I cambiamenti storici, si sa, non hanno delle date ben definite ma sono, al contrario, dei processi graduali dettati dalle condizioni dell’epoca in cui essi avvengono. Così è accaduto anche nel mondo della musica con la rivoluzione digitale, che negli ultimi venti anni lo ha investito modificandone nel profondo la struttura. Dicevamo che è stato un processo graduale: se ci pensiamo, infatti, l’evoluzione della distribuzione e dell’ascolto della musica è da sempre, sin dalla sua nascita, in evoluzione. Gli ultimi trent’anni, con la transizione rapidissima dall’analogico al digitale – e prima ancora dal vinile alle cassette al compact disc – hanno, però, significato un aumento esponenziale di queste trasformazioni. 

Steve Jobs presenta il primo iPod. Fonte: © Repubblica.

Nonostante, quindi, la trasformazione sia stata tutto sommato graduale, c’è una data che rimane simbolo di questa nuova epoca: il 23 ottobre 2001 veniva messo in vendita il primo iPod. Strumento innovativo, il primo iPod destabilizzò negli anni successivi il mercato musicale. La statistica ci aiuta: dopo un’era di stradominio del CD, che tra gli anni ‘90 e l’inizio dei 2000 conquistano il mercato, dal 2001 ad un paio di anni fa, il formato mp3 sostituisce ogni altra forma di ascolto. 

A queste evoluzioni, ovviamente, si accompagnano i declini dei supporti analogici: i vinili – praticamente scomparsi già all’inizio degli anni ‘90 – e successivamente dei CD, che passano da un valore complessivo di circa 18 miliardi di dollari nel 1999 a circa 1 miliardo di dollari nel 2017. Evoluzioni e scomparse che, però, complessivamente segnano una perdita di valore del mercato significativa nel corso degli ultimi venti anni: sempre nel 1999 il mercato musicale valeva circa 21 miliardi di dollari, tra CD e Musicassette, mentre nel 2017 lo stesso mercato valeva complessivamente meno di 8 miliardi. Una flessione importante, che ci fa riflettere su cosa voglia dire ascoltare, vivere e sentire propria la musica oggi. Non solo una questione meramente economica, quindi, ma di significato che la musica assume oggi nelle vite delle persone.

La metà degli anni 2000 ci consegna un’altra rivoluzione, pochissimi anni dopo la già citata rivoluzione dell’mp3: quella dello streaming. I dati segnano, tra il 2010 e il 2017, un aumento esponenziale del valore dello streaming: in soli due anni il valore di mercato è raddoppiato, passando da 2 a 4 miliardi. Non solo questione di soldi, che ora ci interessano fino ad un certo punto, ma questi dati ci consegnano uno spaccato di realtà: la musica digitale, come già quella in mp3 prima, consente, da un lato, comodità e, dall’altro, apre ad un mondo sotterraneo fatto di illegalità e streaming non dichiarato. Non solo, quindi, Spotify, Deezer e Napster, ma un mondo enorme fatto di download illegali e pirateria.

All’inizio del 2015, però, abbiamo avuto una sorpresa: il vinile ha ricominciato ad acquisire valore, seppur minimo, di alcuni milioni di dollari. Un ritorno all’analogico che sa di nostalgia ma anche di qualità: sono in molti ad affermare, infatti, che la musica in vinile abbia una qualità di registrazione migliore rispetto gli mp3 e lo streaming. Se questo sia vero è complesso definirlo, ma ciò che appare è una certa insoddisfazione da parte di chi ascolta musica verso gli strumenti digitali. 

La rivoluzione digitale di mp3 e streaming ha consentito, con un certo stupore, di ascoltare tutto e subito, soddisfando – e forse contribuendo in parte – alle esigenze di un mondo nuovo e in costante e rapida evoluzione dagli anni 2000. Poter “saltare” da un brano all’altro, di qualunque artista, ha permesso a molte più persone di conoscere e esplorare un mondo gigantesco. Le conoscenze musicali si sono espanse, molti hanno avuto la possibilità di iniziare a fare musica e farsi conoscere con pochissimi mezzi, la musica ha iniziato a accompagnare ogni momento della giornata. Tutto questo, però, ha avuto e ha un prezzo: ciò che si è acquistato in velocità e ascolto, si è perso in rapporto con la musica e il valore che essa assume. Un vinile – come un CD o una musicassetta – non rappresenta unicamente il suo contenuto, ma ha anche un valore affettivo, un valore personale. Se è difficile decidere se la musica digitale abbia meno qualità della musica analogica, è più semplice decidere quale dei due strumenti riesca a regalare maggiori emozioni. 

Fonte: immagine © Pixabay.

Nel mondo di oggi, sempre più caotico e frettoloso, il digitale continuerà ad espandersi e la musica ad essere sempre più accessibile e con costi sempre minori. Scopriremo artisti nuovi in pochi minuti, ne potremo apprezzare i lavori e tutto ciò è grandioso, non si può mettere in dubbio. Non possiamo, però, rischiare di fare diventare la musica mera questione di mercato, di vendita e diffusione. In questo articolo ci si è basati sui dati del mercato perché, chiaramente, e come già detto, essi sono lo specchio del sentimento e dei gusti diffusi, di quanto e come la musica sia presente nella nostra società. Ma oltre ai dati dobbiamo considerare per cosa la musica è nata e perché è diventata così importante per gli essere umani. Se riuscissimo a fare diventare nostra la musica anche in formato digitale, riusciremmo a dare un significato più profondo e, probabilmente, ad apprezzare di più questa conquista fenomenale che è il digitale. Ridare senso ai Vinili, oggi, non è stupido. E’ solo una forma diversa di appropriazione della musica, che bisogna comprendere e rispettare. L’importante, da sempre, è non lasciare che la musica non diventi unicamente mercato ma sia anche piacere.

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