m b v, terzo album dei My Bloody Valentine, è ormai uscito tre anni fa. La tanto invocata reunion degli Slowdive ha visto la band di Reading portare a termine il suo tour estivo nel 2014, per poi aggiungere un’altra ventina di date nel nord America tra l’ottobre e il novembre dello stesso anno. A maggio Rachel Goswell ha affermato che, dopo vent’anni, la band era tornata a registrare, e il batterista Simon Scott ha dichiarato che quest’estate l’album era pronto, ma che sarebbe probabilmente uscito nel 2017. Gli Swervedriver invece hanno pubblicato un nuovo album nel marzo 2015, dal titolo I Wasn’t Born to Lose You. Il 2015 ha visto una nuova reunion, stavolta dei Lush, con conseguente tour e uscita nello scorso aprile di un EP, Blind Spot.

Per il trentesimo anniversario dell’uscita di Psychocandy The Jesus and Mary Chain hanno annunciato un tour volto a celebrare il loro fortunato disco di debutto, e nel settembre 2015 Jim Reid ha reso noto che la band stava lavorando alla registrazione di un nuovo album, il primo dal 1998. Dopo la reunion avvenuta nell’autunno del 2014, i Ride si sono esibiti durante l’edizione del 2015 del prestigioso Coachella Valley Music and Arts Festival, toccando altre tappe in nord America e Europa, tra le altre al Primavera Sound Festival e al Melt! Festival.

Gli Slowdive

Gli Slowdive

A parte rari casi, quindi, sembra che la recente mania dei remake, dei reboot e dei revival abbia contagiato anche l’ambiente in cui si muovono queste band, non più presenze spaurite e sottovalutate come lo erano negli anni ’90, ma nomi di un certo calibro con una solida carriera alle spalle e un’altrettanta rigogliosa eredità.

Perché parlare ancora di shoegaze? Semplicissimo: perché ho la disgrazia di vivere in una città pronta a ricevere i nuovi impulsi dal mondo civilizzato come un bradipo pronto a reagire a una sberla. Se quest’immagine di violenza sugli animali non vi ha disturbato, posso continuare a spiegarvi perché da un paio d’anni a questa parte sui social network una quantità imbarazzante di utenti condivide canzoni ascrivibili a questo genere musicale, riscontrando peraltro un feedback positivo. Insomma, i My Bloody Valentine e gli Slowdive in primis, e a seguire The Jesus and Mary Chain, Ride e Chapterhouse sono una garanzia di big likes.

Facciamo finta di non trovarci nell’Italietta dei cat fight su Facebook, dei talent show e dei tuttologi dell’ultimo minuto. Siamo verso la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90. Nella scena musicale britannica emergono delle band caratterizzate da un approccio nei confronti del pubblico totalmente inedito: l’etichetta con cui vengono contrassegnati questi musicisti è shoegazer, letteralmente ‘coloro che si fissano le scarpe’, proprio perché essi tendono a concentrare lo sguardo a terra sulle pedaliere, a scapito di un immediato e urgente contatto con l’audience.

La definizione canzonatoria del genere coglie uno dei suoi tratti peculiari, di cui le band sono fieri promotori: la sperimentazione tecnica legata a tutti gli strumenti, la rottura degli schemi tradizionali di generi sentiti come obsoleti come il rock’n’roll, che inquadravano in un solo senso l’uso di un certo tipo di strumentazione. Quindi massiccio uso di pedaliere ed effetti sapientemente modulati. Ed è per questo motivo che il termine shoegaze indulge più su una banalizzazione del modo in cui si presentavano i componenti della band sul palco – poco dinamici, abbigliamento dimesso, contatto visivo col pubblico ostacolato dal taglio di capelli – piuttosto che sulla qualità e sulla novità portata dalla loro proposta artistica.

Gli shoegazer non ricercavano l’attenzione tipica degli egotici e iper-sessualizzati (e sessualizzanti) gruppi rock: il genere era tutto volto al sound, e non allo show. L’atto del cosiddetto shoegazing consisteva nel creare e controllare a dei volumi altissimi le loro lunghe e travolgenti melodie, per mezzo di chitarre distorte, riverbero e feedback, che installavano un imponente muro, attraverso cui provenivano ovattate e sognanti le voci, nebulose cariche di liriche appena mormorate ma accattivanti, mai lugubri. Con una metafora molto calzante, lo scrittore John Doran disse che i My Bloody Valentine suonavano come una sirenetta che cadeva in un buco nero.

