Per la legge dei grandi numeri, una cosa giusta doveva dirla nella sua vita, Beppe Severgnini. L’impensabile è accaduto durante la scorsa edizione del Festival di Sanremo e si è manifestato con questo tweet: “Il segreto del successo di Sanremo 2016? Programma Comico Involontario”. Nei confronti di questo PCI la stragrande maggioranza del popolo italiano nutre confusi sentimenti di seduzione e repulsione, come per ogni tragedia che si rispetti.

Se a una fascia di popolazione che va dai quarantacinque anni in su corrisponde un atteggiamento di pacata indifferenza, ogni anno si solleva sempre più furiosa la restante fetta della popolazione, che al grido di “Sanremo fa schifo!” manifesta rabbia e indignazione per motivi che tutti possiamo indovinare (se si ha il fegato di scorrere i commenti sotto qualsiasi post Sanremo-related): per lo spazio dato ai partecipanti dei talent show tra le fila dei Big e per i cachet dei conduttori e degli ospiti. In altre parole per la liberazione dal giogo degli eunuchi prezzolati della De Filippi e per la dissoluzione del sistema capitalista. L’ira di questi novelli martiri della socializzazione dei mezzi di produzione cela sotto di sé tristezza e delusione. Atteggiamento incoerente oltre che anacronistico: questo tipo umano punta il dito contro ogni cosa, non sapendo ancora decidere se occuparsi più di questioni grette ma urgenti come la spending review della Rai, o se interessarsi al variegato panorama della musica odierna, quindi a qualcosa che trascende un aspetto materialista dell’esistenza. In entrambi i casi queste persone non si interessano con passione e coscienza nemmeno a uno dei due capi d’imputazione: la mancanza di meritocrazia artistica e la disuguaglianza sociale. In quanto istituzione incrollabile, il Festival di Sanremo catalizza tutti quei malumori in disavanzo che gli italiani indirizzano quotidianamente verso la politica o la religione. Sanremo allora farà schifo tanto quanto l’inquinamento linguistico e contenutistico provocato da chi critica a tutto spiano senza 1) informarsi e offrire alternative costruttive, 2) capire che ci sono luoghi e tempi adatti per la critica. La capacità di discernimento non è mai stata dalla nostra, perché costa meno (letteralmente) appiattirsi sullo scherno e sull’ironia.

Da qui, evidentemente, l’impanicatissima deriva austera del Festival, come a volersi scusare di un peccato originale e prevenire qualsiasi tipo di attacco. In questa edizione la presenza di Maurizio Crozza potrebbe cancellare il marchio d’infamia dell’edizione del 2013, in cui, se vi ricordate, il celebre comico era stato pesantemente fischiato (“basta con la politica!”, urlava il pubblico). Se nel 2010 in molti si erano lamentati per la sigla, palese plagio di Hoppípolla dei Sigur Rós, quest’anno la direzione artistica mette le mani avanti: nella conferenza stampa di apertura Carlo Conti ha dichiarato che la sigla di quest’anno ricorderà Vedrai Vedrai di Luigi Tenco, scomparso 50 anni fa. Inoltre lo stesso Conti devolverà parte del suo compenso alle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto, mentre Maria De Filippi non prenderà nemmeno un centesimo. Rimane il problema della qualità dell’offerta musicale, che quest’anno non è salvaguardata nemmeno dalla giuria di qualità: la scelta di nominare presidente il grande Giorgio Moroder non ha arginato la sollevazione di massa per la presenza nella giuria della youtuber Greta Menchi.

(fonte: Very Normal TRASH)

Noi di Artwave vogliamo offrirvi un’esperienza diversa, più leggera ma non meno profonda (“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” – eh, magari!). Con i nostri articoli seguiremo ogni puntata del Festival, mostrandovi il suo lato sano: i commenti e i meme che impazzeranno durante la diretta sui social, e le perle del Dopofestival, anche quest’anno territorio della Gialappa’s. Vi consigliamo di tenere d’occhio insieme a noi la pagina Facebook di The Jackal, mentre su Twitter seguiremo assiduamente Spinoza Live (@LiveSpinoza), Trashitaliano.it (@trash_italiano), ovvero il nostro pusher di gif, e Sanremo è Sanremo (@sanremoesanremo).

Non ci prostituiamo per Sanremo, pensiamo solamente che un programma del genere si debba seguire per motivi che non sono strettamente legati alla promozione musicale. Se non ci prendessimo troppo sul serio, non ci perderemmo le perle che si celano nell’apparentemente vischioso brodo sanremese: momenti che sono diventati un pezzo di storia della cultura pop – della nostra! -, come anche esibizioni e brani di elevato livello. Non dobbiamo lasciare che Sanremo diventi ciò che i mondiali e gli europei di calcio rappresentano per quelli che non capiscono nulla di calcio: un’occasione per fare di tutta l’erba un fascio. Sanremo ci ha regalato Perdere l’amore e La canzone mononota, solo questo dovrebbe bastare come giustificazione. Altrimenti ci appelliamo all’infinita saggezza di Samvise Gamgee: “C’è del buono in questo mondo, Padron Frodo: è giusto combattere per questo”.

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