Copertina dell’album

«c’era un tempo nel quale le canzoni fluivano fuori insieme tre o quattro alla volta tutte insieme, ma quei giorni sono ormai molto lontani… »

Proprio così, i periodi di buio capitano a tutti, anche a Sir Bob Dylan.

Nel 1990, Dylan pubblicò Under the Red Sky che non riuscì a stringere con vigore la mano della critica e non convinse così tanto gli ascoltatori da far tirare loro fuori il portafogli.
Fino al ’96, non ci furono nuovi album contenenti canzoni inedite, ma solo dischi di cover e riesumazioni di vecchi successi in chiave acustica, come MTV Unplugged.

Si sa che se lui decide così, è così!”, disse Daniel Lanois, produttore e collaboratore di Dylan, quando il menestrello di Duluth decise di non aprire sessioni di rifiniture per i testi dell’album Time Out of Mind, uscito il 1997 per la CBS Records del gruppo Columbia.
Notti invernali passate nella fattoria in Minnesota, con la testa bassa e un posacenere pieno sulla scrivania, piena di fogli scritti con i futuri testi dei brani dell’album.

«Quando Bob mi lesse i testi del disco eravamo in una stanza d’hotel qui a New York.
Le parole erano dure, profonde, disperate, forti… Quello era il disco che volevo fare.»

La collaborazione con Lanois non era cosa nuova per Dylan. Già nel 1989 aveva prodotto Oh Mercy, ventiseiesimo album influenzato da atmosfere rarefatte con sonorità cajun, tipiche del produttore canadese.
Per quest’album, Dylan approcciò a nastri demo, metodica insolita per lui, nei quali cercò con l’aiuto della band di sperimentare nuove sonorità e arrangiamenti, come per esempio l’utilizzo di un Sony C37A, microfono che faceva suonare il disco come se fosse stato prodotto negli anni ’50.

La personalità di Dylan, come si può immaginare, è qualcosa che oscilla tra l’eccentricità e il surrealismo, e Linois riscontrò non poche difficoltà nel lavorare con lui.
Time Out of Mind risultò l’album con le sonorità più artificiose di tutta la sua discografia.

«Perdo l’ispirazione in studio molto facilmente, ed è molto difficile per me pensare che possa eclissare tutto quello che ho fatto in passato. Mi annoio molto facilmente, e il mio entusiasmo cala sempre più
dopo un paio di take fallite, e questo è quanto»

Nonostante si stesse rimettendo in pista, le difficoltà non furono poche e l’atmosfera non era di certo delle migliori.
In un’intervista, Dylan spiegò di quanto la tecnologia avesse pian piano preso una bella fetta nel mondo musicale. I tempi di Blood on the Tracks, Highway 61 Revisited e Infidels erano ormai lontani e diversi, dove la tecnologia non oscurava l’artista. Ma nonostante ciò, Time Out of Mind fu il disco con maggiore impatto sonoro.

Mississippi”, “Dreamin’ of You”, “Girl from the Red River Shore” e “Marching to the City” furono le quattro canzoni non incluse nel disco e che Dylan preferì inserire in album successivi o in qualche raccolta, con differenti vesti e colori.

© David Clinch

Nell’album è contenuta la traccia “Make You Feel My Love“, che ha ricevuto il premio Performance Activity durante i New York Music Awards e numerose interpretazioni da parte di artisti come Billie Joel, Adele e Garth Brooks, che ha regalato anche a loro numerosi riconoscimenti.
Love Sick“, “Dirt Road Blues“, “Cold Irons Bound“, “Highlands” e “Not Dark Yet” sono solo alcuni esempi del grande ritorno di Dylan che, dopo un periodo in cui l’ispirazione sembrava essere stata fagocitata dall’oscurità, è tornata regalando al pubblico brani eterni.

«Trattammo la voce di Bob come se fosse un’armonica filtrandola attraverso un piccolo amplificatore per chitarre.»

Poco dopo aver completato le registrazioni del disco, Dylan si ammalò di istoplasmosi che lo costrinse a cancellare ogni data programmata per il tour. I critici non tardarono a farsi sentire, e dopo la notizia riguardante il malessere che lo aveva colpito, lessero tra le righe dei testi del suo nuovo disco il tema riguardante la paura della morte. Non tardò nemmeno Dylan a smentire tutto quanto.

Il disco fu pubblicato quando Dylan aveva 56 anni e in molti lo davano per spacciato già da almeno quindici anni prima.
Di certo, i tempi in cui le canzoni erano arme taglienti sono finiti, ma è un fatto più che fisiologico. Stiamo parlando di un personaggio che ha cercato, riuscendoci, di spremere tutte quelle dinamiche politiche, sociali ed economiche attraverso il potere di una chitarra.
Ma questa malinconia intellettuale lascia il tempo che trova e, ancora oggi, Robert Allen Zimmerman trova ancora il modo di fare scuola ai nascituri cantautori.

Immagine di copertina : © David Clinch
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