Loveless, secondo album dei My Bloody Valentine

Loveless, secondo album dei My Bloody Valentine

C’è chi, come gli A.R. Kane, ha contribuito a definire questa nuova ma breve ondata con il nome dream pop, per l’alone quasi mistico che evocano i testi e le atmosfere, e chi invece, come il co-fondatore della Creation Records Alan McGee, semplifica il dilemma della catalogazione, dichiarando nel documentario del 2014 Beautiful Noise: “Abbiamo cercato di sposare il punk rock alla psichedelia, ecco cosa. Ad essere onesti non è molto più complicato di così.”

In effetti è più complicato di così. Come riporta il celebre critico musicale Simon Reynolds, che nei suoi studi sul legame fra classe sociale e musica ha coniato il termine post-rockliminal class, gruppo sociale tra l’alto-proletariato e la bassa-borghesia a cui attribuisce molta energia musicale, dopo dodici anni di governo conservatore in Gran Bretagna ogni idealismo o azione politicamente costruttiva sembrava futile per questi gruppi middle-class. Le band indipendenti che erano abituate a vivere di indennità di disoccupazione dovevano affrontare la guerra del governo contro la cultura assistenziale e inserirsi nei suoi programmi di formazione al lavoro.

Cresciuti nei postumi del punk, questi artisti dovevano anche affrontare la scena mainstream dominata da voci più pacate e gradevoli come quella di Phil Collins. La mancanza di opzioni, sia sul fronte politico che in termini di cultura giovanile, spingeva la scena dream pop, composta sia dai musicisti che dal loro pubblico, a rifugiarsi in un sogno altro. Da qui a essere satireggiati il passo fu breve: la zona della Valle del Tamigi, con Oxford e Reading in testa, aveva partorito molte band shoegaze, ma era distante dalla vita eccitante della City e dei rivali della Madchester del tempo.

Dal 1992 il grunge si impose prepotentemente sulla scena pop, con i suoi testi pessimisti e le sue sonorità scarne del tutto in disaccordo con il trasognato e languido ottimismo dello shoegaze. Mark Gardener, leader dei Ride, ricorda: “Non avevamo chance contro il grunge. […] Eravamo bravi ragazzi – bravi ragazzi nel lato sbagliato delle droghe”.

I Ride, band formatasi a Oxford nel 1988

I Ride, band formatasi a Oxford nel 1988

Sebbene lontani anni luce dal mondo di eccessi dei world’s forgotten boys della scena americana degli anni ‘60, gruppi come i Velvet Underground e gli Stooges sono riconoscibili come due delle prime influenze per questi gruppi, isolati rispetto alla scena commerciale, ma non per questo meno seminali. “Chiunque abbia acquistato una delle 30,000 copie (una quota infima, ndr) del primo album dei Velvet Underground ha fondato una band”, ha notato giustamente Brian Eno.

Un altro tipo di eccesso, stavolta a livello di sound, è stato accolto dall’altro lato dell’Oceano Atlantico: si tratta della potenza a tratti assordante, caratterizzata da distorsioni e feedback, dei Dinosaur Jr., curiosamente nativi di Amherst, il paese di Emily Dickinson, le cui poesie sembrano respirare negli idillici e malinconici pezzi degli Slowdive. Per quanto riguarda le sonorità di casa, gli shoegazer hanno risentito di gruppi che oggigiorno non sono considerati hip, come i Pink Floyd e i Byrds.

Degni di menzione sono anche i The Cure, per le distintive linee di basso e una certa cupezza di fondo, e i Cocteau Twins, veri e propri antesignani del genere: il co-fondatore e chitarrista Robin Guthrie si è spesso difeso dalle accuse che vedevano la band poco comunicativa, sia con la stampa che sul palco. Per Guthrie l’intento dei Cocteau Twins e dell’emergente scena artistica era di dare al pubblico qualcosa a cui pensare non a livello letterale, ma impressionistico, senza sforzi ma non per questo in modo insulso. Tali precise connessioni emozionali non erano certamente facili da spiegare a un giornalista del tempo, tutto intento a etichettare come troppo vaghe le dichiarazioni dei musicisti, che non erano quindi aiutati in casa loro per la paradossale barriera linguistica che annichiliva ogni sforzo comunicativo dei non-nativi di Londra.

