La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.

Un pezzo di storia molto recente è stato scritto dentro e attorno a stadi e palazzetti. Niente a che vedere con la forte passione calcistica italiana. La scelta di eventi di aggregazione come partite di calcio e concerti per gli attentatori del 13 novembre 2015 è stata ovviamente dettata da ragioni di calcolo, cioè per il numero delle vittime potenziali – e purtroppo diventate effettive -, più che per motivi sentimentali. C’è stato un altro momento nei decenni passati che ha visto questi luoghi diventare simbolo dell’iconoclastia musicale, di tutti quei valori occidentali che oggi sentiamo minacciati da culture altre. Nell’estate del 1979 un proto-Adinolfi di Detroit, tale Dj Steve Dahl, bandì una crociata contro la disco music, colpevole di aver intasato il mercato musicale a scapito del classic rock, ma anche di avergli fatto perdere il posto di lavoro: Dahl infatti era stato licenziato l’anno prima dalla WDAI, quando la stazione radio era passata dal rock alla disco. Donna Summer e gli Chic dovevano pagarla, e anche cara. Così Dahl venne aiutato nella sua crociata da Steve Veek, un chitarrista fallito, il cui padre era proprietario del Comiskey Park, lo stadio di baseball dei White Sox. Dai microfoni della WLUP-FM Dahl annunciò che chiunque avesse portato con sé un disco da bruciare in mezzo al campo avrebbe ricevuto un biglietto scontato per la partita che si sarebbe giocata al Comiskey Park il 12 luglio tra i White Sox e i Detroit Tigers. Invece dei soliti 16.000 fan, se ne presentarono 59.000. Indossavano magliette dei Black Sabbath e dei Led Zeppelin, e avevano portato delle scale per arrampicarsi dai muri esterni. “Era come una rivolta”, ricorda Rusty Staub dei Tigers. Dahl, in abiti militari, galvanizzava la folla circumnavigando con una jeep il campo invaso dalla marea di rivoltosi, che intonando il mantra “Disco sucks” si proponeva di “sradicare il cancro musicale noto come “disco music”.

E questa è stata la medievaleggiante Disco Demolition Night. La disco non è morta quel 12 luglio: il proposito dell’armata di Dahl riuscì solo in parte, dato che prima di tutto i Pittsburgh Pirates adottarono We Are Family delle Sister Sledge come inno durante il campionato nella stessa stagione; inoltre la critica successivamente bollò – anche troppo veemente – la DDN come uno dei più tristi episodi di omofobia e razzismo nell’ambito musicale.

La Disco Demolition Night non fu solamente una diatriba tra sostenitori di un genere musicale come il rock, fatto da strumenti e uomini veri, e la disco, frivola e facilotta. Secondo la critica, “Disco sucks” era uno slogan che riassumeva le tensioni culturali dell’America degli anni ’70: l’espressione culturale dei maschi bianchi era superiore a quella superficiale delle minoranze americane. Molti sostenitori di Reagan appartenenti alla working class si sentivano minacciati da una forma artistica queer, prodotta da e per gli afro e i latinoamericani. Da parte loro i difensori della disco accusavano il punto di vista sincronico dei fan del classic rock, commerciale tanto quanto la disco, ma miope e ignorante, perché doveva tanto all’evoluzione e agli incroci di stili musicali prettamente urbani, come il funk, il rock latino, le atmosfere caraibiche del Miami sound e quelle più melodiose del Philly sound. Ma quello che in realtà non andava a genio ai cosiddetti tradizionalisti non era l’accezione black del genere o il fenomeno disco in sé. Era più che altro l’eccessiva commercializzazione e il candeggio perpetrato da gruppi come i Bee Gees e i KC and the Sunshine Band, e il fatto che artisti come David Bowie e i Rolling Stones fossero saliti sul carrozzone. Dopo La febbre del sabato sera la disco era diventata di fatto un genere bianco.

