Quando ebbe inizio quel fantasmagorico movimento denominato negli annali della musica mondiale come punk? Si tende spesso ad identificarne la nascita in un anno ben preciso, all’interno di un arco temporale decisamente definito. Parliamo quindi di un momento storico divenuto nel tempo pressoché un canone standardizzato ed inequivocabilmente localizzato, ovvero l’ormai remoto 1977.

Tuttavia i movimenti sotterranei che detonarono nella conflagrazione anarchica di quel ’77 tutto britannico avevano avuto la loro genesi primordiale già qualche anno prima, e baluardo simbolico di questa esplosione sonora è da sempre stata, per plebiscito popolare, una ed una sola band: stiamo, senza ombra di dubbio, parlando dei paladini assoluti della più radicale sregolatezza etica e morale, i londinesi Sex Pistols. Ed in questa prima decade del novembre 2019 non possiamo risparmiarci dal celebrare il loro esordio live ben due anni prima di quell’anno ormai, per tutti noi, così evocativo ed iconico: ne approfittiamo quindi per ricordare la loro performance in apertura dei Bazooka Joe di Adam Ant al St. Martin College, nell’uggiosa Londra pre-thatcheriana. Un live che ha segnato non solo la loro carriera, ma oseremmo dire anche la storia del mondo stesso.

Rispetto a quel sei novembre 1975, di strada la band ne aveva già fatta diversa: dobbiamo infatti tornare al 1972, l’anno che ne sancisce i natali per mano del batterista Paul Cook e del chitarrista Steve Jones. All’epoca denominati Strand, erano già destinati alla leggenda: l’attitudine punk di Cook e Jones, accompagnati ai tempi dai compagni di scuola Nightingale e Mackin, si sentiva già ben forte e chiara, dato che l’approvvigionarsi delle strumentazioni avveniva attraverso il metodo più antico, immorale ma certamente più economico del cosmo. Come? Rubandole, ovviamente.

I Sex Pistols in uno scatto di Bob Gruen nel 1977. © Bob Gruen

Fondamentale fu l’incontro con il mentore indiscusso della scena punk dei late Seventies, il compianto discografico Malcom McLaren, ai tempi guru e gestore del Let It Rock di Kings Road, negozio che McLaren mandava avanti a braccetto con l’esteta assoluta del movimento, la stilista per antonomasia della scena alternative, la rossa Vivienne Westwood. Sarà proprio McLaren, come la storia ci insegna, ad essere la chiave di volta della fama di questi ragazzacci provenienti dai più sgangherati sobborghi londinesi: oltre a trovare la location più adatta agli Strand presso il Covet Garden Community (evento concomitante, inoltre, con l’arrivo in formazione di Glen Matlock), sarà proprio il buon Malcom ad identificare quella che sarebbe diventata la voce dei Pistols, un figuro di dubbio gusto che, guardate caso, faceva proprio di soprannome Sex. Quell’individuo dalle caratteristiche discutibili ovviamente altro non era che John Lydon, colui che sarebbe passato alla storia come Johnny Rotten, il marcissimo (a causa delle condizioni non propriamente salubri della sua dentatura) e storico leader dei venturi Pistols.

Con Rotten alla voce la band partì così a razzo verso l’infinito e oltre, e le influenze cardine dei suoi membri furono subito lampanti: Small Faces, MC5 e Stooges, giusto per tirare giù un paio di nomi. Eccoci quindi arrivati a quel giovedì 6 novembre del 1975: il momento topico della loro prima esibizione dal vivo, in apertura ai Bazooka Joe di Adam Ant al St. Martin College, Londra. I Sex Pistols sono finalmente venuti al mondo, pronti a sconquassare con la loro venuta quel presente già tanto incerto. La loro primissima line-up era la seguente: Rotten al microfono, Jones è l’addetto alla chitarra, mentre Matlock e Cook sono rispettivamente il basso e la batteria di uno dei quartetti più caotici e violenti della storia. E dal pogo sfrenato nei localetti più malfamati della Gran Bretagna alla fama globale il passo è stato breve, se non brevissimo, grazie anche all’ingresso in formazione, datato 1976, del simbolo indiscusso della band, la vera e totalizzante incarnazione dello spirito insurrezionalista dei Pistols, il loro animale totem per antonomasia. Sid Vicious, ça va sans dire.

