The Freewheelin’ Bob Dylancinquanta minuti contesi da tredici brani che si spingono l’uno con l’altro.

Uscito nel 1963 per la Columbia Records, è stato registrato a New York nello Studio A della storica etichetta.
Un anno di registrazione, otto sedute, e una mente geniale inconsapevole del successo che quell’album avrebbe generato. Reduce da un flop iniziale con il disco omonimo, Bob Dylan, che aveva registrato una vendita di circa cinquemila copie, il giovane cantautore folk vedeva molto vicina la possibile rescissione del contratto, con conseguente uscita dalla porta sul retro.

Il supporto di Hammond

Entrò in gioco John Hammond, noto produttore discografico newyorkese, che si batté per la difesa del giovane ragazzo, sicuro del suo futuro successo. Hammond era una vera e propria istituzione nel talent scouting e tra gli artisti da lui scoperti, ricordiamo Aretha Franklin, Leonard Cohen, Bruce Springsteen, Stevie Ray Vaughan e molti altri.
Insomma, il clima che si era venuto a creare intorno al giovane Dylan non era dei migliori.

Le etichette come arpie

Un altro personaggio che aleggiava intorno ad un probabile successo del cantautore fu Albert Grossman, il quale cercò di convincerlo a trasferire tutti i diritti delle sue canzoni alla Witmark Music. Questo contratto, però, nascondeva percentuali di circa il 50% dei profitti su ogni artista che Grossman portava all’interno della divisione della Warner Bros. Hammond cercò in tutti i modi di strappare Dylan dalle spire del manager e, riuscendoci, annullò ogni contatto con Grossman.

L’album

The Freewheelin’ Bob Dylan, che inizialmente doveva chiamarsi Bob Dylan’s Blues, è stato il primo vero disco che includeva composizioni originali del cantante, a differenza del precedente che ne conteneva solo due.
Un album che segnò la vera svolta di Dylan, che da semplice cantautore folk diventò un simbolo (anche non ha mai avuto intenzione di diventarlo).

Il corpo del disco

Numerosi brani contenuti nel disco sono poi diventati delle vere e proprie bandiere generazionali: “Blowin’ in the Wind“, che si è fatto portavoce di intere generazioni di ragazzi americani delusi dalla politica del proprio paese,raggiungendo la seconda posizione nella classifica di Billboard; “Masters of War“, contro il militarismo e l’industria bellica, contro i “signori della guerra”; “A Hard Rain’s a-Gonna Fall“, amplificata dopo il discorso di Kennedy sulla scoperta di una postazione missilistica sovietica a Cuba; “Don’t Think Twice, It’s All Right“, dedicata al suo stato d’animo per la partenza verso l’Italia della sua amata dell’epoca, Suze Rotolo, coprotagonista della copertina dell’album.

L’amata Suze Rotolo

Proprio così: l’italoamericana Suze Rotolo, la ragazza presente in copertina, fu la musa ispiratrice di Bob Dylan. Clinton Heylin, autore inglese noto per aver scritto molto sul lavoro discografico di Dylan, evidenziò un netto miglioramento del lavoro del cantautore americano proprio nel momento in cui lo stesso si trasferì con la Rotolo in un appartamento a New York.
Un amore interrotto e ostacolato dai genitori di lei, in particolare dalla madre, che non vedevano affatto di buon occhio il giovane artista, instaurando così un odio reciproco tra Dylan e i genitori della Rotolo.
La madre, tra l’altro, convinse la figlia a trasferirsi in Italia per via degli studi. E fu proprio così che nacque “Don’t Think Twice, It’s All Right”.

“Non è una canzone d’amore. È un’affermazione che forse puoi dire per farti stare meglio. È come se stessi parlando a te stesso.”

La foto di copertina dell’album venne scattata quando, tornata dal viaggio in Italia, i due si rincontrarono e passeggiarono proprio nel quartiere dove viveva la coppia.

L’arrivo di Joan Baez

Nel frattempo, nella vita del giovane poeta, entrò Joan Baez, anche lei giovane cantautrice che stava cominciando a far parlare di sé attraverso la sua voce e le sue canzoni, le quali catturarono subito l’attenzione di Dylan. Duettarono numerose volte, tra cui al Monterey Folk Festival e al Newport Folk Festival, meta importante per gli appassionati del genere.

Per il menestrello di Duluth era un periodo prolifico, e la sua velocità nella scrittura e nella composizione erano fuori dal normale. Una macchina senza freni, ma perfettamente oliata, che correva lungo la discesa della creatività.

“Le canzoni sono lì, esistono da sole e aspettano solo qualcuno che le scriva. Io mi limito a metterle giù su carta. Se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto qualcun’altro.”

L’album fu un successo immediato che, con una vendita di circa diecimila copie mensili, si accaparrò la presenza in numerose trasmissioni radiofoniche e televisive.

Dylan fece il suo primo viaggio fuori dagli Stati Uniti, in Inghilterra, per prendere parte al “Madhouse on Castle Street”, celebre show televisivo della BBC, dove si esibì con alcuni brani del disco.

Altri brani del disco erano vere e proprie esplosioni di protesta, emozioni, sperimentazioni ed esempi di scrittura avanguardista: “Oxford Town“, brano che racconta del primo ragazzo afroamericano che si iscrisse all’Università del Mississippi nel 1962; “Talkin’ World War III Blues“, un talkin’ blues alla Woody Guthrie (cantautore statunitense che accese in Dylan la voglia di cantare e scrivere) che parla del sogno fatto sulla terza guerra mondiale; “Girl from the North Country“, poi diventata famosa per il duetto con Johnny Cash; “Corrina, Corrina“, “Honey“, “Just Allow Me One More Chance“, “I Shall Be Free“, brani reinterpretati; “Bob Dylan’s Blues” e “Bob Dylan’s Dream”.

John Lennon, quando ascoltò il disco, disse: “A Parigi, nel ’64, fu la prima volta in assoluto nella quale ascoltai Dylan. Paul ebbe il disco da un dj francese. Per tre settimane non facemmo altro che ascoltarlo di continuo. Diventammo tutti pazzi di Dylan.

Bob Dylan, 1963

Fonte: Pagina Facebook – Bob Dylan

Bob Dylan preso di mira

Negli anni a seguire, Bob Dylan, con i dischi successivi, attraversò vari momenti di maturazione musicale che fecero discutere molto: c’era chi lo accusava di essersi venduto alle major e di non essere più lo stesso, chi lo insultava durante le esibizioni e chi gli faceva domande scomode durante le conferenze stampa per cercare di buttarlo giù.

Ma la personalità di Dylan è sempre stata marmorea. Non gli è mai importato nulla degli altri: odiava, e odia, dare spiegazioni delle sue canzoni.
Non ha mai voluto essere portavoce di nessuno, non ha mai voluto farsi bandiera del pacifismo, non ha mai cercato nulla dagli altri, se non la verità in sé stesso e la libertà di essere ciò che voleva.

Immagine di copertina: © Facebook Bob Dylan
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