarietà che ne condiziona il primo ascolto, ci si rende immediatamente conto quanto invece ogni sua parte, così primordiale e di pancia, sia perfetta così, inalterabile e immodificabile nella sua disomogenea perfezione. Questo è quello che ha rappresentato un disco di tale portata, capace di rapire la psiche e di spegnere le sinapsi di chi ascolta: l’affermazione del progressive come genere più rappresentativo di un’epoca per sua natura lisergica, in cui la teoria e il rigore tecnico si fondevano con la metafisica e la trascendenza più alta in una miscela d’avanguardia senza pari nella storia. Forse è anche per questo che questa svolta floydiana è ancora oggi pietra miliare del genere. Perché niente dopo di ciò, psichedelicamente parlando, non solo non è mai riuscito a stargli al passo, ma non è stato più lo stesso.

Immagine di copertina: © Storm Thorgerson.

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