L’8 novembre i cittadini statunitensi voteranno i Grandi Elettori, componenti del collegio che poi eleggerà a sua volta il 45° presidente degli Stati Uniti. Saranno le 23, ora locale, e le 5:00 in Italia, quando verranno resi noti gli ultimi risultati, ovvero quelli dell’Alaska e della California. Fino a quel momento il mondo potrà guardare a questi mesi di puro trash e bombardamento mediatico come uno studente universitario che pensa all’ingiustificato terrore per gli esami di maturità: “Ah, se avessi saputo…”.

Donald Trump

Donald John Trump

È chiaro che gli aventi diritto al voto considerino le canzoni delle campagne elettorali come una parte molto accessoria dell’elefantiaco meccanismo che c’è dietro a ogni scelta dei concorrenti-candidati alla presidenza. È anche vero che in questo caso la scelta dei rispettivi cavalli di battaglia dica molto su questi due candidati che l’America è chiamata a votare.

Il candidato democratico Hillary Clinton ha scelto due brani di donne molto diverse, ma accomunate dal messaggio di fondo che vogliono trasmettere: Fight Song di Rachel Platten e Roar di Katy Perry. Giusto un paio di osservazioni: per la scelta delle canzoni di solito si cerca di distribuire il peso della campagna su un pezzo poco pop – proprio nella sua originaria accezione di popolare – che rappresenti il senso della campagna, e su un’altra canzone rappresentata da una hit travolgente di un artista molto famoso, quasi sempre nelle vesti di testimonial a favore del candidato. In questo caso la Clinton, o chi per lei, ha pensato di fondere nelle personalità contrastanti di due cantanti come Rachel Platten e Katy Perry quello che di solito era affidato a due canzoni che viaggiavano su direttrici parallele ma ben distanti. Inno ufficiale della campagna, Fight Song rappresenta un canto di affermazione personale: Rachel Platten è una giovane donna acqua e sapone, in apparenza debole e indifesa, che decide di affrontare chi vuole metterla a tacere, alzando così la propria voce. Voce abbastanza fastidiosa e melensa, che risulta poco convincente. Dall’altro lato abbiamo invece una donna ben più famosa della Platten, una sex symbol dal carattere più incisivo: Roar di Katy Perry è stato un successo commerciale planetario, nonostante in molti abbiano notato la banalità del testo, che ancora una volta parla dell’insofferenza nel non poter battersi per le proprie idee. Il canto di rivolta di Katy Perry si identifica qui nel grido del guerriero: “Io sono un campione e mi sentirai ruggire”. Uno dei punti su cui si è incentrata la lotta della Clinton è stato proprio l’importanza di eleggere per la prima volta un presidente degli Stati Uniti donna, e la scelta di artiste come Rachel Platten e Katy Perry procede in questo senso. Come ha rimarcato però l’attrice Susan Sarandon in un coraggioso intervento per l’emittente inglese BBC, una donna non dovrebbe farsi fuorviare da queste superficiali strategie elettorali: “Io voglio la donna giusta. Ci sono molte grandi donne che ammiro che hanno guidato nazioni. Voi avete avuto una donna (Margaret Thatcher, ndr), non so come vi siate sentiti a riguardo. Ma io non voto con la mia vagina.”

Katy Perry si esibisce per Hillary Clinton nell'Iowa (fonte: people.com)

Katy Perry si esibisce per Hillary Clinton nell’Iowa (fonte: people.com)

Per quanto riguarda il candidato repubblicano Donald Trump la questione assume delle tinte grottesche. Trump si è affezionato molto al testo di The Snake, pezzo cantato da Al Wilson. Ai suoi raduni si è spesso soffermato nella lettura del brano, che a suo parere rappresenta la minaccia del terrorismo islamico e le sue terribili conseguenze: The Snake parla infatti della storia di una donna caritatevole che prende a cuore un serpente in fin di vita, introducendolo nella sua casa e ricoprendolo di cure; una volta guarito però il rettile le si rivolta contro e la uccide (“Sta’ zitta, stupida donna”, disse il rettile sogghignando / “Sapevi bene che ero un serpente prima che mi facessi entrare”). La canzone, scritta dall’attivista e cantautore Oscar Brown Jr, si basa su una favola di Esopo, e in quanto tale può essere adattata a qualsiasi situazione in cui uno sprovveduto abbia bisogno di un ammonimento morale per non commettere imprudenze e subire gravi conseguenze. Come avvenne per la campagna di George H. W. Bush nel 1988 con This Land is Your Land, ancora una volta vengono infangati in modo molto subdolo il nome di un autore e gli ideali per cui si è battuto. Vi lasciamo immaginare le reazioni della famiglia di Brown.

Sappiamo che Donald Trump si definisce più un tipo da classic rock, ma anche Neil Young gli ha ordinato di smettere di utilizzare Rockin’ in the Free World. Quale pezzo migliore di You Can’t Always Get What You Want per rappresentare lo spirito del magnate dalla pelle color tramonto di giugno? Un portavoce dei Rolling Stones ha affermato che la band non aveva mai dato il permesso a Trump di usare la canzone, ma, nonostante ciò, il brano ha accompagnato Trump nella controversa Convention repubblicana a Cleveland. Così David Frum: “L’inno perfetto per il candidato di cui solo il 38% dei repubblicani è soddisfatto? You can’t always get what you want”.

Oscar Brown Jr.

Oscar Brown Jr.

Dal pragmatismo spicciolo di “Non puoi sempre ottenere ciò che vuoi”, all’inquietante – se applicato a questo contesto – “Non m’importa niente se nessun altro ci crede” di Fight Song, anche il ruolo affidato alle canzoni non è dei più nobili per queste presidenziali.

Ma da che pulpito viene la predica! Gli italiani, “popolo di poeti, di artisti, di eroi”, credono così tanto nella potenza della musica da scrivere dei brani ad hoc per le campagne elettorali. Come riuscire a dormire sonni tranquilli dopo aver ascoltato L’urlo della rete, l’inno-taranta del Movimento 5 Stelle, o Gente della libertà, scritta dallo stesso Berlusconi? Povera musica, poveri noi.