Gruppi come i Pale Saints, il cui nome accenna alla pittura pre-raffaelitica e alla mistica devozionale, hanno a loro volta osservato nel già citato documentario Beautiful Noise come non ci fosse bisogno di una robusta presenza scenica, poiché ai concerti a cui assistevano erano portati a isolarsi e a chiudere gli occhi se la musica era veramente buona. A proposito dei concerti dei My Bloody Valentine, Billy Corgan parla in termini di fascinazione: secondo il leader degli Smashing Pumpkins infatti il pubblico era portato ad esercitare un diverso tipo di attenzione, proprio perché i testi non erano immediatamente decifrabili sotto il muro di chitarre.

I My Bloody Valentine, live all'Hammerstein Ballroom, 11/11/13 – Photo by Anna Meldal

I My Bloody Valentine, live all’Hammerstein Ballroom, 11/11/13 – Photo by Anna Meldal

Non più riff e assoli aggressivi, ma coralità di orchestrazione e di genere, nella sua accezione sessuale: lo shoegaze feticizza il sound della chitarra – e il trionfo tecnico di Kevin Shields dei My Bloody Valentine ne è la riprova –, ma tralascia tutti gli accorgimenti a cui era connesso tale strumento musicale. Lo shoegaze ha il merito di aver introdotto una nuova generazione di guitar heroes che non erano necessariamente personaggi drammatici. Strettamente collegata a quest’aspetto è la parità fra uomo e donna nelle formazioni delle band: Lush, Slowdive, My Bloody Valentine e altre sono composte anche da membri femminili, in ruoli molto rilevanti. Per il panorama musicale questo è un periodo molto sano, in cui il sesso non era enfatizzato e non creava problemi di sorta tra i membri della band.

Tale principio di uguaglianza si rifletteva anche nel rapporto con il pubblico, che a questo punto abbiamo capito non essere distaccato come la critica del tempo ha forzatamente rimarcato: anche i gruppi che erano considerati i colossi dello shoegaze, come i Ride e i My Bloody Valentine, si ostinavano a mantenere nei loro outfit un atteggiamento umile e anti-rock. Ancora Mark Gardener dei Ride dice la sua: “Non cercavamo di usare il palco come una piattaforma per il nostro ego, come le big bands del tempo facevano, come gli U2 e i Simple Minds. Ci presentavamo come persone normali, come una band che voleva che i suoi fan potessero pensare di farcela, di farlo anche loro.”

Perché lo shoegaze è tornato di moda? Non è conseguenza dell’eccitazione per l’uscita di un nuovo prodotto commerciale, dato che non c’è nulla di nuovo in un ritorno. È necessario andare a monte della questione, per cui non possiamo indagare gli effetti ma le cause che portano l’industria musicale a piazzare, fra i tanti, un determinato materiale che il pubblico possa essere pronto ad apprezzare e acquistare, non importa quanta voglia abbiano certe band di tornare a dire qualcosa di sé. Secondo Nathaniel Cramp della Sonic Cathedral il terreno per questo ritorno era stato reso fertile già nel 2003, con la colonna sonora di Lost in Translation curata da Kevin Shields. Cramp aggiunge: “È il momento di essere di nuovo avventurosi”. Ma cosa c’è di avventuroso nel punto di vista di un venticinquenne italiano medio, nella ricezione ripetitiva del pubblico di oggi?

Il terreno fertile è concimato da tutti coloro che usano la musica come mezzo per sentirsi integrati in una parte della collettività ed essere socialmente (nei termini di media sociali) accettati. È una posa, e in quanto tale svilisce la musica nella sua accezione più elevata, abbassandola al livello di questi ominidi, che, in assenza di rami di banano su cui arrampicarsi, usano come scaletta qualche video di bassa qualità che si trova su YouTube. Ma se vogliamo ruotare appena la visuale, spostandoci di 90 gradi su una conferenza immaginaria che ha al centro i novelli musicofili con il loro casco di banane come trofeo, vedremo che questa bella figura tridimensionale, come una cartolina pop up, sotto di sé nasconde il vuoto ed è sostenuta da fragili pezzi di cartoncino.

