I fatti che ruotano attorno ad un disco non sono mai semplici avvenimenti. Ogni album fa parte di una storia, ognuno è il risultato di un infinito numero di fili che, come quelli della tela di un ragno, disegnano i riflessi che essa offrirà a chi la guarda, o la legge. Non è un caso, quindi, se proprio le tele più resistenti siano quelle dei dischi che hanno un impatto maggiore nella storia collettiva dell’occidente nella fine del XX secolo. Quella di “The Wall” è una storia che in molti fanno cominciare da uno sputo: quello che Roger Waters indirizzò verso uno spettatore durante il tour di “In The Flesh” del 1977. Esasperazione nata dall’insofferenza – percepita in verità da tutti i componenti della band in quel periodo della loro carriera – nei confronti del pubblico chiassoso ed eccessivamente numeroso presente ai loro concerti negli stadi. Uno sputo di Waters. Qualcuno potrebbe anche, ironicamente, accostare in una similitudine questo gesto proprio con la scrittura e l’elaborazione dell’album, dato che la quasi totalità dell’opera è stata ideata dal bassista ispirandosi anche a molti dettagli della sua vita.

In verità dello sputo come gesto sprezzante ha poco o nulla, forse ne condivide solo un certo tipo di urgenza improvvisa, in questo caso creativa. La storia di “The Wall” è anche quella della fine dei Pink Floyd per come il mondo li aveva conosciuti fino ad allora: il ruolo di Waters, diventato sempre più ingombrante già da almeno cinque o sei anni, aveva contribuito ad aumentare gli attriti all’interno della band e addirittura portato all’allontanamento di Richard Wright. Per di più, la situazione economica del gruppo era piuttosto disastrosa, perciò David Gilmour e Nick Mason furono costretti a mettere da parte le iniziali titubanze e a seguire Waters in questo suo ambizioso quanto vago progetto. È in questo calderone che prese forma l’opera rock più conosciuta di sempre. Le ventisei tracce sono un allucinato racconto della vita di Pink, che inizia da un’infanzia passata in balìa di una madre asfissiante e una scuola ai limiti della disumanizzazione, contro le quali il protagonista inizia a costruire una muro per isolarsi; continua poi con la sua crescita: è diventa un adulto, una rockstar di successo, ma ritornano, come flashback, immagini dal suo passato durante tutta la durata dell’opera.

Non ci interessa tanto, però, analizzare la trama di The Wall; quanto piuttosto provare ad indagare le ragioni per le quali sia riuscito ad incarnare e sintetizzare molti dei movimenti, dei sussulti che agitavano il mondo in quel determinato periodo tanto da scalare le classifiche e, poi, rimanere impresso nell’immaginario collettivo. Dal punto di vista strettamente musicale, The Wall non ha niente di particolarmente innovativo – non deve scandalizzare scriverlo e nemmeno leggerlo: le atmosfere spaziano da ritmi simil-disco funk (come Another Brick In The Wall nella sua durata completa) ad ambientazioni sonore che richiamano alla mente l’ambient di Brian Eno. A colorare il tutto, poi, i cori delle scolaresche, diventati iconici e fortemente rappresentativi dell’identità del disco. La voce di Waters, o meglio ancora l’interpretazione, è la vera protagonista: canta in maniera fortemente drammatica, talvolta schizofrenica e nevrotica, accentuando la propria alienazione (soprattutto nel finale), contribuendo a conferire a The Wall i contorni dell’opera (quasi) teatrale e l’anima apocalittica che si percepisce lungo tutte le tracce (“The Trial” per un esempio su tutti). C’è il tema del muro, poi, che si presta ad un’innumerevole quantità di interpretazioni e declinazioni: quello che separava le due Germanie, quelli eretti tra individui sempre più concentrati sul proprio interesse, quello che talvolta si frappone tra due persone innamorate e via dicendo.

Dunque, dove dovremmo cercare la grandezza di The Wall? Indubbiamente nel rapporto che ha saputo intrecciare con il suo tempo. Ci sono album che hanno dato tanto alla musica, ma molto meno all’immaginario collettivo: in questo caso è l’esatto opposto. La grandezza di questo disco (che rimane intatta anche a quarant’anni di distanza) è da ricercarsi nel modo in cui rielabora le mode e i suoni dell’epoca con indiscutibile astuzia, per offrire un palcoscenico alle visioni di Waters, che si sviscerano simili a presagi o rivelazioni su di un mondo in veloce trasformazione. The Wall è un disco che dialoga con la storia, che viene scritto e riscritto dalla storia e per questo non è un caso se la bibliografia che vi ruota attorno è così numerosa da essere paragonabile a quella che correda un qualsiasi fatto storico. È la testimonianza del nostro bisogno di inserire le cose in un contesto, ed è la dimostrazione che quel disco uscito quarant’anni fa si è guadagnato il diritto di essere maneggiato come un avvenimento importante.

 

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