La notizia è schizzata un po’ ovunque nei giorni scorsi: per la prima volta il premio Pulitzer per la musica è andato ad un album hip-hop, DAMN di Kendrick Lamar. In molti, prima di tutto, si saranno stupiti dell’esistenza di una sezione del prestigioso premio – solitamente accostato soltanto al giornalismo – dedicata a questo campo espressivo; ma il vero perché dell’eccezionalità di questa notizia va ricercato non soltanto nel mero genere musicale, finora mai premiato dalla Columbia University, ma anche nelle implicazioni che una scelta del genere genera nell’immaginario della società americana ai tempi di un altro outsider decisamente più ingombrante, ossia Donald J. Trump.

Se non ci sia dietro una scientifica e oculata regia che punta al rovesciamento delle attese e al colpo di scena, innalzando l’inatteso, il non convenzionale che si fa in questo caso voce di una minoranza a tratti incandescente, non possiamo certo saperlo con certezza: senz’altro questo è per certi versi un canovaccio tipico della narrazione a stelle e strisce, e ben si inserisce in questo periodo storico. Attenzione però: guai a pensare che ci siano solo la ricerca della notizia e dello stupore alla base di questo riconoscimento. DAMN è un disco davvero meritevole, ritenuto pressoché unanimemente uno dei migliori del 2017 quale brillante espressione del nuovo hip-hop, originale e popolare. Già, popolare: perché Kendrick Lamar Duckworth arriva da una periferia americana vera e ha una storia di vita vissuta non sempre e forse quasi mai facilmente, come viene per l’appunto raccontato nel disco: trent’anni spesi tra spacciatori, farabutti e delinquenti che lo hanno volente o nolente segnato, mostrandogli una realtà dura fatta di lotte e violenza, dalla quale è veramente difficile uscire.

A virtuosic song collection unified by its vernacular authenticity and rhythmic dynamism that offers affecting vignettes capturing the complexity of modern African-American life.

Così hanno descritto il disco motivandone il premio: una virtuosa selezione di brani caratterizzata da un’autenticità vernacolare e un dinamismo ritmico, che dipinge immagini significative della complessità della vita degli afroamericani.

I brani di DAMN sono tanto asciutti nei titoli quanto ricchi dal punto di vista della sostanza musicale e lirica, e attraverso vicende biografiche e personali portano alla luce una realtà – quella delle periferie, senz’altro, ma anche dello stesso hip-hop – presentata nuda e cruda, con la freddezza di chi forse ormai ci ha fatto il callo, o forse nasconde bene certe frustrazioni: perché, come ha detto Barack Obama – dichiaratosi fan del giovane rapper, “negli ultimi anni l’hip hop ha fatto più danni del razzismo ai ragazzi afroamericani” e in effetti Kendrick Lamar non ha paura di dimostrarlo attraverso il suo sguardo aspro e critico che ha conosciuto da vicino certe dinamiche distruttive e che conosce la visione del mondo di una parte della comunità nera che ha come valori i soldi, il potere, l’ostentazione.

Conosco il delitto, la condanna, le rivoltelle, gli scippatori, i topi d’appartamento, i fenomeni, la morte e la redenzione […] sesso, denaro, omicidio: il nostro Dna

Non ha tatuaggi esuberanti, non veste sfarzoso e non sfoggia ricchezza: messa così sembrerebbe la perfetta antitesi dei rapper che siamo abituati a vedere oggi dappertutto (anche in Italia), e forse a ben vedere lo è davvero. È la straripante potenza della realtà che basta a se stessa, e che non ha bisogno di maschere, orpelli e quant’altro, ad aver scosso così forte gli assegnatari del premio, che si sono trovati davanti ad un’occasione d’oro per invertire la tendenza che vedeva il riconoscimento conferito pressoché sempre a opere e artisti jazz o classici, o comunque a non premiare mai nessuno che fosse così giovane, così divisivo e così “politico”. Non possono non tornare alla mente le parole di Obama e il rapporto di stima tra i due: entrambi, in modo sicuramente molto diverso l’uno dall’altro, portavoce e testimoni di una componente importante – quella afroamericana – della società a stelle e strisce, negli ultimi tempi fulcro di episodi di razzismo e violenza, sintomo di una pace sociale tutt’altro che scontata testimoniata anche dall’elezione di Trump – che mai ha mascherato tendenze al limite della xenofobia.

(il tweet di Lamar nel quale ringrazia e saluta il presidente uscente)

Insomma questo riconoscimento inatteso e storico sembra quindi essere rivolto proprio al tycoon e alla sua presidenza fatta di tweet improbabili e sfacciata noncuranza per le questioni sociali dimenticate da un’amministrazione che tutto pare tranne che solida e stabile (ad oggi sono quasi 30 le persone che sono state licenziate o hanno abbandonato la Casa Bianca).

Era questo l’anno giusto per una scelta di questo tipo, dunque, ed era questo il disco che serviva per prenderla: il racconto autentico di un’America, anzi, di una comunità, che continua a reclamare attenzioni, decisioni, pacificazione. Ecco perché DAMN di Kendrick Lamar è stato il primo disco hip-hop a vincere il Pulitzer, ed ecco perché tramite questo riconoscimento anche quell’intero movimento musicale acquista rilevanza, maggiore dignità e affermazione nella scena culturale mondiale al pari di altri generi, come il rock stesso, che nel tempo hanno dovuto conquistarsi la loro legittimità.

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