La musica non è assoluta, non è la forma d’arte più completa, perché, nel momento stesso che accetta di venire a patti con tutti i processi di produzione, perde qualcosa di sé (che senza dubbio potrà ri-guadagnare in altre forme impreviste). Prendersela con chi ha così tanto bisogno di approvazione da arrogare su di sé l’esclusiva di un genere che non richiede una robusta competenza teorico-musicale significa peccare di inumanità per difendere un fantoccio, che di umano ha solo alcune fattezze.

Sembra facile per i freschi cultori di questo genere musicale appellarsi alle atmosfere sognanti, vaghe e apparentemente disimpegnate, alle melodie che provengono come dall’iperuranio, a ricordi rosso ciliegia e blu elettrico, per sentirsi unici e speciali, ma è altrettanto facile (se solo spostassimo la nostra posizione di quei 90 gradi) capire che questo fenomeno è solo una spia del fatto che tutti abbiamo bisogno di musica più accessibile, ma chiara ed elegante, e non accessibile, banale e posticcia. Numerosi sono i commenti su YouTube alle canzoni degli Slowdive che confermano questo desiderio di condivisione, anche se mascherata da un atteggiamento di spocchioso elitarismo: “That’s why I like Slowdive, all those lyrics, their slow and sad style… they have a nostalgic way, at least, they make me feel nostalgic, or think in somethings that never happened before” oppure “This song really makes me think. I just hope one day i can become the person i was meant to be and do the things I’ve always wanted to do. Sometimes i feel like my life is a big maze and I’m trying to find my way out. I just hope i don’t let myself down”, solo per citarne un paio.

La gente tende a connettersi con il dream pop o con i generi a cui si rifà nei momenti di crisi globale: non a caso la psichedelia è fiorita durante gli anni delle guerre in Vietnam e Iraq. È un modus vivendi che privilegia il sogno e la remota possibilità alla sua effettiva realizzazione pratica, specie se l’azione consiste nel distruggere una chitarra inveendo contro il pubblico e l’autorità costituita. Siamo la generazione dell’internet e della laurea triennale presa per sport: avere la possibilità di conoscere ed apprendere è molto più facile di quanto lo fosse vent’anni fa, e perciò abbiamo bisogno di più perché spesso possiamo capire di più. Capire e non per forza agire. Un fatto sia chiaro: che la musica non è di nessuno, è ciò che è di più impalpabile e indefinibile (curioso dirlo dopo aver scritto un articolo per descrivere un genere), e la riprova di ciò è che dopo vent’anni lo shoegaze è tornato in un mondo totalmente diverso da quello in cui era nato senza soffrire di stanchezza (o torcicollo). Resta da chiedersi che cosa ne faremo noi e cosa ci faremo tra di noi.

Una scena tratta da Lost In Translation, film del 2003 di Sofia Coppola

Una scena tratta da Lost In Translation, film del 2003 di Sofia Coppola

Playlist:

Pink Floyd – Astronomy Domine
The Byrds – Turn! Turn! Turn!
The Velvet Underground – Candy Says
Iggy and The Stooges – Search And Destroy
Dinosaur Jr. – Bulbs Of Passion
The Cure – Figurehead
Cocteau Twins – Cherry Coloured Funk
The Jesus and Mary Chain – Just Like Honey
My Bloody Valentine – Only Shallow
My Bloody Valentine – Only Tomorrow
A. R. Kane – Crazy Blue
Ride – Seagull
Slowdive – When The Sun Hits
Swervedriver – Sandblasted
Lush – For Love
Pale Saints – Sight Of You
Chapterhouse – Pearl
Sigur Rós – Svefn-g-englar
M83 – You, Appearing
A Place To Bury Strangers – I’ve Lived My Life to Stand in The Shadow of Your Heart
Nothing – Hymn To The Pillory
Real Estate – April’s Song