Venerdì 3 maggio, John Anthony White, meglio conosciuto come Jack White, ha ricevuto un dottorato ad honorem in Lettere Classiche “per il suo contributo alle arti e per la sua dedizione alla città di Detroit”.

Proprio così, l’ex frontman dei White Stripes ha indossato con fierezza la toga e il cappellino durante la cerimonia. Il Dr. White, grazie al suo lavoro di musicista, ha aiutato a risollevare la città di Detroit attraverso il restauro di Clark Park, il recupero del Masonic Temple,  rendendo così il centro città vivo anche grazie all’impianto di stampa dischi della Third Man Record, etichetta indipendente fondata da lui stesso nel 2001.

Un messaggio molto importante, dal quale si sviluppano una serie di riflessioni e considerazioni che portano la musica ad un livello ancora più alto.

Quanto può arrivare in alto la musica? Quanto può denunciare? Quanto può essere utile per la società?

La musica è un linguaggio, un codice, un ulteriore modo di raccontare tutto ciò che ci circonda partendo da testi scritti. Testi che possono essere più o meno impegnati, ma che possono anche raccontare e far venire a galla problemi che affliggono città e cittadini.

Oltre a Jack White, possiamo ricordare un 2018 caratterizzato da una premiazione insolita, di cui non si è parlato molto, ma che sarebbe stato alquanto necessario farlo.

Kendrick Lamar, classe 1987, nato a Compton in California, rapper di fama mondiale, vincitore del prestigiosissimo Premio Pulitzer della Columbia University di New York. In un momento storico come quello in cui ci troviamo adesso, questo rappresenta un evento non di poco conto e che la dice lunga su questa “maledetta” musica. Damn, il quarto album in studio del rapper statunitense, grazie alla ricerca e alla sincerità, ha potuto raccontare una realtà nuda e cruda in cui è costretta a vivere la comunità afroamericana. Armato di un potente conscious rap, Lamar è sceso per le strade raccogliendo più informazioni possibili attraverso racconti e testimonianze, diventando così lui stesso narratore di uno scenario sociale ancora preistorico ma, purtroppo, attuale.

L’assegnazione del Premio Pulitzer ad un rapper afroamericano è un segnale forte, un messaggio denso che non solo ha sottolineato il lavoro di una figura musicale contemporanea, ma ha anche ridato al Pulitzer stesso l’importanza che meritava.

Per chiudere il cerchio, sarebbe insensato non citare il Premio Nobel per la Letteratura conferito a Robert Allen Zimmerman, il nostro Bob Dylan, “per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana.”.

Bruce Springsteen, in merito alla figura di Dylan, diceva: “Ci ha dimostrato che il fatto che questa musica abbia una natura essenzialmente fisica, non significa che sia contro l’intelletto”.

Lo storico menestrello, nato a Duluth nel 1941, già vincitore del Premio Pulitzer nel 2008, è sempre stato un personaggio enigmatico, e ciò è stato confermato dal suo discorso, recitato al suo posto dall’amica Patti Smith durante la cerimonia di premiazione, nel quale l’artista si interrogava sulla connessione tra letteratura e musica.

“Le canzoni sono vive in una terra di vivi. Le canzoni non sono letteratura. Nascono per essere cantate, non lette… Spero che molti di voi ascoltino i miei testi nel modo per cui sono stati creati.”.

Una riflessione, la sua, mirata a mantenere integra la funzione della musica, la quale indubbiamente deve rimanere una cosa separata dalla letteratura, ma che senza di essa non riuscirebbe ad essere ispirata e, allo stesso tempo, ad essere fonte d’ispirazione.

Dylan, nella sua lunga carriera di cantastorie, ha raccontato mondi, personaggi e, in un certo senso, ha fatto politica attraverso le sue canzoni. Fare politica significa anche mettersi in discussione, parlare dei problemi della gente, esporre le proprie idee e i propri valori. Dylan lo ha fatto, sottolineando sempre di non essere il portavoce di nessuno se non di se stesso.

Tre esempi, molto diversi tra loro, ma che grazie alla musica, sono riusciti a trasmettere e a dimostrare molto di più di ciò che si pensa. La musica non è solo divertimento, né tanto meno un qualcosa di leggero che può esserci come non esserci. La musica è uno degli strumenti di comunicazione più potenti che l’uomo ha a disposizione: è in grado di portarci indietro nel tempo, farci riflettere, insegnare cose e, in un certo senso, riesce a farci capire chi siamo. Il confronto introspettivo con noi stessi, che viene acceso ogniqualvolta ascoltiamo un brano o un album, è un qualcosa di unico ed irripetibile, in grado, a volte, di farci trovare il nostro posto nel mondo.

 

Immagine di copertina: Eric Seals, Detroit Free Press
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