All’epoca bassista dei maîtres à penser della dark wave Siouxsie & The Banshees, Sid diventò immediatamente la proiezione dell’attitudine punk più sanguigna che all’epoca potesse mai essere neppure concepita: sarà stato anche per questo che, immediatamente dopo la firma con la E.M.I. nell’ottobre dello stesso anno, la prima hit targata Pistols scalò le vette delle classifiche britanniche, con la stessa violenza di un destro ben assestato in pieno volto. “Anarchy in the UK” si pose quindi agli occhi del mondo come il manifesto assoluto del punk d’Oltremanica, l’espressione della poetica di un movimento basato sull’irruenza, sulla sregolatezza, sul disordine assoluto. Sull’anarchia più dilagante, quella mai neppure teorizzata insomma. E tutto questo caos primordiale finì addirittura per sbarcare attraverso il tubo catodico nelle case di milioni di britannici, più precisamente il 1 dicembre 1976: i Queen non hanno la possibilità di partecipare a Today, programma di punta di Thames Tv? Che problema c’è, chiamiamo i Pistols in prima serata. E con Bill Grundy alla conduzione fu subito magia.

I Sex Pistols, immortalati dall’obiettivo di Pete Vernon in Lussemburgo nel 1976. © Pete Vernon

Si giocò fin da subito con la provocazione in purezza, ed il primo ad osare fu proprio il presentatore. Di tutta risposta, ovviamente, i Pistols con poterono non replicare con una massiccia dose di volgarità sparse, alcune dotate di una pesantezza tale da non poter mai essere destinate all’oblio: Rotten consigliò a Grundy un ritorno al grembo materno attraverso vie decisamente non canoniche mentre Jones lo etichettò convulsamente, e senza mezze misure, come un porco in seguito ad un palese apprezzamento dell’anchorman sulla collega Siouxsie. Un siparietto indubbiamente memorabile per tutta quella borghesia storicamente polite comodamente seduta in poltrona. E la stampa ovviamente non si lasciò scappare l’occasione di immortalarli in copertina il giorno seguente come onta e vergogna suprema della società britannica in completa decadenza. Per tutta risposta, anche a causa dei continui furti da parte di Rotten e soci, la E.M.I. gli diede il benservito, venendo però subitamente rimpiazzata dalla scaltra A&M, con la quale non durarono che una manciata scarsa di settimane. Fu infine la storica Virgin Records ad accoglierli tra le sue fila, consacrandoli alla fama mondiale: l’era di “God Save The Queen” era finalmente arrivata, con tutta la sua proverbiale irriverenza, in diretta da una barca sul Tamigi. Erano i giorni del giubileo del regno di Elisabetta II, e i Sex Pistols, disturbatori della quiete pubblica per eccellenza, la celebrarono con urla, decibel fuori controllo e con tanto di orgia fluviale.

L’album passato alla storia come pietra miliare del movimento arrivò però l’anno seguente, nel mitico 1977, l’anno più punk che la storia del mondo abbia mai visto. “Never mind the Bullocks – Here’s the Sex Pistols” schizzò in pole position nelle chart britanniche e non, nonostante siano state fatte carte false per evitarne la commercializzazione. Ormai però il punk era un fenomeno di massa, e come tale era inarrestabile.

Dicembre 1977 segnò l’inizio del tour che li vide protagonisti fino al 10 gennaio 1978, a San Francisco. In quell’occasione, con l’uscita di Rotten “Non vi sembra di essere stati truffati?” venne annunciata a sorpresa la fine del gruppo.

Un atto improvviso ma tuttavia, nonostante le apparenze possano ingannare, dotato di enorme coerenza: avendo capito di essere stati trasformati in merce, quasi in un bene di consumo per il business discografico mondiale, decisero così di farla finita, di voler fino in fondo permettere la collisione della loro parabola autodistruttiva. Sintomo lampante di ciò che fu la successiva vicenda di cronaca nera che vide protagonista Vicious nell’Ottobre ’78: accusato dell’omicidio efferato della compagna Nancy Spungen, Sid si tolse la vita in carcere con una letale dose di eroina, consegnatagli, si narra, dalla madre alcolista una manciata di giorni prima del processo, il 2 febbraio dell’anno seguente. Con la tragica scomparsa di Sid, primo martire del punk, muoiono anche i Pistols, ma solo in sostanza, non in spirito. È anche per questo che forse ancora oggi ne parliamo.

Punk is not dead.

Immagine di copertina: © Pete Vernon.

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