Secondo Thomas Kuhn la storia della scienza non è un processo sperimentale lineare, ma è fatta di continue rotture e consolidamenti. Quella che agli inizi degli anni ’70 era considerata una scienza normale era proprio la musica rock. A romperne i paradigmi si inserisce la rivoluzione scientifica della disco, presa per mano dalla musica funk. La gente voleva ancora ballare, ma la musica dance era stata demonizzata dalla controcultura rock. Quest’ultima finì così per diventare la cultura dominante. L’influenza gay sulla musica disco è un fatto parziale. Fino agli anni ’60 a New York era illegale per gli uomini ballare insieme; perseguitati perciò dall’opinione pubblica, nacquero i club privati, segregati come le black churches, ovvero le parrocchie amministrate da congregazioni afroamericane. I dj, spesso afro e gay, avevano riesumato il vecchio rhythm and blues, estendendo la durata dei pezzi con una tecnica importata dalla Jamaica per far ballare il più possibile la gente. I club, i discos, ebbero così tanto successo che si trasformarono da marginalizzati e discriminati a un fenomeno chic. La disco music divenne musica per produttori musicali e studio-oriented. Nel 1975 Robert Moog introdusse il Polymoog, il primo sintetizzatore commerciale, che ridusse enormemente il corso della produzione di musica elettronica. L’esatto opposto della cultura di partenza che aveva favorito la sua nascita: la musica rock era diventata popolare per l’enfasi nei live, era etero, impegnata, aggressiva, mentre la disco era sensuale, effeminata, languida. “Il rock diventava sempre più bianco nello stesso tempo in cui la disco stava emergendo”, afferma Eric Weisbard, autore fra gli altri di Top 40 Democracy: The Rival Mainstreams of American Music. “La maggior parte dei cantanti erano uomini bianchi”, continua Wisbard, “mentre le classiche cantanti disco erano dive black”. Ann Powers (The New York Times) sostiene che c’è una falsa dicotomia percepita fra i due generi, cioè che la disco era divenuta a un certo punto un affare da snob, che accettava solo gente alla moda o celebrità, che quindi il rock era per il popolo e la disco per la borghesia. A ben vedere, infatti, “il rock ruotava attorno a una star che suonava di fronte a un pubblico adorante. Nella disco il pubblico è più al centro dell’attenzione e le barriere di classe sono rotte”. La disco accetta tutti, dai bambini agli anziani che ballano al bocciofilo o alle balere.

Ogni fazione ha le sue ragioni, ma in questa storia a un certo punto diventa difficile distinguere tra norma e eccezione, come anche riconoscere in Nile Rodgers, fondatore degli Chic e collaboratore dei Daft Punk in Random Access Memories, una ex Black Panther. “Ho sempre pensato che la politica sarebbe stata la mia vita e la mia carriera, e la musica il mio hobby”, dice Rodgers; “pensavo che sarei diventato rivoluzionario vero come Che Guevara”.

gli Chic

Un genere musicale non è un prodotto consumato in un’epoca e usufruito da un solo ceto. Non ci riconosciamo nella disco music non perché sia un fenomeno che non ci riguarda, altrimenti per lo stesso motivo non dovremmo sentirci vicini alla musica dei Minor Threat o di Janis Joplin. Che non ci riconosciamo nella disco music però è un dato di fatto: non ascoltiamo Justin Timberlake quando viaggiamo in treno, perché la musica influenzata dalla disco presuppone sempre, anche oggi, una fruizione di gruppo e fisica. Non perché non vada di moda riunirsi in club, anche perché la chiusura di circoli e locali testimonia che anche la musica rock stia andando incontro alla stesso destino della disco. Il cipiglio blasé e a tratti divertito con cui si guarda agli abiti sgargianti e ai movimenti di bacino degli Earth Wind and Fire non nasce da un modo moderno di vivere la musica, cioè interiorizzandola. L’industria musicale si basa ancora sui concerti, i festival musicali estivi vanno per la maggiore. Se non sono le caratteristiche tecniche del genere, che è appurato sia stato seminale, allora cos’è che ci annoia e disturba della disco music? Azzardo: forse il suo essere diretta, edonista e positiva, cioè che non sia ammissibile che le minoranze possano aver prodotto un tipo di musica per stare bene e non per esprimere il proprio disagio. Kendrick Lamar si è alienato molti fan con la sua ottimista i, mentre Frank Ocean ne ha attirati a frotte con il suo atteggiamento misterioso e con l’infinita attesa a cui ci ha sottoposto per l’uscita di Blonde. Siamo tutti dei discosessuali latenti, e forse i più progressisti di noi, quelli che quando si ficcano due dita in gola vomitano le playlist di Pitchfork, non lo ammetteranno mai. L’R&B è diventato un genere alto, ma guai che non sfoci nel poptimismo. Quello solo se sei una persona normale, e non sia mai che vi si dica che siete normali. Avete tutti l’ansia, siete tutti profondi come una minoranza sofferente.

Playlist revisionista: