Ognuno di noi, secondo Jung, si comporta e presenta in modo diverso a seconda del contesto sociale nel quale si trova: è la Persona, questo ruolo che interpretiamo, e ci caratterizza come fosse una vera e propria maschera. Così siamo talvolta figlio, fratello o sorella, oppure impiegato, professore, giornalista e via dicendo. Quasi fossimo davvero i protagonisti di un’opera teatrale greca o attori della commedia dell’arte, mettiamo in scena – inconsapevolmente – rappresentazioni che si reggono su questi ruoli e sul loro relazionarsi.

Ed è fin dalla notte dei tempi che lo stratagemma della maschera è stato utilizzato nel teatro – da quello greco a quello giapponese – per permettere di caratterizzare in maniera univoca un personaggio; è da questa tradizione che sono nati Pulcinella, Arlecchino, Pantalone, figure con una loro identità fissa, per certi versi molto limitante e limitata, che però permetteva di dar vita a situazioni buffe e paradossali o mettere in discussione l’ordine costituito.

2018, Italia. Seppur pregni di questa tradizione culturale, che ha contribuito a fare del territorio italiano un luogo famoso per l’arte, ormai la cosa più simile alle compagnie teatrali sembrerebbero essere le crew hip-hop o la Dark Polo Gang.

Al tempo delle storie di Instagram (ma prima ancora: della tivù commerciale, della società delle immagini) siamo sempre di più quel che mostriamo. Vediamo maschere in ogni angolo, in ogni fotografia, ma c’è una grande differenza di fondo: non siamo consapevoli, o lo siamo limitatamente, che lo siano; quelle maschere aderiscono così tanto alla realtà da diventare indistinguibili. Insomma quella Persona non è più un’occorrenza, un ruolo contestualizzato, ma caratterizza universalmente chi la “indossa”. Così, amplificate da migliaia di interazioni social e non, queste maschere non esplicite più che rivelare i protagonisti li nascondono e appiattiscono tutti sullo stesso piano.

Cosa succede, quindi, nel momento in cui qualcuno decide consapevolmente di celarsi dietro una maschera? E cosa succede, a maggior ragione, in un mondo come quello attuale? Perché, sì, lo avevano già fatto in passato molti altri: dai Kiss ai Daft Punk, o in Italia i Tre Allegri Ragazzi Morti, eppure, vista l’esasperazione della centralità dell’apparenza a cui facevamo riferimento, vale la pena affrontare il discorso dalla prospettiva di chi oggi ha deciso di mascherarsi.

MYSS KETA, rigorosamente in caps lock, è un progetto nato per gioco e senza alcuna pretesa da un collettivo milanese – Motel Forlanini – ma sta assumendo una dimensione via via più grande, valicando i confini del Lambro e di Porta Venezia. MYSS KETA è un velo nero davanti al viso e degli occhiali da sole a coprire lo sguardo, ed è ulteriormente protetta da una rete di invenzioni biografiche strampalate attraverso le quali è difficile intravedere alcunché: ma non ha nessuna importanza.

Milano Sushi & Coca, nel 2016, è stato un piccolo grande successo inaspettato, la scintilla imprevista che ha dato il via a tutto: un beat ipnotico, un video psichedelico con delle tette e un testo che sfotte (?) tutta una serie di abitudini di un certo tipo di milanesità.

Non sono, in effetti, le tematiche a rappresentare l’originalità del progetto: la falsariga è quella di Milano is Burning e, volendo, anche vagamente de Il Pagante, un concentrato di stereotipi e situazioni-tipo milanesi (e/o non). Ma se queste si esauriscono in una sterile ironia fine a sé stessa, MYSS KETA ha almeno due punti forti che la rendono unica. Primo, già ampiamente citato, la maschera che le ritaglia uno spazio chiaro e la identifica nascondendola, contribuendo a mettere l’accento sul secondo punto: quello strettamente musicale, nel quale si rivela non solo al passo coi tempi, ma persino all’avanguardia, grazie alle collaborazioni con alcuni tra i migliori produttori italiani come Populous, Riva, Unusual Magic.

E in effetti c’è un altro aspetto da tenere in considerazione: il collettivo Motel Forlanini, vero e proprio co-protagonista che fa di questo un progetto a trecentosessanta gradi tra musica, visual e moda. Così la maschera ne nasconde non solo i connotati ma anche la personalità, permettendo di costruirne però una fittizia che sia però ben riconoscibile e costringa chi la ascolta o la guarda a fare i conti soltanto con il materiale, e non con chi ci sta dietro.

Lo stesso discorso che avviene, in maniera sottilmente diversa, per quel che riguarda Liberato. Certo, a livello di appeal non c’è paragone: è un fatto che Napoli, presentata unendone le bellezze alle contraddizioni, abbia un fascino ormai assodato; tuttavia anche il progetto partenopeo, ancor più misterioso di MYSS KETA, usa per certi versi una maschera (in questo caso un personaggio con una felpa nera col cappuccio girato di schiena) per esplicitare questa volta una narrazione e renderla essa stessa per certi versi protagonista. I video di 9 maggio, Tu t’e Scurdat’ ‘e me, Intostreet e Je Te Voglio Bene Assaje sono, di fatto, un vero e proprio film a episodi raccontato anche dai testi delle canzoni.

Lo stesso Liberato sembrerebbe essere molto di più di un semplice cantante, avendo sicuramente alle spalle – o sotto quella felpa con cappuccio – produttori, sceneggiatori e il regista Francesco Lettieri.

Fotografia di Giorgio Canalis (Noisey)

Insomma, in quest’epoca dell’ostentazione continua di sè stessi e della propria quotidianità nella quale soprattutto gli artisti sembrano fagocitati, c’è qualcuno che preferisce nascondersi, esplicitamente, piuttosto che diventare tutt’uno con il proprio ruolo, il proprio personaggio. C’è MYSS KETA e c’è Liberato, così come la loro musica ed il loro progetto artistico: non c’è niente che sappiamo davvero dietro quegli occhiali e sotto quella felpa. Potrebbe esserci chiunque, potresti esserci tu. Come chi si traveste da Babbo Natale È Babbo Natale, come dei veri e propri supereroi. Che sia una primordiale forma di resistenza alla distruzione della quinta parete (la quarta era già caduta da un pezzo) che sta tra privato e pubblico di un artista è forse impossibile dirlo: ma ci piace pensare di sì.

L’ultimo singolo di MYSS KETA “Una donna che conta” è uscito il 5 giugno ed è tratto da UNA VITA IN CAPSLOCK, il suo ultimo disco uscito per La Tempesta.