Quello splendido 78enne di Paul McCartney, oggi fresco di compleanno, nonostante gli anni che passano non smette ancora di far parlare di sé: è storicamente noto, infatti, il suo caratterino acuto e deciso.

Un temperamento che negli ultimi tempi gli ha permesso di dire la sua in modi talmente taglienti e lucidi da scatenare le coscienze ai quattro angoli del globo, riaccendendo ardori e ideali mai sopiti a prescindere da un’età anagrafica per forza di cose abbastanza ingombrante. Insomma, vi premettiamo che leggendo quanto segue concorderete con noi nel dire che di tipi come il Macca ce ne vorrebbero sicuramente di più in tempi complessi come quelli attuali.

Paul McCartney, il bassista che non conosce il silenzio

L’immortale bassista dei Fab Four, infatti, oltre a prendere una rigidissimma posizione riguardo le sciagurate disposizioni del nostro governo sul rilascio di fantomatici quanto inutili voucher in sostituzione degli irripetibili concerti in programma in primavera e in estate ed annullati a causa della pandemia, si è imposto con un suo personalissimo ricordo risalente ai tempi d’oro dei Beatles in relazione al movimento Black Lives Matters, dandoci una vera e propria lezione di umanità che tutti siamo tenuti ad ascoltare e a farne tesoro.

Impariamo qualcosa, quindi, da qualcuno che non solo ha fatto la storia del rock contemporaneo, ma che ha avuto gli attributi, in passato come nel presente, per fare qualcosa di concreto contro il dilagare delle eterne discriminazioni di stampo razziale che paradossalmente non smettono di affliggerci.

Paul McCartney negli anni ’60. © Jane Brown

Da George Floyd a Jacksonville

Questo viaggio a ritroso nell’era beatlesiana trova il suo inizio con l’esplosione delle proteste a sostegno delle comunità afroamericane in seguito al vergognoso omicidio di George Floyd.

Un evento, quello della morte di Floyd, che ha scatenato in McCartney (come nella maggior parte di noi d’altronde) un turbinio tale di sconforto da portarlo ad esprimere pubblicamente tanto il suo supporto, quanto il suo sconfinato sdegno per questa assurda mancanza di giustizia e democrazia che sembra dilagare incontrollata nei reparti della polizia statunitense.

Insomma, McCartney, piuttosto che farsi pervadere dallo scontato senso di impotenza, ha sbattuto in faccia al mondo il giorno in cui il quartetto di Liverpool ha imposto il proprio no davanti al più becero razzismo, rendendoci partecipi del momento in cui John, Paul, George e Ringo si rifiutarono di suonare davanti ad un pubblico segregato dalle vigenti norme razziali.

Il caso del Gator Bowl Stadium

Siamo a Jacksonville, in Florida, nel lontano settembre del 1964. I Beatles sono pronti ad esibirsi, quando appena prima del live scoprono che la platea antistante sarebbe stata rigidamente distinta in settori per bianchi e per neri. Si scatenò il putiferio.

I quattro ragazzotti britannici, in apparenza così pacati e a modino, si opposero con mano ferma minacciando di non salire sul palco se non fosse stato possibile miscelare il loro pubblico. Come andò a finire? A suon di intimidazioni varie nei confronti dei promoter e degli organizzatori locali, riuscirono non solo a far abbattere le barriere razziali del Gator Bowl Stadium, ma arrivarono a far aggiungere nelle loro clausole contrattuali future che una cosa del genere negli Stati Uniti non si sarebbe mai dovuta ripetere durante le loro performances.

Insomma, quella sera a Jacksonville i Beatles scrissero davvero una pagina della nostra storia, quasi alla stregua del riottoso gesto di un altro mostro sacro, Ray Charles, nei confronti dei rigorosi diktat organizzativi tipici di una società razzista.

Quello che ha tirato fuori McCartney, quindi, è per sua natura un evento di rivoluzionaria portata, un episodio che avrebbe cambiato per sempre, o almeno così si sperava, il modo di interpretare gli spazi sociali appianando quelle insensate discrepanze non scritte, dettate dal colore della pelle.

I Beatles nella storica copertina di “Beatles For Sale”. © Robert Freeman

Gli uomini non cambiano

Analizzando il fatto in chiave attuale, ci rendiamo tristemente conto della tragica regressione che ci troviamo a vivere negli ultimi tempi. La drammaticità del fatto che, nonostante anni di lotte, nulla sia realmente cambiato a livello di coscienza storica, deve farci inorridire e riflettere su come poter distruggere il razzismo: questo Cerbero a tre teste che sembra inghiottirci di nuovo fra le sue fauci omicide.

Il mondo, quindi, non è poi così cambiato rispetto a sessant’anni fa, e di conseguenza a nulla sembra servito tutto l’odierno progresso. Se poi, nell’era che ne è la più alta rappresentazione, ci si trova ancora a dover morire per una questione di pelle, se siamo destinati ancora a finire sotto shock per delle immagini come quella della morte di Floyd.

Gli uomini sembrano non saper cambiare, quindi è necessario scavare dentro di noi per poter trovare un modo e dire definitivamente che il razzismo non esista più, che l’iniquità non faccia più parte del nostro contorto ed ipocrita modo di pensare. Magari prendendo spunto dall’atteggiamento costruttivo del quartetto britannico su qualcosa possiamo cominciare a lavorare.

È giusto distruggere per ricostruire?

Vi lasciamo con una riflessione quanto mai attuale, ponendo al centro di tutto l’obiettivo della nostra contemporaneità, ovvero l’invito alla cooperazione sociale per l’abbattimento di ogni sorta di razzismo. Al centro delle cronache, negli ultimi giorni, spicca la questione dello sradicamento di quei simboli controversi e scomodi che hanno legato a filo doppio il loro nome al concetto stesso di discriminazione, tra i vari vi ricordiamo la deturpazione della statua di Montanelli a Milano. A nostro avviso, un atto simile, a parte il non sembrarci adeguatamente ponderato, appare addirittura controproducente. Sì, insomma, pare far passare una protesta quanto mai necessaria dall’altra parte della barricata.

Il senso profondo di tutte queste lotte, che costellano i nostri giornali e le nostre televisioni, non è l’annientamento del passato, in quanto non è possibile pulire il peccato estirpando la colpa. Eliminarne il ricordo per ripartire sputando addosso alla storia non ha alcun senso dato che, nel bene e nel male, questa ha senso di esistere perché è solo tramite lei che possiamo imparare.

Quello che ci auguriamo, come nel caso di McCartney, è che il ricordo più triste diventi spunto di una più profonda riflessione, non più dettata dall’urgenza quanto dalla comprensione di tutto il dolore passato. Una rielaborazione interiorizzata e funzionale per capire, finalmente, come non ripetere tutte quelle macchie che ci portiamo dietro come fardelli.

Immagine di copertina: © Pagina Facebook Paul McCartney

 

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