L’indipendente di cui abbiamo bisogno torna a scandagliare la zona d’ombra tra il cinema indipendente e le sue colonne sonore con H2Odio, pellicola dalle spiccate tinte horror del 2006 diretta dal videomaker romano Alex Infascelli.

Film che punta il suo focus sulle conseguenze più estreme e surreali della suggestione e della più pura paranoia, H2Odio è una pietra miliare dell’indipendente all’italiana: inquietante, claustrofobico, distrurbante, con questo lungometraggio Infascelli (all’epoca alla sua terza regia) si è così consacrato negli anni come uno gli artisti più analitici e ossessivi all’interno del panorama cinematografico attuale di casa nostra.

Questo piccolo cult, dispensatore più che generoso di gran parte delle atmosfere tipiche dei primissimi anni 2000, pone il suo focus sul manifestarsi progressivo di un particolare disturbo psicologico legato ad uno degli aspetti più mistici quanto misteriosi della vita umana, il momento della nascita.

Stiamo parlando della sindrome del gemello evanescente, fenomeno estremamente intimo e destabilizzante che colpisce, nell’unico caso di un concepimento gemellare, un gemello sopravvissuto all’altro durante la fase di gestazione. Il riassorbimento nell’utero materno di questo mai nato e la nascita conseguente di un solo essere comporteranno al superstite un perenne stato di inquietudine, caratterizzato da un irrimediabile senso di colpa e dalla profonda solitudine scaturite da una mancanza atavica e primordiale, da una perdita che si percepisce come propria perché si arriva ad autodefinirsi come sua causa scatenante.

La locandina di H2Odio. Fonte: Niente Pop Corn

La trama si snoda impattando in rotta di collisione sulla decisione estrema di cinque ragazze di compiere il loro personale percorso di espiazione fisica e interiore dai ritmi routinari del quotidiano tramite il nutrirsi solo ed esclusivamente di acqua. Il loro programma di purificazione prevede un regime di reclusione settimanale improntato al digiuno assoluto all’interno di una location ideale: una casa isolata posta esattamente al centro di un lago. Ecco a voi svelata una delle diverse matrici da cui si genera l’intensa sensazione claustrofobica che avvolgerà lo spettatore durante tutto il corso dei suoi 88 minuti.

Olivia, Ana, Christina, Nicole e Summer mettono quindi in atto quest’apparentemente innocuo trasferimento, lasciandosi giorno dopo giorno travolgere dalla convinzione folle della sempre più inquieta ed isolata Olivia, che affida alle pagine di un diario le parole tormentate del suo graduale delirio personale.

Olivia osserva ossessivamente le sue compagne, decisamente poco osservanti del loro progetto comune di bandire qualsiasi altro tipo di nutrimento diverso dal vitale composto di idrogeno e ossigeno. La clandestinità di ogni gesto mangereccio delle altre quattro, completamente ignare, perlomeno all’inizio, del disturbo sempre più manifesto di Oliva, scatenano in quest’ultima scompensi psichici irreparabili ai suoi già precari equilibri che culmineranno nell’inevitabile epilogo tragico che una pellicola di questo genere porta con sé per definizione.

Il regista Alex Infascelli. Fonte: 4Cinema

Ci troviamo quindi di fronte ad una perla dell’indipendente dalle venature creepy, che al suo esordio sugli schermi non ha però convinto appieno i cultori del genere nonostante il suo perfetto inserirsi in un selezionatissimo panorama di nicchia. Se Infascelli, regista storicamente votato al videoclip, non ha quindi all’epoca conquistato l’approvazione universale del popolo con le sue modalità filmiche dai toni scorpionici (nonostante sia dovuto riconoscere lo status di pellicola di culto di cui gode H2Odio), un altro elemento ha contribuito alla riuscita della sua opera terza e all’affermarsi di questa come uno dei titoli must della scena horror italiana degli ultimi anni.

È infatti la sua colonna sonora a donare quel quid in più a questo interessante quanto a tratti imperfetto lungometraggio, ad enfatizzarne la cupezza, a rafforzarne la struttura. Parliamo di una soundtrack dalle vibrazioni opache e catartiche, irrimediabilmente coinvolgenti a livello emotivo. Un concept sonoro che rimane addosso all’intimità dello spettatore come le sue note rimangono cristallizzate nei singoli fotogrammi che compongono la vorticosa trama di H2Odio.

Il cast al femminile di H2Odio. Fonte: Mubi

Dietro l’immaginifica foresta di simboli e note, che il susseguirsi di tracce partorisce lungo il districarsi della vicenda, troviamo il prolifico zampino di Steve Von Till, cantante e chitarrista della band post-sludge statunitense dei Neurosis alle prese col suo inaspettato alter-ego solista, Harvestman. Dimenticate però in questo caso specifico le tipiche sonorità neurosisiane e le loro reminiscenze radicate nell’hardcore e nel doom: a condurvi nei meandri della mente distorta di Olivia ci sarà solo la timbrica ibrida tra un contemporaneo Mark Lanegan e un Tom Waits della prima ora che Von Till diffonde lungo le sedici tracce che compongono l’album.

Trinity è una miscellanea chimicamente perfetta di chitarre figlie della più radicata tradizione heavy-psych (a segnalare l’onnipresente filo di Arianna che lo collega alla sua carriera nei Neurosis) e di una profonda vocalità maschia ideale ad impreziosire i paesaggi onirici che acusticamente crea, a costruire quell’atmosfera tutt’altro che rassicurante che pervade H2Odio nella sua globalità.

Curando la colonna sonora per Infascelli, Von Till dipinge e ci presenta così la sua tela emotiva: spazia da passaggi post-rock in pieno stile Mogwai per poi spargere fra le tracce elementi di pura psichedelia propri della musica cosmica alla Tangerine Dream ed infine tornare  all’intensità possente delle frequenze cupe dei suoi Neurosis. Trinity è perciò un album di affermazione e metamorfosi del Von Till più emotivo e coinvolto, forse il suo lavoro più qualitativamente prolifico ed efficace a livello compositivo insieme a A Grave Is A Grim House (2008) che vi condividiamo di seguito per darvi un assaggio di come uno dei pionieri dello sludge possa presentarsi in delle vesti abbastanza insolite.

Proprio per tutto questo H2Odio ha meritato il suo posto d’onore  in L’indipendente di cui abbiamo bisogno. Il duo Infascelli-Von Till ha portato a casa la sua meta.

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